Florence Appeal - Transcript of Proceedings November 26, 2013

From The Murder of Meredith Kercher
Jump to: navigation, search
APPELLO E QUESTIONI PRELIMINARI
Key to abbreviations
AN Alessandro Nencini Judge Presidente
AC Alessandro Crini Prosecutor Pubblico Ministero
?C Avv. Colotti Defense lawyer Avvocato
CP Carlo Pacelli Lumumba civil lawyer Avvocato
LM Letizia Magnini Tattanelli civil lawyer Representing owner of the cottage
LG Luciano Ghirga Knox defense lawyer Avvocato
IB Isp. Boschi
AN:
Allora, buongiorno, l’udienza è aperta. Costituiamo le Parti. Allora, l’imputata Knox è contumace, Sollecito Raffaele è assente. I Difensori della Amanda Knox li vedo, hanno cambiato posizione ma li abbiamo individuati. Per quanto riguarda Sollecito, lei sostituisce l’Avvocatessa Bongiorno.
?C:
(voce fuori microfono)
AN:
Bene. Le Difese di Parte Civile, vedo l’Avvocatessa Perna, che è anche in sostituzione dell’Avvocato Maresca; le altre Parti Civili le vedo tutte, quindi ci sono.
CP:
Sì, signor Presidente, la collega Letizia è in arrivo, ha trovato problemi per la strada.
AN:
Va bene.
CP:
Ed è anche in arrivo il signor Lumumba, parte civile personalmente.
AN:
Va bene. Allora diciamo che quelli che non ci sono per adesso li sostituisce lei, Avvocato.
CP:
Sì, Presidente.
AN:
Poi ne diamo la presenza appena arrivano. Bene. Quando lei è pronto possiamo iniziare.


Contents

REQUISITORIA DEL PROCURATORE GENERALE – DOTT. A. CRINI

AC:
Sì. La ringrazio, Presidente.
AN:
Allora proseguiamo la requisitoria del Signor Procuratore Generale.
AC:
Sì.
AN:
Che ha la parola.
AC:
Sì, grazie. Buongiorno signori, buongiorno. Sì, allora riprendo il ragionamento da quello che era stato un po’ il punto di arrivo dell’argomentazione di ieri, e ovviamente non faccio nemmeno un qualsivoglia sunto, se non per segnalare appunto quello che avevo accennato in conclusione, in una fase forse meno lucida, ecco, dell’esposizione, per ragioni anche legate certamente un po’ anche alla stanchezza, sia fisica che mentale, dove avevo segnalato come in buona sostanza questo percorso che si è articolato su quelle considerazioni critiche in punto di alibi rispetto a quella diciamo risultante di indagine tecnica, e poi rispetto alle testimonianze, ha avuto... diciamo, è stato poi, come dire, sperimentato e integrato, alla luce degli aspetti inerenti alla gestione delle fasi successive al commesso reato, e direi ha condotto il Pubblico Ministero alle conclusioni di poter – diciamo così – inquadrare gli imputati, già alla luce di queste considerazioni, sul luogo del commesso reato, aspetto che poi nella fase conclusiva della requisitoria di ieri si è completato con quei richiami specifici al comportamento processuale di Knox, della Knox, dell’imputata Knox Amanda, che, diciamo, essendo confluiti poi nel processo attraverso le acquisizioni di queste dichiarazioni, individuano dei comportamenti che – come dire – si articolano sulla rilevanza depistatoria della calunnia, nei termini in cui ieri poi ho sviluppato l’argomento, e, come dire, integrano questa rilevanza depistatoria di questa calunnia al Lumumba, con elementi di corredo che per l’appunto, sia pure incastonati in un ragionamento che ha questa vaghezza complessiva del contenuto onirico del ricordo, tuttavia fanno riferimento a fatti che nella loro sostanza sono fatti – come dire – veri, perché è vero che il contesto omicidiario ha avuto quel momento anche di violenza sessuale, che peraltro poi è contestato, ed è vero che un urlo lacerante vi sia stato. E quindi, diciamo, questo aspetto poi magari dell’urlo, siccome dobbiamo poi parlare delle condizioni in cui questa poveretta poi è stata trovata, e quindi ci rientreremo quando racconteremo il fisico martoriato della vittima. Ecco, quindi ho concluso questa argomentazione, riflettendo... consegnando alla Corte questo dato, cioè a dire il processo certamente già ha messo in campo a questo punto una serie di elementi che, proprio nella considerazione del contenuto indiziario del processo, voi ricorderete i ragionamenti delle dieci e mezzo di mattina, e quindi, dico, quando siamo arrivati alle sette di sera, ecco, era un percorso che secondo le ambizioni processuali del Procuratore Generale voleva condurre a questo obiettivo, cioè a dire dare una dimostrazione della plausibilità concreta dell’indicazione... della risultanza processuale della presenza degli imputati sul luogo del commesso reato. Certamente il processo non può finire ieri sera e non deve finire ieri sera, perché molto e molto significativi sono ancora gli elementi che dobbiamo introdurre per arricchire questo quadro dal punto di vista della prova. Però perché mi è parso importante, ecco, diciamo, non lasciare indietro questi argomenti? Perché ritengo che sia significativo ingabbiare questo ragionamento, costruire questo ragionamento in questi termini, perché chiaramente ciò che dovrà essere utilizzato dal punto di vista probatorio da ora in poi, una serie di elementi che tra l’altro ritengo abbiano una loro rilevanza, una loro significatività, che potrebbero diciamo in sé essere anche autoreferenti sul piano della prova, però noi, alla luce di tutto quello che abbiamo detto ieri, dobbiamo anche invece cominciare ad abituarci a considerarli come elementi che intanto sono rilevanti in quanto abbiano un carattere – diciamo così – integrativo, di riscontro orientativo rispetto a quello che abbiamo detto fin qui. Anche se, ripeto, andremo ad introdurre temi di prova che certamente – certamente – hanno un’ambizione diversa, cioè quella di rappresentare degli elementi che – diciamo così – costituiscono già in sé dei valori processuali importanti. Però, ripeto, in questo gioco di combinazioni, in questo gioco di integrazioni, in questo gioco di unione e non di divisione dei pezzi di prova, dei pezzi di processo, certamente le due cose, ecco, vanno anche un po’ tenute insieme dal punto di vista... per apprezzarne in concreto la loro valenza ai fini della prova, che poi è quello che alla Corte interessa, perché la Corte evidentemente deve motivare al di là di ogni ragionevole dubbio sull’intero materiale che diciamo viene prospettato. Quindi il ragionamento guarderà al fatto di reato, alle dinamiche del fatto di reato, come dire, ai contenuti del fatto di reato, nei termini in cui lo stesso viene contestato, alla luce di quelli che sono gli elementi che di questo fatto di reato... diciamo, che abbisognano per ritenere che lo stesso sia non provato come fatto, perché che questa poveretta è stata violentata e che è morta, diciamo, è un dato assolutamente certo, però non crediamo che sia l’unico dato certo, come disse il Giudice che introdusse la causa in grado di appello davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Perugia. Ecco, noi crediamo invece... ecco, siamo un po’ più ambiziosi, pensiamo che ci siano altri dati certi oltre a quello che tristemente ho segnalato. E alcuni, ripeto, li ho di già sottoposti alla valutazione del Collegio, altri invece, diciamo, verranno stamattina approfonditi e sviluppati.

Credo che sia importante, a questo punto, come avevo segnalato in quella sorta di anticipazione delle mie schede di ragionamento, credo che sia importante a questo punto – come dire – illuminare il fatto attraverso il richiamo all’argomento che tutto sommato più ha impegnato non solo le Loro Eccellenze, ma anche i precedenti Giudici che di questo fatto si sono occupati, perché si è dimostrato – come dire – un ambito molto laborioso questo, dal punto di vista non solo del trattamento dei dati di prova, ma anche, diciamo così, di tutto... per quanto riguarda tutto il complesso di elementi che intorno a questo aspetto si sono accentrati, e che è cioè quello genetico, perché per ragionare del fatto bisogna diciamo fare questa sorta di premessina genetica, che è evidentemente insieme una premessa di merito e una premessa di metodo. Anzi, volendo essere più precisi, è prima una premessa di metodo e poi una premessa di merito. Devo dire che nel momento in cui vado a ragionare di premessa genetica, devo fare anche un’altra sorta di inciso, di premessa alla premessa, per così dire, e cioè quella che quando si valuta questo argomento certamente ci si confronta con un pezzo di prova che per una parte - per una parte, a mio parere, a questo punto devo dirlo, non secondaria – si è per l’appunto formato davanti a questa Corte. E quindi, diciamo, questo aspetto in qualche modo ci riporta in una logica di primo grado. Abbiamo detto che tutto il processo per certi aspetti ha questa valenza, altrimenti che un Procuratore Generale parli sette ore e si riservi di parlare qualche altra ora il giorno dopo è un po’ anomalo nel processo d’appello, no? Non succede quasi mai, anzi, per fortuna e per le mie coronarie non succede mai. Però, voglio dire, è comunque importante invece che ci sia un pezzo di prova che questa Corte ha governato – e dire governato mirabilmente – e che è un pezzo di prova che essendosi formato qui, in questa aula, deve essere discusso evidentemente con un approccio diverso, rispetto al quale quindi non ci sono – come dire – primazie conoscitive, nel senso che effettivamente tutti coloro che hanno partecipato a questa fase giocano un po’ la stessa partita, nel senso che per tutti è stato un inedito, tant’è che, rispetto a questo punto di vista, come dire, diventano anche interessanti, per dire, le considerazioni di ordine tecnico-scientifico che le Parti hanno poi introdotto, perché portano delle significative novità dal punto di vista anche del ragionamento, che certamente per noi sono utili in quanto le andremo a contraddire con tutta la forza di cui siamo capaci, perché chiaramente non le condividiamo, però sono di interesse perché – diciamo così – rappresentano dei contenuti che rispetto al processo dipendono da quella novità che la perizia dei Carabinieri del RIS ha introdotto nel processo. Quindi, come dire, lode a questa Corte che così brillantemente ha gestito questa acquisizione di questa prova nuova, che certamente nel processo a questo punto ha una significatività particolare, non solo per la sua importanza oggettiva, ma anche perché – ripeto – costituisce un’acquisizione rispetto alla quale diciamo tutti siamo in qualche modo a poterla gestire come una vera e propria novità. Stando invece a quello che, diciamo, fino a qui si sapeva dal punto di vista genetico, dal punto di vista genetico, diciamo, è un po’ complicatino in effetti, come dire, andare troppo per sintesi, perché, ripeto, tanto si è scritto, tanto si è argomentato, tanto si è detto, al punto che, dicevo ieri, che un apprezzamento quantitativo delle pagine dedicate a questo argomento nella sentenza di primo grado è francamente – come dire – impressionante, se noi lo apprezziamo nell’ambito del contenuto complessivo della sentenza stessa. Per non dire poi dell’appello, che su questo elemento di prova costruisce poi per intero la sua determinazione assolutoria. Ecco, quindi, cercando di essere sintetici ma non troppo sbrigativi, perché l’argomento merita comunque attenzione, proprio perché qui si sono misurate delle intelligenze di prim’ordine, persone di grosse qualità dal punto di vista scientifico; non che gli altri non lo siano, però magari su altri settori evidentemente il discorso è più contenuto; qui invece, siccome siamo tornati tante volte sull’argomento, molte volte c’è stata la possibilità di dire la sua e di approfondire e di lumeggiare. Si parla fondamentalmente, la Corte lo sa benissimo, si parla fondamentalmente di questi accertamenti che hanno riguardato questi due – diciamo così – oggetti che poi diventano a loro volta oggetto di attenzione processuale. C’è questo coltello, di cui poi diremo le caratteristiche, insomma, ci vorrà un po’ di tempo a parlarne, perché se noi gli diamo la patente di arma del delitto non è che ce ne possiamo liberare così, puf. E c’è poi questo gancetto, questo gancetto del reggiseno che costituisce il portato di questo taglio che ha in definitiva determinato una sorta di completamento della svestizione della vittima. Il gancetto ha avuto una vicenda tribolata, perché, come sappiamo, è stato trovato un po’ di tempo dopo, voi lo sapete meglio di me, ovviamente, ma mi intrattengo sul punto per la buona ragione che certamente questo, come dire, rimanda a quelle problematiche che ben conosciamo in punto di potenziale contaminazione del reperto. E quindi, diciamo, questi sono i due passaggi. Ora, il punto... i termini della questione ormai sono talmente noti che certamente è anche un po’ inutile enfatizzare troppo il richiamo a questi elementi. E’ più facile – credo – andare direttamente a dire come uno la vede alla luce delle acquisizioni che ritiene di dover seguire e, diciamo, visto e considerato che, a differenza del computer, su cui magari l’approccio è stato un po’ marginale, qui ormai ragionare di picchi, di alleli, di raw data, piuttosto che non di elettroferogrammi e compagnia bella, ormai siamo un pochino tutti infarinati, diciamo così. Quindi il tema del coltello, al di là diciamo della forma dell’arma e della tipologia, è un tema questo che magari riguarda più il momento dell’azione, quindi magari ci accennerò poi successivamente, ora mi interessa questo profilo strettamente inerente la genetica. Perché viene in considerazione il tema del coltello? Viene in considerazione per la buona ragione che, a seguito di un accertamento, diciamo di un sopralluogo, di una perquisizione a casa Sollecito, c’è un agente, un sottufficiale, un ufficiale, insomma che sequestra questo oggetto e dà quelle indicazioni che voi avete letto, cioè ricorda di aver trovato questo coltello che lo sorprese perché... cioè, lo sorprese... lo colpì, non lo sorprese, lo colpì per quanto era pulito, proprio mi ricordo questa cosa, era pulitissimo; poi viene fatta tutta una complicata indagine per capire come era stato repertato, sulla repertazione pare nulla questio, e quindi questo coltello diventa poi oggetto di analisi. Che cos’è questo coltello? E’ il secondo coltello della dotazione di casa Sollecito, casa Sollecito per dire casa affitto, insomma, no? Cioè a dire la casa di Via Garibaldi aveva – voi l’avete letto, no? c’era tutto un elenco di posateria e oggetti vari - un precisissimo proprietario aveva scritto “sei coltelli con manico blu, sei cucchiai, sei cose”... e poi “due coltelli, uno seghettato e uno no”, insomma “uno da pane e uno no”. Ecco. Quindi questo si presentava, dal punto di vista dell’inquadramento sul piano della sua collocazione, come il secondo coltello di cucina di casa Sollecito. Questo è. E praticamente che cosa succede nell’analisi di questo coltello? Succede una cosa importante: che nel mentre, come sappiamo, poi verrà trovato successivamente questo DNA Knox, eccetera, e poi ne parleremo, ecco, c’è il ritrovamento... il ritrovamento di materiale, di materiale che viene repertato, questa famosa traccettina, che viene repertato dove? In un punto che è abbastanza significativo, nel senso che certamente, siccome non è in discussione, di chiunque sia il profilo, che questa traccettina faccia riferimento a un cristiano, o anche magari per ipotesi a un musulmano, ma insomma, a una persona, certamente il punto è già particolare nel senso che su questa lama, in una posizio0ne che si rende possibile perché? Perché si va a scalzare diciamo un punto della lama, nella quale una maligna, ma per noi preziosissima rima, ha fatto sì che si sia trattenuto... che si sia trattenuto della sostanza, utile per comparazioni genetiche. Ecco, questo è il dato di partenza. Quindi, quando ci si confronta con questo dato già bisogna considerare la particolarità, no? Cioè, non è che si stia parlando – come dire – di una traccia genetica trovata, che so io, su un altro tipo di oggetto, sul quale magari può essere anche normale, poi vedremo il gocciolone di sangue della Knox sul sanitario, vedremo anche queste cose, però, al di là che sia più o meno normale, certamente direi che la cosa meno normale, ecco, in una gerarchia di anormalità è trovare una traccia di DNA a mezza costa rispetto ad una lama di coltello. Questo francamente, trattandosi non di un coltello – come dire – che è destinato diciamo all’uso normale di affettare le persone, che non è mai un uso normale, tanto più trattandosi di un coltello da cucina. Ora loro possono dire, dice: va beh, magari qualcuno si è tagliato. Sì, d’accordo, non metto in discussione, però, torno a ripetere, di tutto questo ovviamente non è che c’è un’indicazione nemmeno ipotetica, capito cosa voglio dire? Quindi stiamo sempre a ragionare su “ciò che è in astratto plausibile che”. Ecco. Quindi c’è una necessità di confronto. E’ come magari se tu hai un avversario... insomma un po’ come l’arcobaleno, no? Dice “lo vedo, lo vedo”... e poi arriva lì e non c’è più. E questa è un po’ la storia. Perché a questo punto è chiaro che di fronte ad una traccia di queste caratteristiche, che ha questa sua plausibilità già oggettivamente parando, però dice “beh, per l’amor di Dio, vuol dire che qualcuno si è tagliato e che è rimasto lì”. Ho capito. Dico, ma vediamo di articolarla in qualche modo questa ipotesi di lavoro, altrimenti mi sembra che resti una mera congettura, almeno nel mio linguaggio processuale. Poi, ripeto, io sono sempre... c’era la donnina di Brozzi che non voleva morire mai, perché c’era sempre qualcosa di nuovo da imparare. Ecco, io sono sempre a disposizione per questo, però vorrei effettivamente capire come si possa, diciamo, ecco, confezionare un’ipotesi alternativa, così, lasciandola, come dire, nell’ambito, nella nuvoletta, per così dire, delle cose così, pensabili, ma in qualche modo... anche perché, voglio dire, il DNA su una lama di coltello, nella posizione che è, non è cosa che possa dirsi di tutti i giorni, questo vorrei che fosse chiarito. Quindi non essendo cosa che possa dirsi di tutti i giorni, certamente magari da parte di chi quell’arma la possiede forse un briciolino – come dire – di orientamento sul piano di quello che può essere stato un utilizzo comunque patologico dell’arma stessa, magari poteva, se c’era, se ci fosse stato, poteva in qualche modo aiutare. A meno che non si voglia magari immaginare, che so io, che quello è un DNA che risale a... la cui presenza risale, chi lo sa, alla notte dei tempi. Allora, va beh, tutto si può immaginare, però insomma, trovandolo a casa di un giovanotto che ha la casa in affitto, insomma, magari il primo referente di questo problema è colui al quale l’oggetto è assegnato in dotazione, mi sembra, nella logica delle cose. Comunque andiamo avanti. Detto questo, allora si fa un tipo di indagine, su cui poi si scatena una bagarre formidabile. Perché si scatena una bagarre formidabile? Perché il Servizio Centrale di Polizia Scientifica, che ovviamente non è, con tutto il rispetto, la Stazione Carabinieri di Oppido Mamertina, e non me ne voglia l’apprezzabilissimo maresciallo, è un qualche cosina di più, un qualche cosina di diverso, un qualche cosina cioè che ha sul piano delle risultanze scientifiche una dignità un filino superiore alla media. E non lo dico io, lo dice l’evidenza del dato, lo dice l’evidenza del dato perché voi avete capito che i laboratori della Scientifica e quelli del R.I.S. dei Carabinieri sono ormai i più quotati a livello nazionale, sono gli unici che hanno avuto quel tipo di trattamento che è dato dalla ISO1-7 e compagnia bella, e quindi si sta ragionando veramente del sesso degli angeli se si vuole in qualche modo indubitare questo aspetto. Quindi, a meno che non si debba pensare a un gap che la Scientifica ha colmato in corsa, quasi per ruzzolare fino a questo momento di primato, effettivamente, diciamo, bisogna immaginare che da sempre questi Organi di Polizia abbiano avuto una loro dimensione che sul piano professionale certamente non intacca il prestigio degli accademici, ma non è – diciamo così – seconda agli accademici nel momento in cui si deve fare che cosa? Si deve cercare di ottenere risultati non da convegno, ma risultati investigativi, che evidentemente sono un qualche cosa di diverso. Allora, quando noi si ragiona di quello che può aver fatto la dottoressa Stefanoni, perché così si chiama la persona che è stata in qualche modo – come dire, poi, personalizzando il dato - collocata su una sorta di gratella, nella quale è stata cotta di qua e di là, vero, bisogna anche pensare che costei appartiene a quel contesto che normalmente tratta – voglio dire – gli omicidi di più ampio rilievo a livello nazionale, e li tratta magari... siccome un po’ se li spartisce coi Carabinieri, li tratta quando i Carabinieri non li trattano. E quindi, insomma, voglio dire, ci andrei un pochino cauto, ecco, anche proprio per dignità dal punto di vista – come dire – delle nostre strutture operative, ecco, ci andrei un pochino cauto a fare ragionamenti così, troppo massimalisti sulla incompetenza, sulla scarsa professionalità di chi in sostanza quotidianamente gestisce le problematiche delle indagini più serie e importanti che ci siano in Italia. Anche perché vedremo poi cosa succede quanto altri signori vengono incaricati di fare analoghe indagini. Perché poi, sa, siccome tutto si tiene in questo Paese, bisogna anche considerare evidentemente altre componenti di questo ragionamento. Ma torniamo alle parti scientifiche del discorso, lasciamo perdere quelle che sono sostanzialmente importantissime per il processo, ma potrebbero sembrare, così, delle esternazioni accessorie. E non lo sono. Perché dico questo? Dico questo perché il risultato che si ottiene dal coltello è un risultato non secondario, nel senso che è un risultato - che voi avete letto, no? – censurato, perché? Per quella vexatissima quaestio ormai che troviamo in questo processo, cioè a dire: ma come, ha fatto un’unica amplificazione? Dice: sì, ma l‘ha passata due volte, perché, proprio per evitare di poter – dice – di poter considerare che magari la prima possa essere un errore, allora, diciamo, ha fatto una doppia corsa elettroforetica. Eh, ma che c’entra la doppia corsa elettroforetica, quando le linee guida del professor Alfa, del professor Beta, e comunque le cose internazionali e quel che si vuole, ci segnalano – no? - che tendenzialmente, anzi obbligatoriamente, anzi inequivocabilmente, le amplificazioni devono essere due, se non più? Questo è il dato. Quindi cosa significa? Significa che qualunque sia il risultato che da questa amplificazione singola si ottiene, qualunque esso sia, anche se è il risultato più straordinario, questo risultato va preso e va buttato nel cestino dei rifiuti anche se individua un DNA fondamentale, perché evidentemente non si è rispettato un determinato protocollo. Questa è sostanzialmente la conclusione. Le censure poi sono anche altre, ma ci arriviamo, non è che... insomma, il Pubblico Ministero è preparatino su questo argomento, ecco, almeno ha l’ambizione di avere un po’ studiacchiato qualcosa. E quindi arriveremo a parlare di tutto. Ecco, perché dico questo? Perché in realtà io mi riferisco a chi? Mi riferisco alla tranquillità che mi dà il mio perito - dico “mio” perché l’ho nominato e quindi come Ufficio lo devo anche pagare – che non è un “signor Nessuno”. Certamente il professor Tagliabracci è un autorevolissimo scienziato. Il professor Novelli è comunque persona che in questo processo si referenzia particolarmente, signori della Corte. Non perché sia meglio o peggio - che c’entra - non facciamo mica qui una graduatoria. Queste sono professionalità comunque elevate. Ma noi le considerazioni le dobbiamo fare stando dentro al processo. E allora è evidente che il professor Novelli si referenzia meglio di altri non perché l’ha nominato il Procuratore Generale, ma semplicemente perché – e su questo punto bisognerà magari anche un po’ contraddire certe cose che ho letto da ultimo del professor Tagliabracci – cioè a dire perché di fronte al dato della famosa traccia I che la professoressa Vecchiotti quantifica, o comunque fa quantificare, quelli sono problemi che non ci riguardano, viene quantificata, poi viene messa in quel bel frigorifero – e lo dico subito, così mi libero di un argomento che un po’ mi rimane qui, capito? – cioè a dire viene messa in questo bel frigorifero, di cui poi noi abbiamo la descrizione fatta dal R.I.S., che non è proprio, diciamo... tant’è che poi, loro hanno visto, se ne trova anche un pochettino meno. Ma per l’amor di Dio, non voglio mica io fare... per carità, si sa quali possono essere le strutture all’interno delle quali si deve convivere a livello universitario. Quindi, per l’amor del cielo, probabilmente quello è veramente il frigorifero migliore che l’istituto possa in quel momento possedere, avere, e di cui possa disporre. Però se tu sai che quelli sono i frigoriferi attraverso i quali questa materia vive quotidianamente, e allora perché, diciamo così, questa gran severità, ecco, rispetto magari al lavoro di altri, quando in definitiva, voglio dire, i metodi di conservazione del DNA alla fine poi abbiamo visto che non sono particolarmente diversi in un caso o nell’altro? Torno al ragionamento. Torno al ragionamento per dire appunto che cosa? Che questo risultato, questo risultato io, come dire, trovo conforto nel sostenerlo proprio in relazione al fatto che le parole, le spiegazioni, i chiarimenti che ha offerto il consulente che ho nominato, mi sembrano di interesse da questo punto di vista. E – ripeto – perché mi affido a quell’indicazione? Proprio per quello che dicevo dianzi. Mi ero un po’ perso dietro al discorso del frigorifero, ma ero già arrivato a questo punto. Perché per l’appunto, a scanso e al netto di una sorta di condivisione assembleare che si sarebbe in qualche modo formata su un pezzo di carta in relazione all’indicazione data dalla professoressa Vecchiotti, che evidentemente si rifiutò di approfondire questa traccia I, resta poi che cosa? Resta che correttamente e debitamente gli altri consulenti – e parlo di Novelli in particolare – cosa fecero? Controdedussero per iscritto in udienza, come si fa nelle perizie. Ma che è, la condivisione della decisione del perito? Ma come, il perito viene nominato dal Giudice e poi condivide un progetto? Ma che stiamo scherzando? Il perito fa le sue conclusioni, gli altri periti, se non sono d’accordo, fanno quello che si fa nelle perizie, cioè a dire si controdeduce per iscritto e in udienza si dice la nostra. Che è quello che Novelli ha fatto, spiegando per iscritto, davanti alla Corte, che non era d’accordo sul fatto di non fare quell’accertamento, e motivandolo anche oralmente questo dato. Allora io dico, pur non prendendo posizione sulla reciproca qualità professionale, ci mancherebbe altro, però dico, ecco, da questo punto di vista, che nel processo il dato che mi riviene dal consulente, seguendo il quale in definitiva si arriva poi al risultato che loro oggi hanno nelle mani, mi sembrerebbe – diciamo così – il dato di maggior peso, quello a cui ci si può con più fiducia affidare. E da questo punto di vista Novelli, che certamente ben conosce le prassi della doppia amplificazione, o anche della tripla... ma che pensiamo che la Scientifica non conosca le prassi della doppia o tripla amplificazione? E’ evidente che la Scientifica si orienta, ed era quella la norma in quel periodo, perché siamo in quel torno di tempo nel quale il kit ancora non evoluto - poi ne parliamo, perché a opportuna e fondamentale domanda del Presidente questo nodo è stato sciolto in tre parole da quel signore, da quell’ufficiale che stava lì seduto la scorsa volta, ecco, poi ne parliamo anche di questo – ecco, dicevo, non essendoci ancora questa nuova tipologia di kit, chiaramente, c’era la problematica, esisteva la problematica di sciogliere i nodi difficili di fatti omicidiari, non è che stiamo parlando magari di DNA estratto per vedere se uno ha rubato un motorino, anche per quello, ma ci sono anche gli omicidi. E allora questi fatti omicidiari vengono in qualche modo sciolti, quando il quantitativo è piccolino, evidentemente facendo quella che si chiama – e che si chiama tuttora credo, anche se magari oggi con le macchine moderne non c’è più bisogno – si chiama concentrazione, così si porta ai 10 ml, ai 10 microlitri, che è per l’appunto quel quantitativo che la macchina imponeva all’epoca, e su quello si cerca di tirar fuori qualche cosa di utile. Ma utile a mandare la gente in galera, casomai, non utile a vedere di impostare un ragionamento così, voglio dire, in astratto. Ma certamente, primo, evidentemente non sarà solo quello l’elemento; secondo, si tratta di apprezzarlo poi questo risultato. No? E’ evidente che una situazione del genere, quando fosse incerta, immediatamente farebbe dire a chiunque “quel risultato è incerto”, proprio perché ha quella genesi particolare. Ma noi non possiamo – come dire – buttar via l’acqua sudicia e il bambino, noi dobbiamo fare una considerazione attenta di quel risultato, e non lo possiamo, come dire, rapportare alle linee guida, perché le linee guida guidano, ma poi bisogna a sua volta che uno guidi. E il risultato qui, nelle parole non mie, nelle parole del professor Novelli, che io evidentemente qui scimmiotto, è un risultato sincero dal punto di vista genetico, è un risultato sincero perché al netto di quel problema dei 50 RFU, della soglia, che sono problematiche su cui vedo che neppure si è troppo insistito, perché evidentemente sono problematiche che si è capito che, essendo databili all’epoca con riferimento a quel tipo di macchinario, sono totalmente... insomma, siccome oggi il cosiddetto low copy number non si chiama più nemmeno così, si chiama in un altro modo, ecco, chiaramente ci siamo resi conto che effettivamente il dato importante, il dato sul quale va centrata la riflessione, al di là della soglia prudenziale, è proprio questa considerazione, quella che ormai abbiamo imparato anche noi, che siamo badilanti, orecchianti, e che magari di questa materia non ci occuperemo più da domani l’altro in poi, è diciamo quella importante considerazione che va fatta alla luce di una serie di elementi circostanziati, cioè a dire che sono direi almeno tre, per quanto io ho capito. Il primo elemento ci è dato dalla unicità del contributore, perché è evidente – no? – che queste problematiche intanto hanno un senso in quanto il profilo sia quello che tecnicamente di chiama “profilo sporco”, cioè un profilo sul quale altri segmenti genetici in qualche modo si affastellano e si incrociano, e quindi fanno sì che evidentemente l’analisi – drop-in, drop-out, stutter e compagnia bella – sia più complessa. E’ chiaro che questi aspetti si riducono quasi... diciamo vanno a picco sostanzialmente nel caso, o comunque si riducono, ora io non voglio dire parole esagerate che poi nella registrazione magari vengono riconsiderate e diventano l’oggetto magari di un ragionamento di ore, diciamo che comunque l’esistenza di un contributore unico, come è nella traccia 36B, il coltello, ecco, nel contributore unico, nel contributore unico certamente sono problemi che un po’ si riducono, questo evidentemente si capisce ed è abbastanza chiaro. Ma non c’è solo questo aspetto, c’è anche l’aspetto fondamentale del rapporto che sempre deve esserci in questa lettura, perché di questo si tratta, un rapporto chiaro – noi l’abbiamo capito, no? – tra i picchi, cioè tra i momenti in cui questo aggeggio oscilla, e il rumore di fondo. Cioè a dire, se questi momenti sono chiari e una macchina magari dell’epoca aveva ancora la capacità magari di essere più precisa.... più precisa... meno precisa e quindi più efficace con riferimento a queste situazioni un po’ più marginali e più difficili, ecco, se c’è chiarezza da questo punto di vista certamente non si potrà dire che è una chiarezza posticcia, che è una chiarezza inventata dal genetista che la legge o che magari, come dire, se la inventa. No, se c’è chiarezza c’è chiarezza. E una chiarezza, ripeto, è diciamo direttamente parametrata, questo loro lo hanno ben chiaro, credo, perché hanno sentito parlare delle difficoltà di analizzare un profilo sporco come quello della Knox sul punto di intersezione tra lama e manico, quindi hanno sentito dalla viva voce dei periti la differenza tra un profilo sporco, diciamo così, e uno pulito. Quindi questo l’hanno ben chiaro. Ecco, dico, se c’è chiarezza nei picchi, rispetto al rumore di fondo, è chiaro che questo dipende proprio dalla facilità con cui meglio si può affrontare il problema rispetto al contributore unico. Le due cose evidentemente in qualche modo vanno un pochettino insieme. Ora, penso che su questo si possa essere d’accordo. Il risultato qual è? Il risultato è per l’appunto quello che il consulente professor Novelli - preside e rettore di università, tra l’altro – ci indica, a conferma sostanzialmente del lavoro della Scientifica, che è diciamo l’individuazione di tutti i loci, o comunque dei loci sufficienti a ritenere certa l’identificazione, per l’appunto di Meredith Kercher. Cioè a dire, non stiamo qui ragionando di una macchina che ci manda risultati un po’ vaghi, e allora io capirei il problema, capirei – diciamo così – il dubbio. Dice: come, Pubblico Ministero, viene fuori un’unica amplificazione, e già siamo fuori rispetto alla regola scritta, al comandamento, e questo va bene, quindi già sei in purgatorio; dopodiché ci si sbatte anche dentro pezzi di DNA che non si capisce di chi siano... e quindi si deve fare un tipo di interpretazione che magari oggi si farebbe tranquillamente, perché coi kit nuovi – e di kit nuovi già si parlava negli anni che la Polizia Giudiziaria ha detto – forse questo tipo di accertamento sarebbe venuto una cosa meravigliosa, coi kit nuovi. All’epoca ovviamente si è dovuto fare con quel che c’era, e per l’appunto l’anno di svolta è proprio il 2009, come il Presidente ha ascoltato e come i signori della Corte hanno ascoltato. E qui siamo nell’anno precedente. E allora cosa succede? Che con quel tipo – diciamo così – di materiali questa risultanza è potuta venir fuori in modo così direi pulito, che è il contrario di sporco, vero, come diceva La Palice, in modo così pulito perché? Proprio perché era – diciamo così – una traccia chiara, una traccia che evidentemente non aveva quelle complicazioni che diversamente avrebbero determinato il fallimento di questa iniziativa. E allora io credo che, insomma, sia importante, ecco, tener conto di questo dato, che mi auguro che la Corte non svaluti, proprio richiamandosi al solo elemento che ci pone un po’ criticamente davanti a questo accertamento per questo problema dell’unica amplificazione, sia pure con doppia corsa. Un’indicazione, come dire, utile, secondo me utile a interpretare questo contesto, perché poi, voglio dire, sempre di problematiche un po’ di interpretazione si ragiona, utile diciamo a chiarire, a lumeggiare, a dare un’indicazione, ce la offre proprio la perizia che la Corte ha disposto. Perché dico questo? Perché i consulenti sono apparsi di una persuasività e di una preparazione e di una qualità assolutamente encomiabili, ecco, direi che da cittadino, ma direi anche da Pubblico Ministero, fa veramente piacere poter vedere come le nostre strutture di Polizia, evidentemente anche facendo quegli investimenti che appaiono, come dire, utili – no? – perché poi risolvere casi, vecchi omicidi irrisolti, sono cose che dal punto di vista anche dei risultati investigativi sono importanti, e quindi è bene che Carabinieri e Polizia si dedichino ed è bene che i Ministeri investano. E questo evidentemente, siccome non appartiene, come dire, al fine sociale dell’università, perché l’università non è fatta per risolvere i casi di omicidio, insomma, è fatta magari anche per svolgere attività genetica su altri campi, allora magari può darsi che gli approcci siano diversi e gli obiettivi siano diversi, i materiali diversi e i quattrini diversi. Questo cosa significa? Significa che abbiamo visto come due biologi, che poi a domanda hanno diciamo in qualche modo anche chiarito la loro carriera, siano in grado di dare risposte convincentissime su questioni che evidentemente astrattamente si potrebbero ritenere pertinenti esclusivamente al novero della docenza universitaria. Perché è questo il motivo per cui si è fatta una perizia a Perugia in grado d’appello, nel senso che è vero che costoro erano periti e non operatori di Polizia, però in realtà il dato per il quale si è ritenuto che ci fosse necessità di una perizia era anche in funzione del fatto che il risultato evidentemente proveniva, come dire, come risultato di Polizia da una struttura certamente ritenuta non all’altezza del compito. Questo mi sembra abbastanza chiaro. Ecco, diciamo, questi due convincentissimi periti, che la Corte ha mirabilmente individuato, direi alla fine hanno in qualche modo, rispondendo a una domanda di un Difensore, il quale sollecitava i periti sul terreno proprio del rispetto delle linee, del rispetto dei protocolli, diciamo individuava i profili internazionali, e la domanda era chiarissima, cioè voglio dire, era una domanda diciamo molto leale e molto trasparente nell’obiettivo processuale, era chiaro il discorso, no? Cioè, si trattava – come dire – di articolare una riflessione, di cercare di sondare questi periti, per arrivare a dire “guardi, ma voi rispettate certe regole, quali sono queste regole”, come dire... quindi, insomma, ottenere anche da una struttura di Polizia una sorta di indiretta considerazione negativa postuma rispetto a un accertamento fatto in un certo modo anziché in un altro. I periti in realtà questo discorso l’avevano già trattato nella loro consulenza, quando hanno detto che la traccia va amplificata almeno due volte - ovviamente è chiaro che l’hanno fatto con gli strumenti del 2013 e quindi, insomma, sono stati bravi, ma diciamo che avevano anche le condizioni oggettive per poterlo fare – hanno detto che la traccia va amplificata almeno due volte e hanno chiarito che questo profilo quantitativo, a domanda del Presidente hanno chiarito che questo profilo quantitativo evidentemente va sempre dosato con... che questa diciamo ripartizione va sempre dosata con attento riguardo alla possibilità di ottenere un risultato utile. Questo è evidente. La domanda del Presidente ha chiarito benissimo questo aspetto. Ma direi il Difensore ha voluto andare ancora oltre, perché evidentemente a lui premeva, come dire... ha parlato prima del Presidente, diciamo quindi la domanda era ancora più ambiziosa, nel senso che andava proprio a cercare di smascherare un errore, se errore c’era stato. Ecco, voglio dire, il perito non era diciamo nelle condizioni di fare valutazioni del lavoro altrui, e su questo punto correttamente direi è stato proprio stoppato, però un dato ce lo consegna, un dato che comunque sia è significativo valorizzare, non perché magari... ma proprio perché nasce in questa aula, no?, e quindi non è filtrato da letture e da cose disposte da... no, nasce qui, ed è un bel pezzo di verità, dal mio punto di vista, perché di fronte al problema della scarsa chiarezza di un certo risultato, in relazione a quelli che ormai abbiamo imparato anche noi a chiamare “fenomeni stocastici”, e quindi diciamo alla difficoltà di interpretazione, perché di questo si tratta; nel momento in cui io, diciamo, ho da lavorare su una traccia un po’ sporca, è chiaro che se non faccio almeno una replica di quella traccia, se non la suddivido almeno, evidentemente poi non posso fare tutte quelle integrazioni che, abbinando i vari criteri, l’ultimo dei quali è quello statistico che abbiamo imparato a conoscere, ci dà un determinato risultato. Ecco, però la premessa è evidentemente che ci sia la necessità di questa interpretazione, cioè a dire non sto dicendo che sia bene sempre fare in un certo modo, cioè a dire con l’unica amplificazione; sto dicendo che l’unica amplificazione può porre un problema di lettura, e quindi da questo punto di vista bisogna essere particolarmente critici nel momento in cui la stessa si va ad analizzarla, proprio perché è unica e non ha consentito quel tipo di integrazione. Però, ecco, ci dice il perito, se io faccio una analisi, cioè a dire una analisi, cioè non... una analisi, e ottengo un profilo chiaro e inequivocabile, non si parla di campione complesso e quindi non si parla di interpretazione. Ma mi sembra, diciamo, un ragionamento che, dico, a me... l’avrei fatto anch’io, ma insomma, il fatto che ce l’abbia fatto il biologo del R.I.S., che viene a chiarirci come e qualmente il DNA di Amanda Knox sia anche sul punto di giunzione tra lama e coltello, mi piace parecchio. Perché mi piace parecchio? Perché ci chiarisce come in definitiva, se il profilo è chiaro e univoco, perché non è chiaro e univoco questo nel momento in cui, insomma, un’autorità, come magari è Novelli, ma come in definitiva emerge anche da altre considerazioni, ci dicono che è proprio il classico profilo pulito, che non ha, diciamo così, interferenze e turbative, allora dico perché, se non è da interpretare è evidente che il dato dell’unica amplificazione io lo devo apprezzare, non posso cestinare per difetto, come dire, di rispetto di una determinata normativa. Nel senso, voglio dire... almeno questa è la mia valutazione. Poi, ripeto, è chiaro che la Corte, diciamo, se riterrà di cestinare questo dato ritenendolo non probante in quanto non aderente a determinati standard, ecco, sappia comunque che si tratta di quella che all’epoca, alle condizioni date, era una prassi degli organi di investigazione della fascia alta, la tripla A nazionale, la quale evidentemente, di fronte ai casi più scabrosi, certamente prima di rinunciare a qualunque cosa fa quel tipo di amplificazione che può portare a un certo risultato e a posteriori ne prende atto e la valuta. E’ chiaro che poi la valuta con gli occhiali e con i criteri indicati dal nostro perito, dal maggiore Barni, cioè a dire ci segnala che se il profilo è chiaro e inequivocabile il problema dell’interpretazione non si pone neanche. Quindi quell’esigenza che sta a monte di tutto questo discorso in qualche modo si sgonfia parecchio. Ecco perché ritengo, insomma, che di questa traccia si possa tenere conto. No si possa... si debba, dal mio punto di vista, tenere conto, e quindi già questo sia un elemento orientativo di quella che è la cosiddetta “arma del delitto”. Non c’è solo questo aspetto. Poi quando arriviamo a discutere della dinamica, almeno di quella che deve essere la dinamica compatibile con gli elementi, perché poi, come si diceva ieri, la dinamica degli omicidi, quando nessuno lo racconta e quando ovviamente la vittima è morta, resta sempre una dinamica, diciamo, di compatibilità, questo è ovvio; quindi quando andremo a discutere di questo ritorneremo sul tema del coltello, della sua tipologia e delle sue caratteristiche. Però interessava evidentemente individuarlo come plausibilissima arma del delitto alla luce di questo risultato sulla traccia 36B. Ora, questo punto però non basta, ecco, non è sufficiente, nel senso che c’è a questo punto anche da fare un’esigenza di chiarezza processuale, nel senso che certamente il risultato al quale i periti sono pervenuti, solo è un risultato importante, perché – ripeto – ci lumeggia direi su un dato significativo, cioè a dire che su quel coltello, oltre ad esserci il profilo genetico, “un buon profilo”, questa fu anche la parola che usò la professoressa Vecchiotti, “un buon profilo” di Knox Amanda in un punto del manico più proiettato sul lato della lama, ci lumeggia dicevo anche sul fatto che c’è un altro profilo, più complesso da leggere, che comunque i periti hanno mirabilmente individuato, che è il profilo della stessa Knox Amanda, nel punto di giunzione tra la lama e il manico, un punto un po’ più particolare, di cui poi daremo anche la nostra valutazione e certamente, diciamo, compatibile con un utilizzo del coltello da parte di costei. Si tratta di vedere che tipo di utilizzo. Ora, certo, voi ascolterete che si tratta di un normale utilizzo da cucina, ora magari poi ci confronteremo su questo discorso, però certamente, diciamo, questo riscontro ulteriore ci segnala la coerenza di un utilizzo di questo coltello da parte della Knox. E’ evidente. Allora io dico che se noi comunque dobbiamo unire questi due dati, l’uno coerente all’altro, con la presenza di un diverso profilo genetico sulla lama, quello trovato in quella maldestra rima della lama, a metà della lama, che è già un fatto anomalo in sé, che è un profilo genetico pulito, che comunque al netto delle problematiche, diciamo così, di ordine metodologico, guarda nella direzione di Meredith Kercher, allora che cosa significa questo? Significa quantomeno una cosa: che qualunque congettura, perché di congettura non può che trattarsi, che si debba fare sull’ipotesi di una qualche contaminazione, perché poi alla fine, diciamo, se loro leggono l’esito di questa perizia d’appello, insomma, questa, la contaminazione, è un po’ una grande madre che tutto contiene. Bene. Allora, qualunque congettura che si possa fare sulla contaminazione è smentita in radice, nel senso che questo coltello, che è uno dei passaggi topici di questa vicenda, è palesemente non contaminato, dal momento che certamente, diciamo, tutto ha una sua coerenza, no? C’è questo manico, c’è questo DNA che appartiene per l’appunto allo stesso profilo genetico di colei che stava già sul manico. Cosa c’è di più coerente di questo? Quale che ne sia stato l’uso. E poi c’è un profilo genetico diverso, che sta sulla lama. Perché che quello sia un profilo genetico è indiscutibile, non è che stiamo a discutere di questo, ovviamente, nessuno dice che si tratti di acqua marina, insomma. Ecco quindi, diciamo, come certe problematiche costruite un po’ così, diciamo, sulla sabbia mobile, poi un pochino si sgonfiano. Si fa un accertamento importante, un accertamento fatto ovviamente con la strumentazione che oggi è consentita, si ottiene un risultato, di cui poi analizzeremo il contenuto nel merito, ma certamente abbiamo questo tipo di risultanza. Ora, la contaminazione poi è da escludere per centomila altre ragioni, però, insomma, in qualche modo mi faceva piacere dire alla Corte come la perizia che la Corte ha dato abbia avuto proprio questo di significato, cioè a dire in qualche modo ha fatto una chiarezza straordinaria dal punto di vista della correttezza dell’operato di chi certamente quel coltello non può aver contaminato e direi, ascoltando le parole anche chiarissime del perito, in qualche modo ha illuminato anche il dato che a suo tempo la Polizia Scientifica raccolse. Che è un dato – vedano – che è un dato del 2008, quindi, diciamo, nella costruzione temporale, nella tempistica di questa materia, a rapida obsolescenza, il 2008 non è certamente la preistoria, perché, insomma, ripeto, questi temi sono nati molto prima, però è già un momento vecchiotto, ecco, per usare un verbo coerente al contesto, perché il 2008 diciamo è un momento nel quale le novità di questi kit, che poi hanno un rilievo mondiale questi kit, non è che, diciamo “io c’ho il kit, te ce n’hai un altro”... no, diciamo, si tratta di step, ecco, per usare il termine anglosassone che va tanto di moda, di step che la comunità scientifica internazionale a un certo punto confeziona, attraverso le aziende che evidentemente si occupano di queste tematiche, e arriva a un nuovo gradino. Nel 2008 stavamo al gradino precedente, quindi nella necessità investigativa di un servizio autorevole come è quello centrale di Polizia Scientifica, certamente il cosiddetto “low copy number” andava fronteggiato in quel modo. Punto. Punto. Poi è chiaro si fa il processo un po’ dopo, e diventa anche agevole in qualche misura confrontare le acquisizioni nuove con – diciamo così – la relativa preistoria dell’accertamento del 2008. E’ evidente. Sarebbe come se si venisse in questo processo a dire: “Scusa, Pubblico Ministero, ma perché parli del Giudice Istruttore, che non esiste più”? No? Ammesso che magari sia uscito di scena da poco. E quindi magari uno fa una figuraccia e dice: “Ma no, guarda, quello è un processo di vecchio rito”, quindi continua a parlare del Giudice che c’era all’epoca. E’ inutile stare a dire: “Sì, ma il Giudice Istruttore era un personaggio che stava a metà tra l’uno e l’altro”... va beh, se quello era il rito di allora, era quello, non c’è verso. E così hanno fatto i... e così è successo. E però non è successo solo questo, perché la tempistica, sulla quale il Presidente si è intrattenuto, diciamo, con grande attenzione e con grandissimo acume, è una tempistica che segnala qualcosa di diverso, cioè segnala che c’è un anno di svolta, il 2009, e che poi questo 2009 progredisce fino al punto che il 2011 è chiaramente un anno nel quale il kit nuovo non è nemmeno più nuovo, nel senso che a questo punto chi ce lo vuole avere ce l’ha, ecco, questa è la cifra del discorso. E allora io mi devo interrogare – no? – su questo aprioristico, direi quasi ideologico pregiudizio della professoressa Vecchiotti rispetto a questo utilizzo di un kit che magari in quel momento già esisteva, o che magari, forse, non lo so, lei magari non sapeva che esisteva, questo diventa un pochino – come dire – un discorso cerebrale che non mi interessa affrontare, nel senso che certamente, quale che sia stato l’approccio, si è trattato di un approccio sicuramente scientifico, che ha la sua pienissima dignità dal punto di vista scientifico, ci mancherebbe altro, ma io sto dicendo che è un approccio debole, che è un approccio insufficiente, che è un approccio che avrebbe già consentito in quel momento di ragionare su quella tracia I con risultati positivi perché la strumentazione era la medesima, e addirittura forse con risultati anche più chiari perché non si sarebbe perso il DNA che si è perso nel frattempo, conservandolo come le strutture universitarie consentono, con i loro modesti mezzi, di conservarlo. E invece perché non è stato fatto? Evidentemente perché l’approccio scientifico di questo insigne cattedratico escludeva questa cosa. E non mi si venga a dire, ripeto, che era una sorta di cosa condivisa, perché, voglio dire, chi non era d’accordo l’ha scritto e l’ha detto davanti al Giudice con una chiarezza assoluta, e ha fatto quello che si fa nelle perizie. Diciamo, il perito non va a raccogliere i consensi, non è mica... non siamo mica all’assemblea della bocciofila. Il perito va a dire la sua e, se non c’è consenso, il mancato consenso si scrive e si espone in udienza. E ci mancherebbe altro. Io non ho mai sentito dire, ecco, che si faccia quest’opera diciamo di raccolta, di censimento delle... no, per l’amor di Dio. E quindi questo è un dato. Però, ecco, questo aspetto della datazione, che è pacifico, assolutamente pacifico, direi è un altro bel pezzo di verità di questa storia, è un discorsino che poi, nelle controdeduzioni del professor Tagliabracci noi troviamo riportato, perché il professor Tagliabracci censura per prima cosa proprio... cioè, censura... fa una sorta di difesa d’ufficio della collega Vecchiotti, perché dice “no, in effetti eravamo un po’ tutti d’accordo”, quindi, ecco, fa un po’ il testimone – no? – il testimone di questa sorta di anomala visione congiunta, assembleare, della decisione, che poi la professoressa trasferisce nelle conclusioni, perché diciamo... o comunque nella motivazione della sua relazione. Salvo poi, diciamo, determinare le conclusioni totalmente antitetiche dei consulenti. Non è che i consulenti fanno spallucce. No, scrivono, scrivono parole chiare per dimostrare il loro dissenso. Ecco, in questo caso invece abbiamo una sorta di testimonianza – come dire – a sostegno da parte del professor Tagliabracci, che dice “no, s’era tutti d’accordo”. Sulla datazione però il professor Tagliabracci richiama una serie di acquisizioni di produzioni scientifiche importanti, fatte diciamo da autorevoli personaggi internazionali, dei veri e propri totem della genetica mondiale. Però in realtà il professor Tagliabracci questi qui li cita con riferimento all’adozione del metodo statistico, quindi, diciamo, dal punto di vista del risultato a cui è giunto il R.I.S., in realtà, diciamo, ecco, quello che è importante è che era proprio lo strumento che si utilizzava all’epoca che era già – come si è capito – quello che era disponibile nel 2011. Semmai, ecco, queste citazioni poi mi danno il destro per un argomento che svilupperò quando si parlerà del gancetto, perché sono citazioni interessanti da questo punto di vista. Poi, per concludere, ecco, sulle doglianze del professor Tagliabracci, c’è un richiamo alla socializzazione dei dati, che sarebbe avvenuto in tutte le perizie meno che nel caso dell’accertamento tecnico fatto dalla dottoressa Stefanoni, che in realtà francamente è un pochettino improprio in riferimento alla professoressa Vecchiotti, che certamente fece una quantificazione, ma poi non mi risulta che abbia fatto analisi sue, se non censurare quelle degli altri. Quindi, diciamo, cosa mai avrà potuto socializzare? Ecco, quindi anche da questo punto di vista mi sembra che la posizione sia – come dire – un pochettino, ecco, poco rispondente. Come è poco rispondente anche, diciamo, questa lamentela che c’è sulla mancata consegna dei cosiddetti “controlli” da parte della Stefanoni in occasione dell’accertamento. Perché dico questo? Perché in effetti io poi ho verificato insieme all’ispettore Boschi queste cose, perché insomma, quando ti trovi queste botte così, parate, diciamo, a ridosso della discussione, tu vai subito a... ecco, in realtà mi pare di aver trovato invece – poi la Corte controllerà, e mi scuso se il riferimento non è pertinente, mi pare di aver trovato invece che questi controlli furono – diciamo così – consegnati, in quanto si trattava di materiale consegnabile; i controlli furono consegnati, in sede se non sbaglio di udienza preliminare... insomma, di GIP, in sede di indagine preliminare. Loro troveranno anche proprio il documento di consegna, eccetera, eccetera. E quindi, ecco, francamente trovare un discorso così sparato... certo, c’è una scusante, che il professor Tagliabracci è entrato nel processo successivamente, perché in sede di indagine il professor Pascali era il consulente di parte Sollecito, quindi effettivamente può darsi che magari il professor Tagliabracci, che pure ha scritto con il professor Pascali le linee guida di cui tanto si parla, quelle del 2007, tuttavia magari non avesse piena contezza, ecco, di quello che può essere successo. Ma questo non è... non gliene faccio una colpa. Voglio dire che probabilmente non si tratta, ecco, come dire, dell’an e del quantum(?) del processo, se addirittura non si sa che è stato consegnato questo materiale che invece risulterebbe consegnato al suo predecessore. Vuol dire che tanto importante questo materiale non doveva essere. Ecco, questo mi fa di dire. Dove invece si è posto un problema, su cui la Difesa Sollecito è tornata più e più volte, è in questa ultima trincea, ecco, delle inadempienze della Stefanoni, la consegna famosa dei raw data, che noi abbiamo potuto a malapena capire cosa sono, per arrivare poi a concludere, poi ognuno può dire la sua, per l’amor del cielo, siamo qui apposta per imparare, per arrivare a concludere che si tratta – come dire – di messaggi che la macchina sputa, e che inserisce tra l’altro in una cartella, nella quale sono inseriti tutti questi messaggi che quella macchina produce, nel senso che quella macchina – voglio dire – costicchia, non è una macchina usa e getta, quindi tutti i raw data che quella macchina sputa vanno tutti a finire in questa cartella, e quindi non sono, come dire, in un certo senso scorporabili dalla macchina. Sono magari a disposizione per chi li vuole vedere, e siccome la dottoressa Stefanoni, nelle stesse parole della professoressa Vecchiotti, che dirà a verbale, loro lo potranno leggere, che poi ha ottenuto dalla Polizia Scientifica tutta la collaborazione che serviva, e che non ha quindi lamentato alcuna mancata consegna di alcunché, certamente questi raw data sono, come dire, visionabili sulla macchina, o almeno così lo erano all’epoca, via, non stiamo ora a... ma quello che è interessante è che poi sono quegli elementi grezzi su cui si applica il famoso software, per cui in definitiva, alla fine, quando noi parliamo di lettura di DNA, e più volte capita di farlo nei processi, noi sappiamo che il genetista, il biologo, evidentemente legge che cosa? Legge – diciamo così – quel prodotto finale, i famosi picchi, che poi danno vita agli alleli e compagnia bella, che non sono altro che il risultato della applicazione di un software, ma di un software che io non posso – diciamo così – valutare criticamente, perché è il software che tutti si applica in quel momento e che è costruito proprio per sviluppare, da quel dato grezzo che la macchina produce, il risultato leggibile da parte del genetista, su cui poi si apre il dibattito, perché si tratta di vedere se è sporco, se è pulito, se è chiaro, se non è chiaro, e compagnia bella. Quindi mi pare, ecco, che queste doglianze dell’ultimo momento, ecco, in qualche modo tradiscano un pochino tutte una sorta di approccio – come dire – un po’ diciamo non strettamente conducente rispetto al tema della causa. Più che altro guardano alla prospettiva di volere in qualche modo continuare a ritenere plausibile un risultato, quello della perizia della professoressa Vecchiotti, che francamente a me pare che vada un pochino riconsiderato, a questo punto. Perché? Perché nel momento in cui tu ti contrapponi, per ragioni ovviamente di tipo scientifico, alla non lettura di una traccia che in quel momento hai tutte le condizioni per poter leggere, eh, sant’Iddio, allora, voglio dire, io trovo che questa sia – come dire – un’inadeguatezza un pochettino grave, trovo che questa sia – come dire – una cosa che dal punto di vista del genetista equivale a dire, dice “la sai fare la divisione a due cifre”? “No”. Absit iniuria verbis. Per l’amor di Dio. Voglio dire che però non posso non sottolineare la gravità di questa cosa. Quindi anche l’esempio, che può sembrare un po’ irridente, è un esempio – voglio dire – che deve essere chiaro anche per i signori Giudici Popolari, rispetto a quello che io considero un fatto grave. Eh, perbacco! E allora, proprio nella forza dell’esempio, io dico: se non sai fare magari quella determinata operazione, magari non ne sai fare neanche un’altra; non sai il più, non sai nemmeno il meno. Ecco, questo è il concetto. Quindi un errore... insomma, una inadeguatezza di questo calibro, che è quella contro cui i periti – diciamo così – si schierarono, almeno il Novelli, e anche diciamo il perito della Parte Civile, si schierarono in modo compatto, e che poi viene risolta, diciamo, con la stessa strumentazione che in quel momento era disponibile. Eh, insomma, in qualche modo, voglio dire, indubita nel suo complesso. Tutte le considerazioni anche di perplessità sulla traccia della lama, tutte le considerazioni in punto di contaminazione, al netto di tutto ciò che si è detto, per quanto riguarda la contaminazione, e di ciò che ancora dovremo dire. Questo mi sembra il dato che emerge in modo chiaro. E quindi anche questo è un altro – diciamo così – tramite per il quale si perviene a ritenere che quella traccia, direi analizzata secondo metodiche di Polizia che in quel momento erano assolutamente normali per i casi di quello che allora si chiamava low copy number, cioè i famosi 10 microlitri concentrati. Ecco, quindi tutto questo levarsi di scudi sul fatto che nel 2008 si ebbe l’improntitudine investigativa e scientifica di fare questo qualche cosa, da parte di chi? Da parte di una persona che nel 2011 non controlla la traccia I avendo gli strumenti per farlo. Uè, andiamoci piano, eh? Andiamoci piano. Ogni cosa deve avere la sua – come dire – collocazione dentro al processo, nel rispetto delle singole competenze. Io non sto dicendo nient’altro che non che si è trattato, a mio parere, di una inadempienza che in qualche modo indubita, ecco, completamente lo scenario scientifico che la professoressa Vecchiotti nella sua consulenza ci consegna, e direi quindi in qualche modo indubita un po’ anche, diciamo, come dire, il corredo di coloro che a un certo punto sono ora tutti protesi a ritenere che costei comunque abbia fatto un buon lavoro. Eh, perbacco! Ecco perché dico che il problema dell’attendibilità certamente è un problema relativo, da porre in relazione alla singola vicenda processuale e quindi da collegare a quella che è la risultante del processo. Non sto parlando di attendibilità professionale in generale, per carità, tanto di cappello alla professionalità del professor Tagliabracci, però, voglio dire, la devo valutare e rapportare a quello che si conviene. Quando poi parleremo del coltello e andremo a discutere della posizione del professor Torre, io so bene che discuto la posizione di un eminente medico legale, però so bene anche qual è il tipo di domanda, di esigenza che questa consulenza deve fronteggiare e quindi la valuto criticamente. Torre certamente non esclude niente nel suo ragionamento, mette tutte le cose a posto, perché è una persona diciamo sicuramente di alta professionalità. Però poi è la lettura che mi appare meno convincente dal mio punto di vista del requirente. Però non voglio ora raffazzonare elementi. Era per dire come poi questi argomenti vanno un po’ tutti trattati con questo aspetto, sennò il Giudice non sarebbe il perito dei periti.

Accanto a questo tema quindi del coltello, del quale insomma più o meno credo di aver detto grosso modo tutto, salvo ciò che poi dovrò dire quando si va a ragionare delle modalità del fatto, accanto dicevo a questo tema del coltello c’è poi l’altro tema importante del gancetto. Il tema del gancetto ci porta su un contesto diverso dal punto di vista genetico, no? Mi fa un po’ ridere, perché io di genetica sinceramente a luglio non sapevo nulla, e insomma, effettivamente ecco... evidentemente è più facile dell’inglese, ecco, perché magari, insomma, da luglio a ora, giusto se sei un ragazzo sveglio impari l’inglese; magari neanche la genetica eh, però insomma, qualche cosa “per far finta di” alla fine ti resta in mente. Ecco, il gancetto. Il gancetto è diverso, perché il gancetto è una traccia mista, che però non è low copy number, o come cavolo si chiama adesso. Cioè a dire è un problema di più contributori, un problema quindi che pone quel tipo di problematica del drop-in, del drop-out e degli stutter, cioè a dire tutte quelle situazioni confuse nel gancetto esistono perché esiste la doppia presenza, se non addirittura segmenti di altre presenze. E quindi la lettura si presenta complicata non per il fatto che il gancetto è... il DNA è poco, tant’è che qui le censure che si sono fatte rispetto al coltello non ci sono. Qui la censura è di lettura, unita poi alla censura, ovviamente, che è quella che tutto contiene, di contaminazione. Ma teniamoci ora bassi, cioè sulla censura di lettura. Ora, intanto il R.I.S. ci conferma una cosa importante, no? Che proprio diciamo... che su queste tracce miste ci si può orientare, senza eccessivi traumi, no? Il fatto di essere arrivato a individuare la traccia di Knox in quel punto particolare, nel quale c’era un po’ una confusione di segmenti di altre presenze genetiche, certamente è un indicatore per dire che anche le tracce miste sono analizzabili. Anche qui noi abbiamo un’analisi che io devo ancora una volta ricondurre alle risultanze del consulente che ho nominato, che mi sembra che anche in questo caso concluda con nettezza per un risultato certo di questa situazione, e quindi diciamo individua in modo certo la presenza dell’imputato Sollecito su questo gancetto. La Vecchiotti no. La Vecchiotti no perché certamente si fa carico della possibilità – c’è proprio... io leggevo anche ieri il suo verbale davanti al Giudice – rispondendo alle domande si fa carico della possibilità della compatibilità, e ne ammette la compatibilità, però nel momento in cui la ammette – diciamo così – la pone in un quadro di numeri che, diciamo, in un certo senso indubitano la conducenza di questo dato, e poi, diciamo, tiene il riferimento al cromosoma Y, all’Y, all’aplotipo Y, come un riferimento sostanzialmente sganciato dal primo, quindi diciamo esclude qualunque forma di valutazione un po’ combinata, e quindi diciamo perde – credo io che questo sia il problema – perde un po’, come dire, il contributo offerto dalla possibilità di unire questi due elementi e quindi di fare un dosaggio statistico serio di questa cosa, per cui gli restano questi due passaggi e manca un risultato finale, diciamo, non solo convincente per quello che ha detto lei, ma anche convincente in assoluto. E’ questo il passaggio che certamente fa dire alla Vecchiotti “sì, sì, c’è compatibilità ma è troppo vaga”. E questo è curioso - no? - se uno pensa che noi stiamo ragionando in questo processo della presenza del DNA di Guede nella vagina della vittima, su cui poi evidentemente costruiamo il titolo di responsabilità principale di Guede, dal punto di vista della sua colpa... diciamo della sua responsabilità primaria nel reato in questione, e ne discutiamo di questa cosa in relazione alla presenza dell’aplotipo di Guede, no? Non è che lì, diciamo, si fa riferimento al profilo. No. Il dato certo di questa estrazione è l’aplotipo. Allora, insomma, quindi diciamo tutto si regge – e c’è una sentenza passata in giudicato ormai, quindi siamo a posto – tutto si regge... no? E’ come se fosse una piramide rovesciata, tutto si regge sull’aplotipo di Guede nella vagina della vittima. Questo stesso aplotipo però nel momento in cui è quello di Sollecito, perché è pacificamente quello di Sollecito, diventa un dato così, di vaghezza assoluta. E voi sapete cos’è, no? L’aplotipo è quella cosa che non ti identifica specificamente, dice che sei un maschio, non ti identifica specificamente perché ci può essere una stirpe alla quale tu appartieni che abbia il medesimo aplotipo. Eh, benedetto Iddio! Ma, voglio dire, forse questi dati vanno messi insieme. E in effetti mi torna utile proprio il ragionamento fatto dal consulente professor Tagliabracci, il quale, nel supremo tentativo di salvare questa perizia Vecchiotti, fa una serie di richiami di tipo scientifico a produzioni che in effetti sono successive al 2011, però mi pare che riguardino specificamente problematiche inerenti all’utilizzo del metodo statistico, come se questo metodo statistico fosse – diciamo così – appartenesse a una fase successiva. Ecco, voglio dire che la presenza, comunque sia, comunque sia, quale che sia stata... perché lui lo fa dicendo “sì, povera Vecchiotti, però insomma, comunque sia magari all’epoca questo metodo ancora”... Ho capito. Diciamo, ma se il risultato è comunque quello, non è che qui stiamo dando il voto alla perita nelle sue conclusioni; stiamo vedendo se quel risultato in punto di certezza probatoria è spendibile. Ecco, che sia spendibile ce lo dicono esattamente gli stessi scienziati che egli nomina nella sua relazione, perché io poi ho chiesto un po’ conto, per orientarmi, perché Dio mio, ti arriva tutta una spaparanzata di roba, ecco, e viene fuori sostanzialmente che questo autentico guru della materia, il professor Peter Gill, è per l’appunto un signore che è membro della Società Scientifica Internazionale di Genetica Forense, che, diciamo, in un convegno romano dell’aprile del 2012, che è più o meno coevo, loro vedranno, alla pubblicazione che il professore ha citato, diciamo, dà per pacifica, dalla lettura della traccia sul gancetto, la presenza di Sollecito. Ma lo stesso fa anche il professor Balding, che è dell’Istituto Genetico dell’Università di Londra, in un saggio successivo, del luglio del 2013. Perché, chiaramente, quando mi si mettono di mezzo questi nomi inglesi e queste autorità, io devo in qualche modo cercare di orientarmi. E queste sono le risultanze. Cioè a dire, la presenza di Sollecito sul gancetto, che già – diciamo così – era stata, come dire, mirabilmente individuata in illo, e poi contestata dalla professoressa Vecchiotti proprio per le difficoltà di integrare questi dati, e quindi evidentemente di fatto viene un po’ difesa dal collega Tagliabracci proprio perché dice “va beh, ma queste problematiche sono nate un po’ dopo, ecco perché il R.I.S. oggi si può far bello con queste problematiche, perché sono cose successive”. Ecco, questi signori, che questi aspetti hanno coltivato, alla luce di queste cose che il professor Tagliabracci indica, sono gli stessi che in convegni e in relazioni danno conto della presenza del Sollecito su questo gancetto, in occasione di importanti riunioni e saggi. E allora, voglio dire, che cosa sto dicendo? Sto dicendo che va scusata la professoressa Vecchiotti per magari non aver tenuto conto di queste evoluzioni che già nel 2011 si prospettavano, dove comunque il kit nel 2011 era già migliorativo. Ma tanto il gancetto non ti interessa, perché il gancetto è stato già analizzato prima. L’hai solo dovuto valutare. Quindi devo scusare la valutazione poco coerente della professoressa Vecchiotti perché, poverina, ancora gli studi di Gill, quello stesso che ci dice che il Sollecito sta sul gancetto, non avevano raggiunto questa maturità. Okay? Ma io posso farla questa operazione, per l’amor di Dio, posso farla. Ma allora però non posso – diciamo così – censurare in modo severo e feroce il risultato a cui già nel 2008 il Servizio Centrale di Polizia Scientifica era pervenuto. Eh, perbacco! Questo è il dato, questo è il dato. Il dato poi si completa con una riflessione conclusiva, o meglio, sono ancora tre le riflessioni, con una riflessione - poi Presidente le chiederò dieci minuti proprio di orologio – con una riflessione conclusiva sul tema della contaminazione. E’ un tema evocato nella consulenza d’appello più e più volte, perché in definitiva viene utilizzato un po’ come una sorta di collante negativo, cioè a dire tutto è, non contaminato, è astrattamente suscettibile di essere stato contaminato per il mancato rispetto di certe regole. Mi chiedo se tra queste regole ci sia anche un frigorifero che funzioni come deve funzionare, però questo è solo – come dire – un fuori onda, diciamo così. Ecco, ma volendo ragionare di contaminazione bisogna intanto ragionare di come la Cassazione ci impone di ragionare di contaminazione, e la Cassazione ci impone di ragionare di contaminazione in un certo modo, cioè a dire esclude la categoria giuridica della contaminazione presunta, esclude la categoria giuridica della contaminazione presunta e ci dice che evidentemente di contaminazione si può ragionare nel momento stesso in cui la stessa, la medesima, diciamo, sia desumibile da un determinato contesto. E questo contesto ci è dato da due indicatori, cioè dal momento in cui un determinato reperto viene rintracciato, dalla situazione in cui viene rintracciato e trovato, e dal momento in cui il contesto viene analizzato. Il rintraccio di questi oggetti, di questi due oggetti, è un rintraccio sicuramente diverso: più chiaro, più netto quello del coltello, c’è addirittura la persona che ci dice “lo misi, lo imbustai subito appena trovato e tutto”; più difficoltoso, obiettivamente, quello del gancetto. E però è lì che scatta... il problema a quel punto io non l’ho risolto, nel senso che dice “va beh, il gancetto è trovato dopo... fine”. Eh no. Il problema parte da lì, non è quello il punto di arrivo del problema. Da lì mi parte il problema. E quindi, al di là diciamo delle considerazioni che io ho letto sul fatto che su questo punto magari c’è un dato della Cassazione mal riportato, cioè sul fatto che la casa rimase comunque sotto sequestro, quando magari invece fu oggetto di un paio di ispezioni. Eh, però resta il fatto, signori, che se io devo immaginare che su quel gancetto in quantitativo apprezzabile ci sia il DNA di Sollecito, ecco, io non posso pensare a un DNA di Sollecito che veleggia in quella casa; devo pensare a un trasporto in concreto di quel DNA, a un contatto in concreto, un contatto che non ritrovo, come presenza dell’imputato Sollecito, in nessun altro... diciamo, non solo in nessun’altra parte della casa, ad eccezione del mozzicone, in cui ci sono tutti e due, ma in nessun’altra parte neanche del contesto nel quale è stato trovato, che stava sotto quella specie di pannolano, con un calzino vicino. Non c’è traccia. E allora, diciamo, che cosa ci segnala questo dato? Ci segnala una cosa importante, che è quella che la Cassazione ci dice, cioè a dire che la contaminazione puntiforme, per così dire, cioè la contaminazione proprio ad usum, o è un reato, nel senso che qualcuno va proprio lì... tacchete, però il reato insomma è una cosa un po’... neanche in astratto lo devo immaginare, per la verità, se non ho elementi, perché se lo immagino in astratto è una calunnia, e allora questo non è; oppure è un ossimoro, direi, dal punto di vista biologico. Ecco, la contaminazione puntiforme è un ossimoro biologico, nel senso che evidentemente non c’è possibilità di immaginarla, perché se io contamino devo avere quantità di cose da contaminare, non ha sento che possa contaminare per l’appunto un oggettino che sta lì nascosto. Certo, io che faccio il Pubblico Ministero, che indago, mi posso lamentare di una Polizia che magari me lo lascia lì, ma non perché sia contaminato, perché si perde anche quello che c’è, perdinci! E quindi evidentemente – diciamo così – qui è successo l’incontrario, cioè a dire che quello che c’era è stato effettivamente trovato, nonostante il tempo trascorso. Ma che contaminazione si può immaginare se in quel contesto di Sollecito non c’è traccia? Come ci si arriva? Da parte di chi? In che modo? Ma che scherziamo? La Cassazione poi indica anche che sono stati fatti dei controlli, e li ha fatti proprio per l’appunto il consulente del Procuratore Generale, che è andato a visionare, a verificare, e ha potuto apprezzare come e qualmente quel reperto, entrambi i reperti, furono esaminati in un certo giorno, in un certo contesto. Ecco, non è che quel giorno in quel contesto emersero chissà quante Meredith e chissà quanti Sollecito. No. Venne fuori la Meredith, nei termini in cui noi condividiamo quel risultato, su quel coltello, e venne fuori, in un altro giorno, in un altro contesto, il Sollecito su quel gancetto. Quindi, voglio dire, non è che, diciamo, quel giorno tutto contaminò tutto. Assolutamente no. E allora, voglio dire, il mero sequestro ritardato del reperto, che non abbia nessun altro indicatore obiettivo di contaminazione, nei termini in cui la contaminazione va immaginata per dargli concretezza, sennò evidentemente da questo punto di vista, vedano, se noi portiamo... come dire, se massimizziamo questi ragionamenti, allora noi, diciamo, non si possono... il rispetto di tutte le regole non si potrà mai avere dal punto di vista del progetto ideale, quello che magari piace al professore che facciano gli altri. Quindi noi dobbiamo confrontarci col dato concreto, perché quello è il dato investigativo, che poi diventa, se lo merita, prova del processo. E il dato concreto ci dice che questa ipotesi di contaminazione è una brillante ipotesi che però degrada a congettura quando non ci sono elementi che minimamente convalidino questo dato. Ci sono evidentemente, in queste situazioni particolari, anche proprio dei percorsi che dal punto di vista scientifico vengono svolti e che in una materia che ha questo livello di obsolescenza così immediata, ecco, sarebbe come se effettivamente... no sarebbe come, è come per noi, modesti operatori del diritto, non so chi magari segue la materia tributaria un pochino, io che faccio il Giudice alla Commissione Regionale, ecco, devo dire che a volte si ha difficoltà a seguire la materia, insomma per il modo in cui... ecco, voglio dire, diciamo, per un certo momento la genetica è stata un po’ la tributaria... no la tributaria quella... diciamo il diritto tributario del campo medico, cioè in questo rincorrersi di problematiche. E allora può capitare, può capitare di essere in qualche modo in ritardo, può succedere. Ma il problema è che questi ritardi non debbono determinare conseguenze processuali così gravi e così rilevanti. Vedano, io avevo un po’ letto qualche cosa e quindi ho voluto diciamo acquisire un po’ i dati, no? Per non parlare diciamo a casaccio. E quindi mi sono fatto mandare gli atti processuali che riguardano queste situazioni. Ecco, vengo a verificare, per esempio, che un problema di attendibilità della risultanza, della risultanza processuale, emerge in una vicenda rilevantissima, dal punto di vista della sua gravità e del suo contenuto, anche proprio dell’impatto processuale, che è il processo dell’Olgiata, che è un fatto nel quale... ce l’abbiamo queste carte noi? Ecco, per non parlare così a casaccio, perché insomma è sempre bene... che è un fatto nel quale, a seguito di una consulenza che il Procuratore Aggiunto di Roma ebbe a dare alla nostra stessa consulente d’appello, venne fuori sostanzialmente un risultato per cui quel soggetto che a seguito di un supplemento di consulenza successivo è stato rintracciato come profilo genetico su un determinato asciugamano, e che poi, ingabbiato per questo, l’ha pure confessato l’omicidio Filo Della Torre, ecco, quel soggetto all’esito di questa perizia, che giudicò questo accertamento non utile per approfondimenti, fu archiviato in un primo momento, o qualcosa del genere. Ma insomma, gli atti sono qui. La sostanza è che questo signore, che era... diciamo, si trattava di comparare il profilo genetico trovato... insomma, un certo risultato trovato su un certo... su un asciugamano, non mi ricordo... insomma, nei confronti di due persone, non in generale estranee; no, si trattava di dire: vedi se non trovi Alfa o non trovi Beta. Non furono trovati e quindi questi in qualche modo uscirono. Ecco, successivamente sono coloro i quali, a seguito del supplemento di indagine tecnica fatto dal R.I.S. dei Carabinieri, questo stesso R.I.S. di cui tanto bene si è parlato fino a ora, ecco, diciamo, individuano il profilo genetico di questo filippino, non si fa offesa a nessuno, perché pover’uomo, lui è detenuto per questo, l’omicidio l’ha confessato, viene evidentemente accusato dell’omicidio a buon titolo. Quindi, diciamo, ci sono sicuramente in questa materia delle difficoltà dal punto di vista proprio diciamo di gestire la cosa. Quindi, quando queste difficoltà emergono non è che vadano demonizzate, ci mancherebbe altro. Il rispetto per il consulente che può avere preso in questo caso queste risultanze, evidentemente è un rispetto che rimane intatto, sul pian personale e tutto quello che volete; però sul piano professionale io non posso legarmi a queste situazioni, e magari non tenere conto del risultato che già nel 2008 la Polizia Scientifica, che, ripeto, non è, così, voglio dire, un qualche cosa che sta in piedi per miracolo, è, insieme al R.I.S., oggi, e insieme all’Università di Firenze, l’unico laboratorio certificato. Ma certificato in base alla normativa internazionale, non certificato in base alla Provincia, il che vuol dire che è l’unico laboratorio, insieme agli altri due, che oggi è in grado di produrre elementi che quando mai dovessero essere implementate e costituite queste banche dati, è l’unico organo che è in grado di incrementarle queste banche dati, ha l’autorità scientifica per dire “quel profilo genetico deve stare in banca dati”. Questa cosa oggi la fa solo la Scientifica, la fanno i Carabinieri del R.I.S., non tutti e due, l’altro la sta chiedendo, e, diciamo, l’Università di Firenze. E insomma, cosa vogliamo dire? Che è stato, come dicevo all’inizio, un crescendo per cui dice “nel 2008 era una banda di scalzacani e oggi sono diventati professori”? No. Certamente c’è, come dire, una professionalità che permane e che oggi fa diventare questa struttura un’eccellenza del Paese. E vogliamo stare a ragionare, in un modo che mi sembra anche francamente fuori luogo? In questa consulenza dell’Olgiata la professoressa Vecchiotti era, diciamo, affiancata da un altro consulente. Perché ve ne parlo? Non certo per allargare l’ambito, ma per l’amor di Dio, però è un nome che vi trovate nella causa, quindi è necessario che io... voglio dire, voi troverete uno scritto di questo professore, quindi bisogna che questa cosa io, insomma, ve la lumeggi, proprio nella prospettiva che ho detto, nella limitatissima prospettiva di costruire un profilo attendibile sul piano della credibilità. Cioè, il professor Pascali, coautore con l’esimio professor Tagliabracci delle note linee guida del 2007, è stato consulente in questa causa fino all’indagine preliminare, e io ho trovato un suo scritto. Il professor Pascali, diciamo, condivide, come dire, la responsabilità di questa consulenza nel processo dell’Olgiata, ed è, così, incidentalmente, anche la stessa persona che una problematica simile l’ha dovuta sopportare in un’altra notissima vicenda nazionale, che è l’omicidio di Elisa Claps, per la quale anche lì vi sono atti processuali, che mi sono permesso di acquisire, sentenze, sentenze almeno d’appello, nelle quali si fa riferimento a problemi non di poco conto, che riguardano che cosa? L’attendibilità di un certo risultato. A questo mi fermo. Punto. Voglio solo dire... dice: perché ti intrattieni così tanto? Perché voglio mettere le cose al posto giusto, cioè a dire voglio non salvare un risultato, come dire, investigativo perché ci tengo. No. Voglio anche posizionare le persone nel posto nel quale debbono stare. E io credo che anche al netto delle considerazioni del professor Novelli, diciamo, la Polizia Scientifica è bene che stia in una certa posizione di questa gerarchia, di questa graduatoria. Io la voglio questa classifica, e mi piacerebbe sentirla leggere nella sentenza, perché è giusto che sia così. Stiamo parlando di un risultato ottenuto nel 2008 con gli strumenti del 2008 e convalidato oggi da autorevolissimi scienziati del settore, che sono quegli stessi che vengono citati per dire che la professoressa Vecchiotti è in buona fede, nel momento in cui non ha ancora potuto alimentarsi dal punto di vista della tecnica, del metodo statistico, perché il metodo statistico è successivo. Di qualche mese poi, non di cent’anni. Le chiederei dieci minuti di sospensione, Presidente.
AN:
Allora, sono le undici e trenta, riprendiamo a un quarto a mezzogiorno esatto, un quarto d’ora per...

(SOSPENSIONE)

AN:
Bene. Possiamo iniziare, allora.
AC:
Grazie, Presidente. Ecco, completato questo excursus sulla parte genetica, quindi su questo aspetto del processo che ha un rilievo, diciamo, alla luce delle considerazioni svolte, in relazione proprio alla possibilità di attribuire una significatività a due elementi, cioè a dire il DNA della vittima sulla lama del coltello, per modo che lo stesso si prospetta come l’arma del delitto, e la individuazione, nell’ambito del DNA misto presente sul gancetto, del profilo di Sollecito. Questi due elementi sono indubbiamente elementi che sul piano della prova hanno una loro quasi autoreferenzialità, nel senso una loro consistenza quasi, per così dire, autonoma, no? Però non dobbiamo dimenticare mai che siamo arrivati stamani a ragionare di questi temi a seguito di quegli approfondimenti della giornata di ieri, che hanno condotto ad una convergenza indiziaria – e lo ripeto, diciamo così, solo per comodità di esposizione, non perché dubiti che loro abbiano presente questo dato – una convergenza indiziaria che ci orienta nei confronti dei due imputati come soggetti presenti sul luogo del commesso reato, per le ragioni che ormai sappiamo e che loro, diciamo, hanno capito che il Procuratore Generale sostiene con convinzione. Questa capacità orientativa degli elementi indizianti individuati ieri nella loro convergenza complessiva, si sposa con queste risultanze, che evidentemente sono già importanti, molto importanti in sé considerate, ma voi capite bene che anche se dovessero essere per avventura ritenute parzialmente – magari, come dire, diciamo così – meno convincenti, lo stesso avrebbero una loro efficienza causale dal punto di vista della prova, proprio perché, diciamo, si arriva a queste non ex abrupto, ma si arriva a queste andando ad approfondire due aspetti che ci conducono per l’appunto uno proprio alla vicenda personale della vittima, però partendo dall’abitazione di uno degli imputati, e quindi dalla disponibilità che costui, o costei, avevano di questo coltello, col quale pare che la Knox fosse particolarmente imparentata, se è vero come è vero che c’è DNA suo addirittura in due parti dello stesso; e il secondo di diretta pertinenza del Sollecito, in un contesto molto specifico, del quale tra un attimo ci occuperemo. Quindi voi capite bene che – voglio dire – ancora una volta questa esigenza di lettura correlata, di lettura combinata, che è il suggerimento prescrittivo che la Cassazione ci consegna, non è che ci stiamo noi in qualche modo inventando qualche cosa ad uso e consumo di questa vicenda processuale. No. Noi stiamo cercando di lavorare nella prospettiva del dosaggio attento che degli elementi indiziari si deve fare alla luce della sentenza che ci ha consegnato il dovere a voi di giudicare e al sottoscritto di proporre una richiesta in questo processo. Quindi, anche quando ora tratteggerò il profilo del fatto, certamente, come dicevo dianzi, lo farò avendo riguardo non all’ambizione diciamo di fare una fotografia della vicenda - l’ho detto dianzi e mi ripeto – perché la fotografia della vicenda certamente non appartiene ad un processo nel quale quelli che si ipotizzano essere stati presenti, a partire da Guede, raccontano altre cose, nel senso due non raccontano nulla, salvo che una – come si è visto – spiega insomma di avere ricordi onirici di questa storia, questa è una. Quindi abbiamo un imputato silente, che dice di essere stato a casa sua a fumarsi una canna davanti al computer; un’altra che dice di avere ricordi onirici e che accusa una persona di cui è ben consapevole che è innocente; e poi il terzo che racconta le cose che sapete, cioè a dire “sono arrivato a casa”... eccetera, eccetera. Ma comunque di Guede parleremo poi alla fine della requisitoria e quindi è inutile che anticipi. E quindi il fatto, il fatto, e quindi le modalità del fatto. Ripeto, in questa necessità di valutare la presenza di elementi che in qualche misura costituiscano – come dire – un quadro di compatibilità di questo fatto rispetto a quanto io ho dedotto, a quanto è presente, a questo DNA che ho trovato e quant’altro.

Allora, diciamo, introduco in modo proprio minimale quello che ritengo essere il contesto obiettivo, per quanto si trae dalle indicazioni dell’Ufficio Centrale Crimini Violenti, che è un’altra struttura un pochino particolarmente rilevante del nostro Servizio Centrale di Polizia, quella alla quale si devono queste brillanti tavole nelle quali si riesce a capire tutto in un nanosecondo, che ci segnala in sostanza che cosa? Due cose, fondamentalmente: la localizzazione di questo orrendo crimine, cioè a dire un orrendo crimine perpetrato in quello spazietto abbastanza minuscolo... minuscolo poi... insomma, diciamo così, non grande, che sta tra il letto della stanza della povera Meredith Kercher e l’angolo della stessa, dove c’è, diciamo così, da una parte il muro e dall’altra l’anta dell’armadio. Si direbbe a Firenze “tra l’uscio e il muro”. Questo è l’omicidio Kercher, tra l’uscio e il muro. E, diciamo, questa situazione, vedano Giudici, non direi che vada sottovalutata, perché è significativa di un dato, che mi sembra proprio clamorosamente emergente, cioè a dire l’idea di un qualche cosa che fin dall’inizio tradisce proprio, come dire, ha le stimmate, ha il DNA, per usare un termine a cui ormai siamo avvezzi, dell’aggressione fisica perpetrata in danno di qualcuno, perché non c’è nessuna parentela con un altro tipo di iniziativa, proprio anche per la localizzazione stessa del fatto criminoso. Vedano, se noi dovessimo ritenere che questa vicenda in qualche modo – voglio dire – si accompagna a qualche cosa che è iniziata e poi degenerata, ecco, non ha senso rispetto a questa collocazione, ma non ha senso rispetto a una serie multiforme di altri elementi e tutto sommato è anche poco rilevante, ma direi nel rispetto – diciamo così – della verità dei fatti, non ha senso rispetto a questa collocazione, perché vedano, diciamo, per esempio, tanto per dire, c’è un letto totalmente intonso, e normalmente, insomma, dico, perché negare che quello possa essere diciamo il luogo di elezione di un qualche cosa? Quindi, ecco, siamo invece in questo pezzettino di spazio che sta tra il letto stesso, tra l’anta e la parete. Ecco, in un punto che in questa stanzetta della ragazza costituisce proprio, come dire, il punto finale, il punto più lontano rispetto alla porta, e già in qualche modo, come direbbe Totò, ho detto tutto, no? Nel senso, dove la stanza finisce, oltre non si può andare. E qui cosa troviamo? Troviamo un dato significativo direi, un dato significativo che è quello degli schizzi di sangue, gli schizzi di sangue che troviamo orientati nella direzione dell’anta dell’armadio e qualcosa anche sulla parete. E questo è importante, è importante perché, diciamo, gli schizzi di sangue quali sono? Evidentemente sono lo sbuffo della ferita grande, no? Perché un sangue schizza se ha quella potenza che gli viene dal fatto che la ferita grande tocca un vaso importante e dal vaso parte lo schizzo. E quindi gli schizzi sono significativi diciamo di che cosa? Siccome il sangue esce dal collo, di quale era la posizione della cervice della ragazza, della testa della ragazza. E la posizione della testa della ragazza quindi, diciamo, è comunque sopraelevata rispetto al terreno, perché proprio troviamo schizzi in una direzione che ci dimostrano come questa testa fosse più in alto. Ora, lì abbiamo un paio di ricostruzioni plausibili, poi altre se ne sono, come dire... su altro hanno incrementato anche altri periti, ma insomma, ecco, direi che è estremamente plausibile che, alla luce anche delle altre emergenze, cioè le digitopressioni, i lividi sulla parte esterna e quant’altro, che evidentemente la posizione fosse una posizione della testa eretta, che è, diciamo, per le ragioni anche che dirò, immaginabile essere quella, diciamo così, prona a quattro zampe nei confronti della parete. Perché la posizione alternativa che consente la testa eretta, diciamo, propone degli sbuffi che, diciamo, diventa difficile immaginare che possano andare dal collo verso l’anta, che sarebbe tergale rispetto alla nuca. Quindi, insomma, per quel che può servire al processo, io faccio per ambientare il fatto, ma non stiamo parlando di elementi a mio parere decisivi, anche se diciamo da questa ricostruzione poi si possono trarre delle indicazioni. Ecco, però questa posizione, che è quella patrocinata per l’appunto dall’O.A.C.V., che insomma queste cose le fa di lavoro e quindi un po’ se ne intende, è quella che mi appare più correttamente riferibile. Certamente non ha nulla a che vedere con la posizione nella quale la povera Meredith viene ritrovava, perché, come voi sapete, la Meredith viene trovata supina, più sul lato del letto, ma quella è chiaramente una seconda posizione - no? – perché, come voi avete visto, ci sono due macchie di sangue, quella che sicuramente si determina nel momento in cui il colpo viene inferto, e quella che poi scaturisce dal ribaltamento del corpo della ragazza. Che si sia trattato di ribaltamento è abbastanza agevolmente desumibile dal fatto che praticamente poi c’è una mano insanguinata che percorre l’interno dell’anta, e quindi quello sembra proprio il movimento che si crea nel momento del ribaltamento. Ma d‘altronde, voglio dire, le macchie sono due, e quindi, diciamo, è un dato obiettivo, ecco, che ci siano queste due posizioni: la prima quella determinatasi al momento del colpo, al momento del quale la testa quindi era comunque eretta, e questo ce lo dice obiettivamente lo schizzettìo sull’anta; e la seconda pozza, determinatasi al momento del rovesciamento. Perché questo rovesciamento ha una sua valenza, perché noi sappiamo anche che poi la ragazza è stata dopo, diciamo, ulteriormente svestita, no? E questo lo deduciamo chiarissimamente dallo stato del suo reggiseno e dallo stato della felpa, perché felpa e reggiseno sono stati trovati non sul corpo della Meredith, ma erano sicuramente presenti all’atto dell’accoltellamento perché gli schizzi che noi troviamo sul seno nudo della Meredith e sulle coppe del reggiseno sono univoci nel dimostrare che lo schizzettìo dal collo colpì sia il seno che il reggiseno, quindi evidentemente anche il reggiseno in quel momento, sia pure calato a fini, diciamo così, di apprestamento di questa violenza sessuale, certamente era comunque sul corpo della ragazza. Poi arriveremo a dire che era stato tagliato in più punti, ma questo è un problema successivo. Idem avviene per la felpa, la quale evidentemente, siccome non è disagevole, in una situazione del genere, magari togliere, anche per la posizione, togliere le parti basse del vestiario, tant’è che troviamo le mutande e i pantaloni un po’... in quella piccola zona, buttati lì da una parte. Ho letto di un consulente che, nella prospettiva di dover – come dire – ragionare sulla possibilità che la Meredith fosse parzialmente svestita, il che in qualche modo agevolerebbe la ricostruzione di un fatto che non ha bisogno di una pluralità di autori, perché questo poi è il dato fondamentale della storia, ecco, parla – se non ricordo male – di pantaloni diligentemente posizionati, ritrovati in una posizione... eccetera. Ecco, i pantaloni diligentemente trovati e posizionati sarebbero questi cenci qui, buttati così, malamente, da una parte del letto, evidentemente proprio a smentire categoricamente questa ricostruzione. Quindi pantaloni e mutande levati un po’ così, all’impronta, e buttati da una parte. Il resto, più difficile da togliere, perché si tratta di passare dal collo, e quindi insomma dalla testa, quindi questo richiede una collaborazione che certamente la ragazza non era interessata a dare, e poi è in netta antitesi con quella posizione che noi abbiamo detto, che evidentemente esclude la possibilità di sfilare. Tant’è vero che noi troviamo appunto un reggiseno tagliato – e poi ragioneremo a lungo di questo discorso – tagliato in più punti, e troviamo poi anche, dicevo, una felpa, insieme alla canotta, certamente tirate su, se è vero come è vero che anche la felpa, pur non trovata – come dire – più addosso alla ragazza, ha quell’intrisione di sangue formidabile sul lato della ferita grande, che sicuramente non può che derivare dal sangue fuoriuscito e trattenuto dalla felpa su quel lato. Questo è sostanzialmente il contesto. Ma è un’apparecchiatura preliminare del ragionamento, perché poi il ragionamento diciamo si sposta su tematiche che sono più intrinseche rispetto a quello che – diciamo così – è il problema del processo. Certamente, come dicevo dianzi, è un contesto particolare come collocazione, no? Insomma, è – guarda caso – come dicevo, l’angolo finale di questa stanzetta, insomma, il punto in cui siamo, come dicevo dianzi, più lontani dalla porta. Ed è certamente, in tutte le sue modalità, questo un contesto che è abbastanza facilmente esplicativo di un comportamento aggressivo. Dove si possa mai ricavare, ecco, un’ipotesi, sia pure marginalmente... in grado di essere marginalmente ipotizzata, di una sorta di – sia pure marginale, iniziale – condivisione, questo viene proprio difficile a spiegarsi, viene difficile a spiegarsi e nella considerazione direi di tutta una serie di emergenze del povero corpo martoriato di questa ragazzuccia, di cui ora diremo, che sono una serie di emergenze gravissime, a cominciare da quella che a mio parere è più significativa sul piano anche della suggestione - però quando dico “suggestione” non voglio essere accusato di parlare a vanvera; diciamo, sul tipo di ciò che può suggerire il dato, “suggestione” in senso letterale - e cioè a dire la zona sottomentoniera e della bocca, che è per l’appunto la zona in cui poi in definitiva questo omicidio si viene a consumare. Ecco, quella zona lì, sottomentoniera e della bocca, presenta lividi bilaterali. Ora, i signori Giudici sono tutti, diciamo, come dire, anche avranno tutti loro figlioli, o comunque loro stessi avranno avuto... insomma, il livido normalmente fa parte di una botta, no? Insomma, la partita di calcio, dice “ho portato”... “c’ho il livido”; oppure magari anche il battere così, su un pezzo di... insomma, il livido richiede una botta. Allora è chiaro che per potersi ipotizzare un livido da pressione significa evidentemente che bisogna immaginare una pressione di una certa consistenza. Loro hanno presente questo dato, immagino. Ma questo dato si coniuga con la presenza all’interno della bocca di altre emergenze, che segnalano proprio un contenimento forte, perché ci sono delle lacerazioni interne alla bocca di Meredith - capito? – e queste lacerazioni non fanno parte di cose che siano derivate da un coltello. No. Sono puramente e semplicemente l’intento fortissimo di tenere questa ragazza a bocca chiusa, di bloccarla al collo e di impedirle evidentemente di fare che cosa? Quello che poi risulta da terzi che abbia fatto, cioè di esplodere in un urlo formidabile. Allora, diciamo, l’urlo non è tanto il dato di prova che io traggo dalla testimone; è il dato che riscontro leggendo il corpo martoriato di questa povera figliola. Cioè a dire, quando vedo che bocca e collo sono contenuti in un modo così feroce da lasciare addirittura lividi e lesioni interne, voglio dire, immagino che veramente in quel momento si stia effettuando una pressione fortissima proprio per evitare che costei in qualche modo possa dare in escandescenze e urlare. Allora possiamo noi immaginare che una situazione di questo tipo magari si possa accompagnare – come dire – ad una libertà di movimenti nelle altre parti del corpo di costei, tanto più nella prospettiva di un’aggressione fisica che traguarda poi a una violenza, qual è quella che viene perpetrata? Cioè, possiamo immaginare che mentre sulla bocca, sul collo e quant’altro, diciamo così, si va a compiere questa furibonda azione violenta, il resto delle parti del corpo di Meredith siano libere di muoversi in un senso o nell’altro? Oppure non è più ragionevole immaginare evidentemente che ci sia stata l’esigenza di un contenimento complessivo? Che io poi leggo, leggo sul corpo della vittima, perché trovo sulla parte esterna del gomito destro anche qui lividi da digitopressione, sulla parte sinistra livido meno pronunciato, sempre sulla parte esterna, ma esistente, che però si accompagna al fatto che il polso di Meredith è serrato, il polso sinistro evidentemente, è serrato dalla mano di Rudy, tant’è vero che lì c’è il DNA di Rudy; il quale Rudy poi ha il proprio aplotipo, e non si discute che sia lui, nella vagina della ragazza. Quindi già voi cominciate a individuare, dovendosi immaginare... insomma, prospettare un contenimento complessivo, che effettivamente ha una sua legittimazione sul piano logico e storico, se io penso a come costei viene trattenuta, diciamo così, al collo, alla bocca e quant’altro. Già questo fatto che Rudy abbia una mano impegnata nell’offendere sessualmente, lo rende certamente il soggetto meno plausibile ad essere armato di coltello. Ci sono anche lesioni della ragazza sulle gambe, e quindi certamente una posizione, che evidentemente, per essere compatibile con questa aggressione sessuale, non può che essere posteriore, mal si sposa alla possibilità che magari con l’altra mano questo armeggi con un coltello, che poi sarebbe, diciamo, nella nostra ricostruzione, ovviamente, diciamo così, in termini proprio logici, il coltello da bistecca di casa Sollecito. Quindi, dico, che ci azzecca Rudy, di cui poi diremo come riteniamo che sia arrivato e perché, con quel coltello? Niente. E quindi, diciamo, in questa dinamica dobbiamo poi aggiungere almeno altri due elementi significativi, cioè a dire quando noi diciamo che costei era trattenuta perché non urlasse, perché non desse in escandescenze, tant’è vero che poi l’urlo arriva e guarda caso arriva una coltellata feroce alla gola... eh, insomma, perdinci ragazzi... e quindi dico, quando immaginiamo questo contesto, e da questo deduciamo la necessità di un contenimento complessivo, che in definitiva siamo in grado di leggere sul corpo della povera Meredith, ecco, quando diciamo questo noi abbiamo diciamo due indicatori significativi: uno generico e uno specifico. L’indicatore specifico è che la ragazza non presenta... e qui coltello, coltelli, insomma, poi diremo quanti riteniamo che fossero, però comunque armi bianche ce n’erano; e perbacco, non troviamo una ferita da difesa? Questo significa che evidentemente... sapete cosa sono le ferite da difesa? E’ quando una persona evidentemente cerca in qualche modo di difendersi, avendo le mani libere, rispetto ad un coltello che incombe, no? Se uno vede un coltello, la prima cosa che fa, cerca di levarselo dalle zone pericolose. E questa era una zona pericolosa, evidentemente. Qui non ce n’è traccia di ferite da difesa, perché poi diremo che tali non sono le punzecchiature alla mano destra che troviamo tra le due dita, diciamo indice e medio, se non sbaglio, e poi all’interno del palmo della mano destra. Quelle non sono ferite da difesa, nella nostra visione delle cose. E questo è il dato specifico. A cui si accompagna il fatto che Meredith non ha nemmeno niente sotto le unghie, quindi non ha nemmeno fatto a tempo a dire a qualcuno, dice “oh”... a graffiare qualcosa. Allora, se io devo pensare che questi elementi facciano parte di una condivisione, non mi sta bene, perché allora cosa ci fanno i lividi sui bracci, sulle gambe, nella zona sottomentoniera? Che è, condivisione quella? No, quello è contenimento complessivo che l’assenza delle prove della possibilità di reagire mi conforta e mi riscontra. Non ci sono ferite e non c’è nulla sotto le unghie. E poi perché devo ipotizzare... perché posso ragionevolmente ipotizzare questo discorso dell’urlo, del fare l’ira di Dio per cercare di liberarsi da questa situazione terribile in cui si era venuta a trovare questa ragazzina? Perché stiamo palando, nella nostra ricostruzione dei fatti, per quello che fino a qui si è detto, e direi anche il discorso del gancetto ha una sua conducenza, e se ne è già parlato, di persone che conosce. Cioè a dire, se per ipotesi fosse entrato veramente questo sconosciuto, diciamo questo del Circo Orfei che magari è riuscito a salire fino al secondo piano di questo... fino al primo piano di questo appartamento e poi è entrato dentro, ha fatto tutta questa sceneggiata di far finta di rubare e non ha rubato, e poi l’ha presa, l’ha... ecco, forse di fronte allo sconosciuto del Circo Orfei, che magari sarebbe stato anche un soggetto persuasivo dal punto di vista muscolare – no? – per fare tutte queste cose, magari, diciamo, è plausibile... no? Ieri c’era la giornata del femminicidio, eccetera, e quindi, diciamo, su questo tema si è potuto fare una riflessione. Ecco, in un caso del genere, di fronte a uno sconosciuto, è anche plausibile che la persona offesa, che non sa fino a che punto questa progressione possa andare, a un certo punto mantenga una situazione prudente, no? Cioè a dire, diciamo, siccome, voglio dire, il bene ultimo è la vita, uno questa vita cerca di salvarla anche – come dire – accondiscendendo rispetto a uno sconosciuto. Ma vi potete voi immaginare quale può essere la reazione di una ragazzuccia che si trova messa in mezzo da questo sciaguratello, che andava a giocare a basket col fidanzatino suo o con l’amico del fidanzatino suo nel campetto lì vicino, e - nella nostra visione delle cose – dai due imputati, una dei quali era la compagna... era la vicina di stanza? Vi potete immaginare se questa situazione sarà stata come oggetto di un atteggiamento, come dire, prudente, oppure non sarà stato il massimo dell’escandescenza? Meredith Kercher, che quella sera era totalmente sobria, era anche una ragazzina molto sportiva, a quanto risulta; aveva addirittura fatto anche un corso mi pare di boxing, kick-boxing, qualcosa. Quindi potete voi pensare che non abbia avuto proprio diciamo il massimo dell’esplosione da un punto di vista fisico, nel momento in cui si rende conto che la cosa sta degenerando in questa prospettiva un po’ maniacale che la conduce a rischi enormi? Quando poi vede spuntare coltello, coltelli, quello che è? Poi ci arriviamo. E allora è evidente, sant’Iddio, che c’è una necessità. O noi ipotizziamo la condivisione? Ma di che? Oppure dobbiamo immaginare che effettivamente c’è un’esigenza di contenimento che non è, come dire, una presa, diciamo così, occasionale, per tempi successivi, no? A un certo punto arriva evidentemente poi nel momento in cui poi c’è questa cosiddetta penetrazione, diciamo, in quella forma che abbiamo visto, diventerà massima in quel momento. Ecco, c’è un contenimento che deve essere necessariamente totale, altrimenti qualcosa di più significativo in questo povero corpo martoriato noi dovremmo trovare per immaginare una reazione. Quindi o c’è un margine di condivisione, o ci dev’essere reazione. Se non c’è né l’uno né l’altro, c’è contenimento totale, che è quello che in realtà leggo, non è che sto – come dire – vagando nelle nebbie di una ricostruzione possibile. No, è quello che leggo. Quindi noi abbiamo già in qualche modo, da questo punto di vista, segnalato che c’è una emergenza in questa situazione che ho detto, che è quella che una mano di Rudy impegnata nella penetrazione già in qualche modo ci ridimensiona parecchio Rudy nella prospettiva di essere detentore di una qualche arma bianca, perché insomma, voglio dire, penetrare con la destra, in qualche misura rende abbastanza plausibile - o con la sinistra, ma diciamo, lui era destrimane, per cui insomma, la mano più plausibile è quella - ecco, rende più plausibile che insomma la sinistra fosse in qualche modo orientata in questa opera di contenimento in zona. Non per nulla troviamo sul polsino il suo DNA. Ecco che Rudy in qualche modo ci orienta già nei confronti di uno che è difficile che potesse avere un coltello in mano. Molto poco probabile. E allora il problema che questa maledetta causa propone, è quello di distribuire questi coltelli, uno o due che essi siano. Ora, se il coltello arma del delitto è quello su cui troviamo il reperto 36B, cioè quello che poi ha dato luogo allo sbrano che ormai tutti disgraziatamente conosciamo, perché ci siamo affezionati a questa bimbetta da morta proprio attraverso questa immagine terribile; ecco, dico, se il coltello è quello lì, certamente i coltelli sono due, no? E’ evidente. Perché il secondo coltello è quello che penetra sulla destra, diciamo la rimetta che c’è, la fessuretta che c’è sulla destra, che in qualche modo parla un po’ da sola del fatto che si stia parlando di un coltello piccolo, di un coltellino. Diciamo, la larghezza è minima, si approfonda per quattro centimetri, quindi, insomma, diciamo, l‘esperienza ci dice che siamo di fronte a un coltellino piccolo. L’altro invece è uno sbrano certamente compatibile con il coltello grande. Su questo ragionamento di compatibilità si sono spesi non fiumi di inchiostro, sarebbe troppo, ma pareri anche autorevoli, per arrivare a sostenere che effettivamente, o che la chiami compatibilità, o che la chiami non incompatibilità, come ti pare, fatto sta che insomma, diciamo, questo sbrano qui è più compatibile certamente – anche a occhio, dico io – con un coltello grande rispetto al buchetto. Se poi, voglio dire, il coltello grande è quello che ha sopra il reperto 36B, allora diciamo il problema si risolve da solo e non si pone nemmeno. Però, ecco, vorrei liberarmi subito di un argomento che è importante, nel senso che, diciamo, ovviamente si è molto lavorato sulla possibilità di poter attribuire la stessa arma, di poter ricondurre entrambe le ferite alla medesima arma. E’ comprensibile questo, perché più aumentano i coltelli, più aumentano le complicazioni difensive, è naturale, direi automatico. E allora, diciamo, se intanto i coltelli sono uno solo, tanto più se si tratta di un coltello compatibile con la ferita piccola, allora il coltello che contiene il 36B è già fuori gioco. Io lo ribalto, questo ragionamento, ovviamente, no? E’ proprio perché quel coltello contiene un profilo genetico che mi indirizza verso questa poverella che penso che sia quello che è penetrato qui. Però mi devo far carico delle obiezioni, perché stavolta, diciamo... stavolta... non questa volta, anche in altre volte, ma insomma nella circostanza specifica, vengono diciamo da una perizia importante, da una perizia del professor Torre, quindi, insomma, certamente persona la quale deve essere tenuta in conto nel momento in cui fa delle considerazioni. Allora il professor Torre cosa di dice fondamentalmente? Ci dice che certamente la ferita piccola non ha parentela col coltello grande, perché nel momento in cui approfondo il coltello grande di quattro centimetri automaticamente allargo lo sbrano ad una misura ben superiore. Quindi devo fare il ragionamento opposto, cioè devo spostare il coltello piccolo nella ferita grande. Io c’ho già un coltello grande che secondo me è – come dire – titolato. Tenetelo ben presente, ce l’ho già un coltello su cui posso ragionare. Quindi sto ragionando di un’ipotesi – come dire – alternativa, possibile, un pochino diciamo incongrua, se io ho davanti la foto che voi conoscete bene, un pochino incongrua, diciamo così; però comunque, voglio dire, non la posso respingere al mittente purché sia. E allora mi conviene analizzare le parole del consulente che espone questa possibilità, questa versione, per vedere se lì dentro, diciamo, ci sono gli spazi per svolgere un minimo di critica. Ora, la critica non al professor Torre, che è un eminente cattedratico, ma insomma, comunque sia la critica in generale, che si fa sempre ai medici legali; non che facciamo noi, noi anzi, noi Pubblici Ministeri siamo i più ferventi estimatori di medici legali, perché ci danno normalmente delle soluzioni, delle indicazioni; la critica che gli altri medici fanno ai medici legali è evidentemente quella di dire “va beh, bella forza, voi controllate la gente quando è morta, gli fate tutte le violenze possibili e poi date delle soluzioni e ci venite a dire a noi che s’è fatto male le cose precedentemente”. Questa critica, che sembra eccentrica rispetto al ragionamento che sto facendo, in realtà è una critica che in qualche misura, diciamo, ha una sua conducenza, perché un po’ questo avviene anche nel momento in cui il medico legale, volendo fare una valutazione di stretta osservanza delle sue competenze peritali, un pochino in qualche modo finisce un po’ per dimenticare il contesto in cui la vicenda si è determinata, lo scenario in cui la vicenda va collocata, alla luce di che cosa? Alla luce delle altre emergenze del processo, nel senso che magari il processo offre delle indicazioni che magari possono in qualche misura anche smentire. Allora, il professor Torre, che evidentemente è ben consapevole che un coltello piccolo per lavorare all’interno di questa ferita deve aver lavorato tanto, recupera questa possibilità che abbia lavorato tanto individuando determinati risultati, ma sono, come dire, situazioni molto opinabili, non è che egli ha l’imprudenza di suggerircele come cose sicurissime, però, insomma, dà un’indicazione, dà un’indicazione nella quale dice “siccome all’interno ci sono delle parti più molli, che sembrano essere state oggetto di una qualche movimentazione, questo può far ritenere che si sia trattato di un coltello piccolo che si approfonda per comunque otto centimetri, quindi stretto ma lungo, il che vuol dire che l’altro è entrato per un range minore della sua lunghezza, che si approfonda stavolta di più e che sfruzzicando ottiene questi risultati lesivi interni”. Bene. Però la premessa, e direi anche la correttezza del professor Torre, ci consegna questo dato: la ferita maggiore, seppure abbia margini netti, insomma questo dato, io, diciamo, capisco, come dire, la voglia di in qualche modo contenerlo nell’avversativa – no? – nella incidentale avversativa, cioè a dire “seppure abbia margini netti”... eh, perbacco! “Seppure abbia margini netti” non è un dato, come dire, contingente; è a mio parere un dato rilevantissimo, nel senso che voi capite bene che una cosa è se io approfondo un coltello che abbia la capacità di fare questo sbrano, praticamente, e cioè un coltello più grosso, che magari quando entra, proprio nel momento in cui entra, è talmente grosso che può creare quelle situazioni che magari si individuano nelle parti molli. Ma se io questo servizio lo faccio con un coltello molto più corto di quello, che praticamente viene ad essere qualche cosa come la metà di quello, diventa un pochino complicato che in un momento in cui questa ragazzina certamente, voi l’avete visto, è tutta bloccata, c’ha i lividi di sotto, di sopra e dentro, cosa fa? Certo, se io magari ce l’avessi morta, mi viene facile, lo entro dentro, tricchete, e ho bell’e fatto la ferita a margini... o fammi una ferita a margini netti mettendo dentro un coltellino piccolo e facendo venire uno sbrano che è il doppio della lama! Non è semplice, signori. Diciamo che si può ottenerlo questo risultato in rerum natura, ma mi sembra diciamo un passaggio molto meno plausibile che non pensare che questo sbrano si sia verificato con un coltellaccio... con un coltellaccio... con un coltellone grosso, che ha una lama coerente allo sbrano. Poi, se devo dire che è anche... che può essere una lama che è la metà di quella, lo posso dire – ripeto – in astratto. Ma trovo difficoltà a collegarlo alla situazione di una testa che sicuramente sarà stato difficile tener ferma in quel momento, proprio nel momento in cui, diciamo... quando sarà successo, no? E poi ci arriviamo parlando del dolo e tutto il resto. Questa viene tenuta ovviamente ferma qui, non per... non per ragioni di libido sessuale, ma perché non berci. E allora, quando scappa un urlo, insomma, ovviamente comincia a diventare un fatto che non riguarda più soltanto l’interno della... ma riguarda la possibilità che qualcuno senta, non è che siamo in aperta campagna. Certamente, Perugia, siamo in un punto particolare della città, ma – come dire – con case di fronte, di lato, da tutte le parti. Quindi, insomma, un secondo bercio certamente è poco tollerabile. E quindi che reattivamente arrivi questa coltellata ha un suo perché. Allora in un contesto di questo tipo pensare che questo coltello, che si approfonda per otto, abbia questa lamettina di uno e mezzo, che è quella che si deve ipotizzare per immaginare che sia lo stesso dell’altra ferita, che riesce a fare la ferita... ad avere i margini netti? Ripeto, ci sta tutto, in rerum natura ci sta tutto. Disgraziatamente le ferite non sono bossoli, non ci trovo il triangolino maligno delle Rifle H22 del cosiddetto “Mostro di Firenze”. Le ferite, diciamo, possono essere tutto e nulla. Però se devo ragionare in termini di plausibilità, i margini netti mi danno il senso, tac, di una coltellata, presa e data, non di una ferita, che avendo... diciamo, essendo data con un coltello piccolo, poi rende necessario uno spostamento, che certamente qualche segnale sui margini un po’ lo lascia, perché è il punto più caratteristico dove l’arma entra. Ma questo discorso lo faccio perché mi preme farmi carico di contro dedurre rispetto a un argomento che viene da un consulente, del quale diciamo va apprezzata la qualità. Non è mica che Torre dice “fa finta che i margini netti non ci siano”, o dice “margini quasi netti”. No. Mi pare... ora noi s’è copiato qui, ma s’è copiato la perizia, vero?
IB:
Sì.
AC:
Ecco. No, siccome Boschi ha fatto questa schedetta sulla perizia, io volevo essere sicuro che queste erano le parole. Non è che giochi con le parole il professor Torre, dice “margini netti”. E d’altra parte, voglio dire, insomma, o che lo dica o che non lo dica, eccoli. E allora, diciamo, la plausibilità che una ferita a margini netti come questa venga da quel coltello, che ha per l’appunto quella emergenza genetica, diciamo raggiunge livelli quasi di certezza, in questa prospettiva. E quindi, diciamo, è questo secondo me il dato che ci consegna questa situazione, cioè a dire un contenimento complessivo importante, molto consistente, del corpo della ragazza, reso necessario da questo fatto che costei certo non può essere minimamente – come dire – dubitata e sospettata di remissività, e d’altra parte non ha nessun tipo di segnale di aver potuto, diciamo così, tenere un qualunque comportamento alternativo, qualunque comportamento di resistenza le è stato precluso, ciononostante ha segnali invece di contenimento complessivo. O perché mi devo arrovellare il capo a dire che si è trattato di un qualcosa di progressivo, quando è così chiaro che il discorso è andato come è andato? Però in realtà cosa ci interessa a noi? Ci interessa mettere i coltelli - perché a questo punto dobbiamo ritenere evidentemente che i coltelli siano due, perché la ferita a margini netti non può venire dallo stesso coltellino che ha fatto quella punzecchiatura dall’altra parte – in mano a qualcuno. E abbiamo già visto come la penetrazione di Rudy con la destra rende abbastanza complicato ritenere che egli possa essere stato l’accoltellatore di un qualche cosa, perché – diciamo così – una mano impegnata in quel gesto, insomma, segnala l’esigenza anche proprio operativa, diciamo, che l’altra in qualche misura sia coerente. E questi... ripeto, questi due coltelli lavorano nella prospettiva che ho detto, lavorano nella prospettiva che ho detto, di fatto uno da una parte e uno dall’altra rispetto al collo della ragazza. Ora, se appartengono a... diciamo, se sono diversi, e quindi necessariamente appartengono a mani diverse, è incongruo che siano tutti e due dalla stessa parte, no? Diciamo, è assolutamente più pertinente e logico che siano uno di qua e uno di là. Direi, non ha senso immaginare un’aggressione con due coltelli diversi, in mani diverse, tutti e due dalla stessa parte. Che discorso è? Quindi evidentemente è più ragionevole immaginare che l’aggressione sia – come dire – duplice. E poi c’è però il dato sul quale evidentemente il discorso va poi un po’ indirizzato, no? Perché, diciamo, questo arrabattarsi, giustificatissimo, questo cercare di indubitare il lavoro della Polizia Scientifica a livello genetico, questo ragionare di contaminazione, questo gancetto che, come abbiamo visto, ormai, come dire, rimanda in modo quasi ormai a livello di dato internazionalmente riconosciuto, conclama l’esistenza del DNA di Sollecito? Ecco, quindi perché evidentemente il gancetto viene tagliato, non viene strappato. Su quelle fascette, lato destro, c’è altro DNA anche di Rudy. Evidentemente quindi si è posto un problema di svestizione, evidentemente, dal mio punto di vista si è posto un problema di svestizione e questo problema è stato risolto in che modo? Tagliando il gancetto. I gancetti, essendo un capo femminile, le signore lo sanno, sovrammontano da destra a sinistra, quindi tagliando il lato destro del reggiseno a livello del gancetto, e poi anche, diciamo, completando il servizio tagliando, diciamo, le bretelline superiori, con il che il reggiseno è calato, e quindi è quella la situazione in cui si trovava al momento in cui la povera figliola è stata assassinata. Ecco, allora, dicevo io, questa operazione, diciamo, viene bene dimostrata dalla presenza di questo DNA anche di Rudy sul reggiseno, sulle cose, che poi presenta nel punto più significativo, che è il punto in cui evidentemente l’oggetto va trattenuto per tagliarlo, perché è lì che l’oggetto va... diciamo, se uno lo vuole tagliare a destra, a distanza di pochi centimetri, facendo un taglietto di precisione, è lì che va tenuto, e quindi è significativo che lì ci sia quel DNA, perché è proprio il punto in cui il gancetto va tenuto. E c’è questo DNA misto Kercher-Sollecito, nella ricostruzione, non è che c’è il DNA di Rudy Guede in quel punto, c’è il DNA misto Kercher-Sollecito. E quindi questo, c’è il taglio, no? Allora tengano presente che questo taglietto, che certamente ha un carattere di taglio di precisione, se è vero come è vero che non troviamo in quel punto specifico della schiena – poi loro controlleranno, voglio dire, l’indagine da questo punto di vista è molto precisa – nessun segnale di abrasioncina, ferimenti e quant’altro. Quindi siamo a schiena nuda in quel punto, e quindi vuoi che questa cosa sia stata fatta con un coltellaccio da... con un coltello da roast-beef, che si sia entrati con un coltello da roast-beef per tagliare questo gancetto di sotto? Non ha senso. Si sarà fatta con un coltello che certamente come misure era in grado di fare questo tipo di operazione, che – vedano – è, diciamo, questo tipo di operazione, esattamente compatibile, sul piano proprio dell’esito, con quella penetrazione del coltellino piccolo per quattro centimetri, nella parte destra sempre. E ancora sul lato destro del corpo di Meredith troviamo due punzecchiature, sulla mano, una nel palmo e una tra le dita. Quindi il lato destro della povera Meredith Kercher presenta un andamento che è sostanzialmente coerente all’utilizzo di un coltello piccolo, che nella ricostruzione che ci consegna il DNA di Sollecito su quel gancetto, evidentemente appartiene alla responsabilità di Sollecito, cioè diciamo è lui che in qualche modo, alla luce della risultanza genetica, alza un po’ la temperatura della vicenda utilizzando un coltello per fare questa operazione, la quale certamente non può che farsi di spalle, no? Non è che si può andare da uno disteso supino a mettere dietro il coltello per tagliare. Evidentemente è una cosa che si fa di spalle, e quindi questo ci conferma in tutto e per tutto la posizione che noi abbiamo inizialmente immaginato. Ma ho bisogno, diciamo, di fare sforzi di fantasia, di fare capriole per immaginare la presenza nelle mani di Sollecito di un coltellino di precisione? Quando me lo dicono tre testimoni: indirettamente il padre quando gli parla per telefono - e questo potrebbe essere abbastanza relativo -; lo dice la Knox alla madre in quella conversazione in cui si pone un problema di coltello e lei dice che come DJ anche Sollecito girava sempre costantemente diciamo con una sorta di coltellino al fianco. Quindi di quel tipo di oggetto, che sia stato quello che poi viene trovato o che non sia stato, d’altra parte, per dire, il DNA in quello grande viene trovato per quelle particolari ragioni che sappiamo, cioè che stava nella rima della cosa, non è che tutto vada automaticamente trovato. Comunque sia sappiamo che di quella coltelleria lì Sollecito era stabilmente armato, nel senso che è un discorso che viene fatto dagli amici, che dicono che ce l’aveva sempre con sé, lo teneva legato qui alla cinta, ed è un discorso che così potrebbe avere un carattere generico; si concretizza un po’ nelle parole assolutamente, come dire, neutre del povero padre; e poi prende vigore nelle parole dell’Amanda Knox, che parlando non in generale, ma parlando con riferimento alla questione, dicendo che questo evidentemente è un dato di preoccupazione, dice bene, dice “e poi Raffaele porta sempre un coltello con sé”, gli dice la mamma, quindi è questione che in casa Knox è nota, e dice la Knox: “Sì... ah, sì, okay... voglio dire, lo faceva anche DJ”... come dire “lo fanno un po’ tutti questi ragazzi di avere il coltellino accanto”. E insomma, allora io devo fare diciamo le capriole per mettere in mano a Sollecito Raffaele un coltellino adatto a fare per l’appunto quello che risulta che lui ha fatto alla luce del DNA che trovo sul gancetto, quando la sua coimputata, parlando con la madre, conferma alla madre che lui girava con un coltello? Mi sembra francamente che si sia di fronte quasi direi a un dato di prova diretta da questo punto di vista, quasi a un dato di prova diretta. E allora indubbiamente – indubbiamente – se questo è la direzione nella quale la causa a mio parere va posta, e quindi se questo è il dato che emerge dal punto di vista – come dire – della paternità di questo coltellino, che permette tutto quel tipo di operazioni, e se certamente la ferita grande non ha parentela con quel tipo di coltello, se certamente non ha parentela con quel tipo di coltello per le ragioni che si è detto, perché addirittura lì si porrebbe anche un problema di profondità, perché siamo a otto centimetri, non so se questi coltellini raggiungono quella misura, insomma; poi teniamo presente come questa materia a volte... ecco, diciamo, sul coltello che può aver procurato la ferita piccola, ho presente addirittura una ricostruzione fatta dal valentissimo e laboriosissimo professor Vinci, che addirittura poveretto, giustificando con mille spiegazioni la cosa, ci si deve rifare due volte a ricostruire la questione per spostarla da 1,3 a 1,5, proprio per dire come su queste – diciamo così – situazioni marginali il discorso diventa anche complicato da parte dei periti. Quindi in realtà noi abbiamo l’elemento genetico che pone diciamo il coltello grande... cioè, che dà un fondamento all’ipotesi che il coltello grande sia quello che ha causato questo popò di sbrano, a cui poi uniamo le modalità dello sbrano nella stessa ricostruzione e negli stessi segnali che ci arrivano non solo dai periti d’ufficio ma anche, diciamo, con questa sottolineatura della presenza di una ferita a margini netti, la possibilità, diciamo, che dicevo appunto, che quello sia il coltello in questione. Per contro abbiamo, ripeto, un lato sinistro della morta che è tutto compatibile con l’utilizzo... un lato destro della morta, che è tutto compatibile con un coltello più piccolo, rispetto al quale, dicevo, non ho da fare fantasie per dire che il Sollecito ne era costantemente dotato. Egli era in qualche modo, voglio dire, armato, ecco, per così dire, di questo coltellino, che nella circostanza funziona per l’appunto da motore di una situazione un po’ particolare. Allora quindi, diciamo, porre in qualche modo il coltello grande, che sta a casa di Sollecito ma che evidentemente da questa casa magari esce, per ragioni che possono essere anche le più banali, no? Insomma, a un certo punto l’esigenza di utilizzarlo da altre parti, che so io; diciamo, questi ragazzi, voglio dire, vivevano a pochi metri di distanza, studenti tutti e due; come la Knox ha parlato di un mocio che doveva passare da una casa all’altra... diciamo, non è che dobbiamo farci carico noi di arrivare a trovare una giustificazione logica del perché un coltello che ha queste caratteristiche, e che ha queste implicazioni genetiche, abbia fatto questo transito e poi sia tornato a casa del... no, no, non ho bisogno di andare a ricercarla questo tipo di prova, perché, diciamo, si tratta di un coltello comunque, non si tratta di una calibro 38, in sostanza. E comunque stiamo parlando di una distanza di trecento metri da una casa all’altra. Quindi diciamo che nel momento in cui Raffaele Sollecito è dotato del coltello con cui pacificamente taglia questo gancetto, il posizionare nella mano della Amanda Knox l’altro coltello non è, diciamo, semplicemente un dato consequenziale; appartiene alla logica della necessità di un contenimento che certamente dovrà essere fatto anche dall’altra parte e che si sposa con un dato ulteriore, no? Che sul presupposto che Rudy è lì a fare quello che sappiamo, cioè a soddisfarsi, diciamo, per così dire, in questo modo barbaro, si sposa un contenuto ulteriore, cioè a dire quello... a un passaggio ulteriore, cioè a dire quello che questo coltello, un coltello comunque che non è un coltellino, viene per l’appunto trovato... viene trovato... l’orma di questo coltello, l’impronta, viene trovata proprio su questo letto intonso, come a dire che da quella parte c’è qualcuno, che dopo avere utilizzato il coltello, lo appoggia per l’appunto da quella parte. E questo sarà stato un comportamento immediato. Vogliamo noi pensare che la persona che magari, diciamo, taglia con un coltello piccolo poi si munisce dell’altro, che usa per fare questo colpo diciamo alla gola, e poi lo appoggia? Via, non ha proprio senso. Quindi certamente c’è un coltello grande che viene appoggiato per l’appunto sul letto. Ora, stabilire quanto sia lungo e che misure abbia, certamente è un pochino complicato. Prudenzialmente l’O.A.C.V. segnala, diciamo, che questa impronta ha una certa misura, che è di qualche centimetro, di tre centimetri inferiore a quello che sarebbe l’arma del delitto, certamente, e quindi, diciamo, dà conto del fatto che siamo in presenza di una compatibilità. E’ ovvio che siamo in presenza di una compatibilità, perché, diciamo, non è che noi quando vediamo - la guardate voi questa impronta - non è che quando vediamo l’impronta noi immediatamente abbiamo proprio il perimetro ragionato e deciso del coltello. Non l’abbiamo. Tant’è vero che, diciamo, la difficoltà di questa ricostruzione ci è riscontrata proprio anche dalle difficoltà in cui si imbatte l’esimio professor Vinci, il quale, per dare, come dire, una misura precisa,la sua misura precisa, deve rifarsi due volte a fare questa consulenza, è la doppia consulenza sulle misure stimabili di questo coltello. Ora, per l’amor di Dio, io poi ascolterò con il massimo dell’interesse queste conclusioni, ma come faccio a trovare una misura...? Io posso capire che questo ancora una volta è un coltello che non ha parentela con un coltellino piccolo di precisione, e che può avere misure compatibili col coltello che io ritengo arma del delitto. Questo sì. Ma che sia, come dire, la fotografia di quello, no. Ma non è necessario che lo sia perché stiamo parlando di un’impronta lasciata da del sangue, non da un tracciato fatto con la riga e la squadra, evidentemente. Però questo elemento perché mi interessa? Mi interessa perché questa impronta mi disegna un coltello certamente che ha una potenzialità diversa rispetto all’altro, quindi bisogna fare ancora più giochi di equilibrio per ritenere che questo possa essere l’unico coltello, che deve essere compatibile con la ferita piccola nei termini in cui il professor Vinci la individua, evidentemente segnalando addirittura la sua difficoltà, perché prima è 1,3 e poi diventa 1,5, o viceversa, non mi ricordo; e anche con la ferita grande, perché stavolta, recuperando le difficoltà della perizia del professor Torre, perché un coltello di questo tipo evidentemente, se è così stretto, ben difficilmente lascia una ferita a margini netti. Tutto questo invece è molto più – come dire – naturale, se io immagino la presenza di un coltello di piccole dimensioni, del tipo di quello che Sollecito aveva, e di un coltello di dimensioni cospicue, come per l’appunto è quello che aveva impresso il 36B sulla lama, incrostata in quel punto particolare. A quel punto, diciamo così, le posizioni hanno una loro maggiore univocità. E quindi, ripeto, questo secondo coltello grande, che evidentemente è in mano a chi sta lateralmente dall’altra parte, perché sennò non va a finire sul letto, qui non è che c’è lo spazio, siamo come da qui a qui, capito, quindi non è immaginabile che ci sia stato un gran rigirìo di gente, la posizione diciamo era quella e quella è rimasta. Allora, se da una parte... diciamo così, se su un lato della persona la persona è contenuta e lavora un coltello piccolo, evidentemente da un’altra parte il coltello grande non è che sta lì appeso a mo’ di cosa, sarà utilizzato da qualchedun altro. E direi, da questo punto di vista, ha una sua – come dire – assoluta e congrua plausibilità che per l’appunto sia la Knox la detentrice, anche perché – ripeto – stiamo adattando questa ricostruzione a quello che noi sappiamo che, diciamo, possiamo ascrivere a costei, cioè a dire tutta quell’attività successiva di cui si è parlato, e anche diciamo la responsabilità di quella calunnia, e quindi di quegli altri elementi a corredo, che evidentemente sono già parlanti di una percezione di corresponsabilità, che a questo punto, come dire, la presenza di un coltello in mano a costei, concretizza ed evidentemente illumina e lumeggia ancora di più. Ma c’è anche qualcosina di altro. C’è anche qualcosina di altro in che forma? In una forma che è, direi, meritevole di essere approfondita. Cioè a dire, anzitutto su questo coltello arma del delitto, la presenza della Knox è una presenza chiarissima, per l’appunto, per l’appunto su questo, capito? non su qualche altro coltello magari di casa Sollecito. Chi lo sa – dice – non li abbiamo magari neanche esaminati, magari la Knox stava su tutti. Però lì c’è, e c’è in un modo francamente molto significativo. Questa non è suggestione, signori, questo è un dato. Cioè a dire è presente con un bel profilo, diciamo così, sulla cosa lì, sull’impugnatura, nella parte che avvicina l’impugnatura... nella parte, diciamo così, al fondo dell’impugnatura e, come sappiamo dal lavoro dei due ufficiali dei Carabinieri, anche in quel punto molto particolare, che poi io ho rivisto cento volte, nella fotografia la perizia lo mette chiaramente in evidenza, in quel punto molto particolare che sta tra impugnatura e lama. Ora, tutto si può sostenere, certamente, ma non c’è dubbio che mentre la presenza del DNA sull’impugnatura, diciamo, che è una presenza più chiara, può avere questo significato un po’ particolare, anche se la sentenza di primo grado aveva detto “guardate in che punto particolare il DNA è stato trovato”; però il discorso si fa ancora più significativo se noi guardiamo la seconda presenza, perché non c’è dubbio che un coltello come quello, pulito come quello, perché il dato di prova è che fosse pulitissimo, e quindi evidentemente un coltello lavato, che proprio a seguito del lavaggio trattiene questo DNA in quella parte minimale, e l’altra nella parte diciamo della commettitura. Cioè a dire, il coltello lavatissimo trattiene ovviamente il DNA nell’impugnatura, e su questo i consulenti sono abbastanza tutti concordi, perché è un punto più poroso e magari lì rimane meglio, no? Perché il DNA, non ci dimentichiamo mai, è un pezzo vivo di noi che resta attaccato lì. Quindi o questo pezzo vivo costituisce una presenza precaria, cioè, che ti posso dire, un contatto che lascia evidentemente un riflesso dal punto di vista proprio del sudore o quant’altro, e allora, voi capite bene, un lavaggio gli fa altro a un sudore, no? E quindi o un contatto – va bene – o un contatto, oppure evidentemente qualcosa di più significativo, no? che di fronte a un lavaggio viene da sé pensarlo, no? Perché noi non ci dobbiamo dimenticare che – come dire – il riscontro negativo - stamattina ho rifatto una telefonata, perché volevo essere sicuro di questo punto – il riscontro negativo dell’assenza del... il riscontro negativo al reagente per il sangue non è che escluda che il DNA trovato viene dal sangue. Questo è pacifico. Nel senso che il sangue può avere, una volta diciamo tolto di mezzo con un accurato lavaggio, può non comparire, però può rimanere quella componente di DNA che io vado a ricercare, diciamo, e attraverso la quale io trovo, come dire... diciamo, sono altre le componenti del sangue che vengono in gioco quando io analizzo il DNA. Quindi il reagente al sangue, che magari è anche un pochettino più rozzo, come dire, della iniziativa che devo... dell’attività che devo svolgere per controllare quel DNA, e per quantificarlo e per estrarlo, evidentemente, diciamo, può essere ben compatibile. E allora, quella posizione lì del DNA sul coltello è abbastanza significativa e per certi aspetti inquietante nella prospettiva di quell’utilizzo normale, di quell’utilizzo da cucina che si argomenta, e che deve essere evidentemente compatibile con un utilizzo legato alla frequentazione di questa casa, che costei frequentava da una settimana o poco più, insomma. Quindi lasciamo pure perdere questa considerazione, che comunque ha un significato. Ma diciamo che nel punto in cui il DNA viene trovato, lì in quella particolare posizione, in quella particolare commettitura, certamente è un punto che è molto più significativo sul piano dell’uso improprio rispetto al DNA trovato sull’impugnatura, perché quello non è un punto di normale contatto, è un punto dove il DNA va a nascondersi, per così dire, così come si è nascosto quello di Meredith nella rima, è un punto dove va a nascondersi dopo che evidentemente c’è stato un lavaggio. E quale DNA si può nascondere lì a seguito di un lavaggio? Voi l’avete capito a quale mi riferisco. Ecco perché dico che questo elemento, anche l’analisi – diciamo così – del coltello rispetto alla Knox, è un’analisi significativa, perché lì la Knox c’ha parentela forte con questo coltello, molto forte. E la diversa consistenza – no? – dei profili trovati, a meno che non si voglia immaginare che costei il coltello l’ha toccato, come dire, in circostanze diverse; lasciando, come dire, un coltello pulito messo lì nella coltelleria, diciamo così, che denota una presenza diversa di profili genetici, segnala per l’appunto quello che ho detto, no? un lavaggio serio, che però lascia più DNA nella parte che più ne trattiene e meno DNA nella parte che meno ne trattiene. Anzi, la lama era destinata a non trattenerne punto, se il DNA non si fosse andato a nascondere proprio in quel punto di commettitura in cui si è nascosto, ovvero in quella rima che il coltello, fortunatamente per noi e malignamente per gli imputati, presentava.

Ma non c’è solo questo, vedano, perché sulla famosa federa - famosa perché questa federa, diciamo, è diventata poi l’elemento dal quale si è tratta l’identificazione del Guede – sulla famosa federa che contiene l’impronta palmare e addirittura l’impronta di una scarpa, la destra, se non sbaglio, del Guede, quindi proprio – come dire – una federa che sta proprio al centro del crimine, è un po’ quasi fosse il baricentro della vicenda criminale, insomma. L’Ufficio di Polizia Scientifica, l’Ufficio Centrale di Polizia Scientifica ci segnala la presenza di un’orma di scarpa e ci dà questa indicazione, come dire, di un’orma di scarpa di piede anche qui femminile, un po’ come l’orma esaltata dal Luminol di ieri. E questo... “per tali considerazioni la taglia della scarpa che ha prodotto l’impronta in verifica potrebbe essere variabile dal numero 36 al numero 38”. Mi pare che siano i numeri della pestata rilevata col Luminol in quelle altre zone della casa. Ecco, quindi qui c’era un piede femminile che ha – diciamo così – pestato, che si è impresso, un’orma di scarpa femminile che si è impressa su questa federa. Ora, siccome è da escludere che la povera morta possa aver lasciato questa impronta, perché nel momento in cui il sangue già devastava la stanza costei era, se non morta, moribonda, e quindi totalmente non in grado di erigersi in piedi e lasciare un’impronta del genere, che evidentemente quindi non le appartiene. Allora a chi devo pensare, in un contesto di questo tipo, se non a quella stessa Knox, che in qualche modo già ci segnala lei con le sue parole di esserci stata, ma poi c’ha anche tutto quel pesticciare successivo, che dimostra il suo intento assolutamente camuffatorio dello stato dei luoghi? Però, mentre la seconda fase la si fa a piedi nudi, quindi la si fa quando si vuole un po’ manomettere, questa è una scarpa, come dire... è una scarpa indossata, ed è indossata... e risulta presente a pochi centimetri dalla pestata di Rudy Guede, dalla mano di Rudy Guede, che permetterà di identificarlo. Allora cosa devo immaginare io, per ipotizzare, come dire, una sorta di estraneità della Knox, che oniricamente ricorda cose che altri hanno fatto? Devo immaginare che costei magari defilatasi, non si sa perché, da questa vicenda, poi sia presente proprio su quell’elemento che è la cifra di tutto questo crimine orrendo, questa maledetta federa che è in sostanza una sorta di baricentro di questa storia? Ecco, presente in questo contesto, ma diciamo estranea. Non ha senso. Nel senso che certamente questa pestata sulla federa, a pochi centimetri dalla pestata di Rudy, è parlante dal punto di vista dell’appartenenza della Knox alla flagranza del reato. Ma quali altri elementi vogliamo noi per poter dire che costei era lì? Dobbiamo immaginare che sia arrivata, diciamo, dopo a vedere, “ohi, ohi, che avete fatto?” e intanto pesticcia...? Insomma, stiamo parlando secondo me di altro, ecco.

Ma poi, diciamo, non c’è ancora solo questo, nel senso che nel famoso bagnettino, nel famoso bagnettino dove troviamo questa pestata di piede nudo di maschio sul tappetino, la famosa... la famosa pestata dimenticata, lì ci sono anche segnali di sangue, anche di sangue esclusivo di Knox, un bel gocciolone sul sanitario del lavandino, e poi anche segnale di sangue un po’ lavato che viene considerato mistura dalla Scientifica, anche qui con una critica forte che poi voi potrete leggere, ma comunque sia che ci porta al sangue della Meredith e al sangue della Knox. Ora, il sangue della Meredith è evidentemente facilmente spiegabile – no? – in un contesto, in una macelleria del genere, sai quanto ce ne sarà stato di sangue da cui era necessario lavarsi, no? Quindi, al di là del fatto... dice “ma allora dove sarebbe... dove si è lavato Sollecito”... ma che ci interessa? Se hanno ripulito hanno ripulito, quindi sto alle evidenze che trovo, ragiono su quelle. Non mi interessa immaginare che cosa potrebbe essere successo in un contesto nel quale trovo un’unica pedata e niente intorno. Ma che devo farmi io carico di dimostrare come può essere andata a finire che quella pedata è lì? Ma me lo spieghino gli altri come sia possibile che una pedata sia lì, in quella situazione. E allora dico, anche questo sangue di Amanda Knox in quel bagnetto, che poi, tengano presente, è quel sangue che a lei dà qualche motivo di sospetto quando la mattina va a fare la doccia. Cosa succede in realtà? E’ una situazione che magari resta lì, un po’ dimenticata, come è dimenticata la pestata, e quindi ci va un po’ fatta una fantasia sopra, va un po’ ragionato sopra no? E allora dice: “Sì, vidi del sangue ma non mi insospettii”. Ma come, cavolo, è il gocciolone tuo! Come “non mi insospettii”? Spiegamelo come mai ti è cascato una goccia di sangue per l’appunto sul cosino del lavandino, no? Non è che dici “vidi del sangue, non mi insospettii”. No, stai parlando del sangue tuo, non del sangue della Meredith o della Romanelli. Del sangue tuo, perché risulta che è tuo. Quindi, se tu hai avuto uno sversamento, la meglio è dirlo. Quindi, diciamo, che significa questo? Significa che, diciamo, in questo contesto, nel quale vedo la ragazza che ha in mano questo coltello, e vedo una situazione che magari sul momento non offre indicazioni specifiche di lesioni che costei abbia subito, ma non è che in quel momento, diciamo, c’è una sottoposizione a chissà quali accertamenti; resta il fatto che c’è sangue di Amanda Knox in questo bagnetto, diciamo così, in mistura con quello della Meredith, o comunque presente anche da solo, in misura abbastanza consistente, di cui non si dà... non ci si fa carico di dare la minima spiegazione. Nel senso, lei giustamente lo rovescia l’argomento e dice “va beh, vidi del sangue ma non mi impressionai”. Ma come “non mi impressionai”? E’ il tuo. E’ assurdo. Tuttavia dice “va beh”... così. Poi dopo il discorso viene ovviamente, da Difesa attenta, spiegato dicendo “va beh, sono ragazze, il sangue, si sa, nelle ragazze, diciamo, può venire anche da modalità più o meno, come dire, naturali”. Eh, ma “può venire”... non è questo il concetto. Il concetto è che siamo in un contesto cruento, cruentissimo, di persona ammazzata a coltellate, nel quale qualunque altra cosa sia successa io devo dare a questo sangue della Knox, che si sversa in questo bagnetto, una qualche spiegazione, altrimenti non posso non immaginarlo strettamente correlato alla vicenda cruenta che si è consumata di lì a poco. Posso accontentarmi di dire “va beh, è sangue della Knox, ma insomma, diciamo sarà venuto da un taglio di che”? Può darsi. Fatto sta che questo elemento, diciamo, corrobora anch’esso, corrobora anch’esso direi, e appunto diciamo integra quel dato di cui dicevo e che segnala a mio parere una presenza chiara di costei sul luogo del commesso reato, ma non in quanto casa, ma in quanto federa, capite? che è diverso. Cioè, non stiamo parlando della casa, stiamo parlando della federa.

Ecco, sono praticamente un pochino diciamo a concludere il mio ragionamento, però l’ultimo argomento certamente ha un peso non indifferente, almeno nella mia considerazione del fatto, perché non c’è dubbio che quanto io ho fin qui affermato in qualche modo si correla necessariamente – necessariamente – ad una impostazione che vede la Meredith Kercher subire questo tipo di aggressione in modo decisamente feroce, ecco, che non lascia spazio a congetture alternative, secondo me. E allora, e allora io devo comunque farmi carico, una volta che ritengo di avere offerto una ricostruzione che ha una sua conducenza, perché evidentemente esistono quel quadro indiziario iniziale, corroborato dagli elementi di ricostruzione del fatto che, diciamo, si pongono in un’ottica di piena compatibilità, ecco, in realtà poi rimane la domanda che evidentemente qualunque difensore, come dire, che sappia fare il suo mestiere, e in questo processo ce ne sono di veramente autorevoli, ecco, dicevo, qualunque difensore del genere, insomma, alla fine dice “signori della Corte, ma voi perché, come è possibile che, ma come, due studenti qua, quello che si sta laureando, quell’altro”... eh, insomma, quindi un problema di causale, un problema di movente, evidentemente, nell’omicidio volontario, anche in un omicidio come questo, che è condiviso da questa compagnia un po’ – come dire – opinabile, va comunque individuato, va comunque individuato. Certamente, certamente dobbiamo partire da un dato, no? Che il fatto che ci siano dei coltelli, e in particolare che con uno di questi coltelli si faccia quell’operazione di taglio del gancetto del reggiseno, in qualche misura è già in grado di proiettarci in un contesto – diciamo così – in un contesto di violenza, in un contesto di violenza. Quindi, dicevo, questo elemento già costituisce la premessa del nostro ragionamento. Però in realtà il passaggio significativo è quello appunto sul perché, che ci porta alla necessita che se questa domanda ce la dobbiamo fare, certamente ce la dobbiamo fare in modo pertinente agli atti di causa, cioè a dire non possiamo noi ragionare di un perché – come dire – astratto, costruito ancora una volta su ipotesi, su fantasie, su elementi che non hanno, dal punto di vista del quadro indiziario, alcuna dignità di presenza nelle carte, cioè a dire non c’è nessun segnale che ci possa essere stato un qualche cosa di maldestramente condiviso e poi – come dire – degenerato. Niente ci segnala questo, mentre tutto ci indirizza verso una situazione di tipo diverso, che è quella appunto di una aggressione abbastanza proditoria che ha dato vita a questa situazione. E allora la domanda certamente va fatta, diciamo così, ponendosi il problema del perché si sia potuta creare questa situazione di totale antitesi, del perché cioè si sia potuti pervenire a questo sbilanciamento, per cui ad un certo punto la Meredith Kercher si è trovata in qualche modo in questa situazione isolata, a dover subire questo peso soverchiante di questa violenza. Perché non c’è dubbio che c’è, certamente esiste, anche il momento sessuale, che noi però ricaviamo da che cosa? Da questa svestizione, alla quale si contribuisce con questo coltellino, che dà insomma a tutto l’ensemble più intenzione, ma che poi si risolve in una spogliazione e in questa penetrazione a mano nuda, che noi riconosciamo essere l’aggressione da parte di Rudy Guede. Orbene, questo dato esiste ed è ben presente, ed è chiaramente presente. Ma considerando diciamo anche il livello reattivo altissimo che certamente la vittima ha avuto, questo dato è comunque soverchiato dal quantum di violenza che per giungere a questo modesto esito si deve perpetrare. Quindi, quando noi diciamo “violenza sessuale” noi sappiamo bene che dobbiamo... diciamo, ci troviamo a dover – come dire – percentualizzare... cioè, la violenza può essere anche una semplice minaccia, no? Quindi, se noi volessimo percentualizzarla questa violenza, diciamo, il più delle volte troviamo che magari ad una violenza a una certa percentuale magari corrisponde un risultato sessuale molto più ampio. Qui no, qui abbiamo questa spoliazione, fatta in questo modo feroce, e abbiamo poi questo buttarsi addosso a questa ragazzina, evidentemente armati, e questo produce questo risultato violento, che se vogliamo è veramente marginale, signori, perché non c’è altro segnale che questo dito di Rudy maldestramente introdotto in questa vagina. E poi io devo sentire che si sta – come dire – a fare considerazioni sulle lacerazioni interne, in un contesto in cui questa poveretta si sarà dimenata t’immagini quanto per l’appunto nel momento di questa penetrazione? E allora, ecco, non c’è dubbio che qui il momento della violenza è sicuramente soverchiante. Quindi anche da questo punto di vista la storia non ha niente a che spartire con un qualche cosa – diciamo così – che può nascere da chissà quale mai impulso. E’ una situazione magari di contrasto, che evidentemente, diciamo, crea le condizioni perché si crei uno scontro, nel quale certamente, diciamo, la Meredith è da sola, da sola contro gli antagonisti. Ma perché u no scontro di questo tipo, no? che è evidentemente... cioè, perché il tre contro uno? Che è la domanda che occorre farsi a questo punto, no? Per assolvere all’appetito sessuale di Rudy Guede, per essere, diciamo, come dire, coerenti a questa cosa? Oppure magari c’è un contesto nel quale una vicenda del genere va in qualche modo collegata, per dargli un senso, no? Perché le cose devono avere un senso. I reati, specialmente quelli più gravi, signori, devono avere un minimo di base, e devono avere anche un minimo di significato nella loro... Diciamo, non posso inventarmi scenari che appaiono – come dire – suggestivi ma privi di ancoraggio semplicemente perché non ragiono sul senso delle cose. E consideriamo, da questo punto di vista, anche che nel momento cui – vedano - io ho questa coltelleria a disposizione, che utilizzo nel modo che si è visto, cioè comincio a servirmene per svestire la ragazza, e poi quel coltellino, con buona probabilità, ma direi secondo me con certezza, viene usato anche per fare quegli altri servizi sul corpo della ragazza. Allora certamente si creano quelle condizioni perché poi la ragazza, come si è detto, smania, urla, faccia, e quindi, diciamo, siamo già in una fase – voi lo capite, vero? – in cui diciamo il quantum criminale che viene messo in campo è già particolarmente consistente, cioè a dire non stiamo parlando di una cosa che, così, può nascere di punto in bianco; se si ragiona di una svestizione, che va avanti... con penetrazione che magari per arrivarci ci sarà voluto un po’ di tempo; quindi dico, intendo dire che la dinamica è tale per cui si forma un reato, anche semplicemente un reato di violenza sessuale aggravata dalla presenza di un’arma, di sequestro di persona, si forma una situazione che se anche io non conosco il codice penale, certamente... magari nell’ipotesi che io coltivo conosco quello americano, e quindi, insomma, voglio dire, sono anche abbastanza, diciamo... come dire, da questo punto di vista abbastanza preoccupata, giustamente. Ma dico, al di là di questo aspetto, che può essere – come dire – collaterale e di colore, il dato è che si è già creato le condizioni perché si versi in un illecito di proporzioni straorinarie; quindi, diciamo, il dolo che poi conduce all’omicidio ha necessariamente questa sua progressione, capite? Cioè a dire, non è che poi si uccide quello del quale ci si vuole liberare “perché avevo fin dall’inizio la voglia di ammazzarlo”. No, assolutamente. Ecco perché poi vi chiederò di non ritenere, quando arriverò alle conclusioni, la presenza dei cosiddetti futili motivi, perché altro che futili motivi, qui i motivi sono, diciamo, l’antitesi della futilità, nel senso che si è già fatto talmente tanto che ve lo immaginate in questa situazione, in cui questa è contenuta come se fosse un animale, proprio perché evidentemente non si vuole che berci, perché sennò non si capisce perché ti blocco la gola e addirittura la bocca; la gola può essere un fatto, come dire, complementare, ma la bocca, perché ti devo fare le lesioni interne e qui sotto? Evidentemente perché non voglio che tu urli. E allora, in questa situazione parte un urlo, ma non è un urlo che parte perché la Capezzali la ascolta, e poi magari si manda l’americano a fare tutte le prove. No, parte perché è ragionevole che parta in un contesto del genere, sennò perché ti tengo la bocca chiusa? Perché temo che tu urli e quindi non voglio che tu urli. Allora, in quel contesto certamente l’urlo lacerante, che spacca il vetro della finestra e spacca la serata, è lo spartiacque del momento in cui la situazione evidentemente va definita, nel senso che a reazione, quasi, come dire, dico... non istintiva, perché il dolo non ha questa... non ci permette di distinguere tra istinto o che altro, ma in termini assolutamente reattivi ci si libera di chi evidentemente va zittito, di chi non può... di chi non deve erompere in un secondo urlo. E quindi evidentemente ci si libera anche di chi ormai è diventata una sorta – come dire – di persona offesa di fatti che sono di particolare gravità già fino a quel momento. Ma succede tantissime volte, non è la prima... la prima volta in cui da una situazione di questo genere nasce un omicidio come progetto di togliersi di mezzo la persona contro la quale già si sono fatte cose gravi. Cioè, quello che era accaduto prima della coltellata finale, diciamo, su quello ballano di già dieci anni di galera. Insomma, Guede ne ha presi sedici in abbreviato, quindi insomma, non è che siamo poi – come dire – a ragionare di una bicicletta rubata alla rastrelliera alla stazione piuttosto che di una strage. No. Siamo a ragionare di cose vicine dal punto di vista anche dell’esito, capite? E quindi, diciamo, questa progressione, una volta che il coltello c’è, è direi abbastanza razionalmente comprensibile dal punto di vista strettamente criminologico, capite? E quindi, diciamo, diventa poi il momento nel quale evidentemente si sostanzia poi la volontà di togliere di mezzo la persona offesa di qualcosa che è già... che già l’ha offesa parecchio. Ecco, quindi, diciamo, questo è il ragionamento... perché l’ho fatto adesso questo ragionamento sul dolo, diciamo, a premessa dell’ultimo conclusivo ragionamento? Perché la domanda sul perché, quindi, da questo punto di vista, è meno implicante, nel senso che evidentemente ci si riferisce a una situazione che ha bisogno di essere spiegata dal punto di vista del perché si ritiene, diciamo, di scaricare tutta la propria volontà di far male nei confronti di questa ragazzina, quale può essere la motivazione di un fatto del genere, se motivazione c’è, ovviamente. Ma io ritengo che se noi, diciamo, consideriamo il dato come un dato reattivo rispetto – come dire – ad una situazione che certamente ha visto la vicenda in qualche modo uscire dai binari di una gestibilità, la cosa è meno complicata, molto meno complicata. D’altra parte, voglio dire, anche se noi, diciamo, la dovessimo immaginare in quella paradossale ricostruzione del ladro acrobata che entrando... che dovrebbe essere Rudy, e che poi tutto da solo fa questo popò di macello, lo stesso ci troveremmo in presenza di un movente da precisare, salvo il fatto che poi dovremmo anche riuscire a mettere nelle mani di una stessa persona una coltelleria varia e molteplice. E quindi, diciamo, ecco, anche da questo punto di vista l’approfondimento un po’ si impone. E la premessa qual è, di questo approfondimento? La premessa di questo approfondimento è che certamente nella serata in questione la Meredith Kercher era, diciamo... salvo diciamo una cosa poi subito chiarita, ma che poi evidentemente le Parti Civili relative chiariranno ancora meglio, la Meredith Kercher era sicuramente sobria, in attesa di andare a fare il suo riposino serale, aveva fatto il teino con le amiche, quindi insomma, una giornata intermedia rispetto a una serata di festa, e quindi... che poi si proiettava sulla serata in questione. Quindi questa... quindi la Meredith non... diciamo, il suo stato fisico riscontrato, perizia necroscopica alla mano, non dà spazio a congetture, come dire: bevuta, fumata, cannata o quant’altro. Andava a dare l’acqua alla piantina del fidanzatino, però, diciamo, in quell’occasione particolare niente di tutto questo risultava. Poi non è che dare l’acqua voglia dire magari anche – come dire – assumere, però facciamoci pure carico... sicuramente quella sera no. Per contro noi abbiamo, diciamo, il dato, riconosciuto dagli imputati, che questa droga leggera da costoro era stata assunta. Lo dicono loro, e quindi evidentemente bisogna comunque tenerlo presente questo elemento, perché non si può diciamo attribuire carattere di normalità all’assunzione dell’hashish o della marijuana, questa droga del sorriso che in qualche modo ha comunque l’effetto di alleggerire i toni inibitori, di rendere diciamo più lasse le persone, no? Non possiamo dire “va beh, lo fanno tutti i ragazzi”. No, qui stiamo parlando di un fatto criminale, quindi evidentemente le implicazioni della canna, piuttosto che delle canne o quant’altro, certamente vanno considerate. Quindi, diciamo che questo elemento, che viene introdotto anche dallo stesso Sollecito, e anche confermato dalla Knox, certamente in qualche modo contribuisce a mettere su una posizione diversa lei da loro due. Ecco, è in questa situazione che noi abbiamo la presenza di Rudy. Ora, che Rudy sia sopravvenuto, voglio dire, nel momento in cui costoro sono diciamo entrati in casa, spostandosi da dove erano... perché noi dobbiamo ragionare, ovviamente... non è che... ora siamo a consuntivo, a bilancio, quindi io ragiono sul presupposto che le cose siano andate come sto cercando di raccontarvi da ieri mattina alle dieci, quindi, diciamo, a questo punto costruisco l’ipotesi di lavoro su quello che ritengo di aver dimostrato. Allora, c’è un Rudy che sicuramente è lì presente, e che certamente, voglio dire, non ha nessun barlume di ragionevolezza immaginare che sia un Rudy che è presente fin da prima con Meredith, no? Perché, se noi dovessimo pensare questo, dovremmo diciamo dare ragione a Rudy quando rappresenta quella situazione assolutamente lunare, di un accesso a casa, di un rapporto condiviso con questa ragazzina, che poi tra l’altro si completa con un’andata sua in bagno, a seguito della quale lui riscontra l’omicidio e vede la presenza della Knox e anche di un Tizio che poi riconosce in Sollecito, o che comunque di cui dà delle coordinate fisiche che richiamano Sollecito. Allora, siccome questa è una cosa che, diciamo, è apparsa non inverosimile, direi peggio che inverosimile, a tutti i Giudici che hanno trattato Guede, certamente Rudy non era... Guede non era presente precedentemente. Quindi Guede è sopravvenuto, o comunque è arrivato, è sopraggiunto con costoro. Ora, che ci fossero le condizioni perché magari egli potesse in qualche modo accedere, potesse in qualche modo accedere, diciamo, il dato ce lo segnala che cosa? Ce lo segnala il fatto che era persona non sconosciuta dal punto di vista di chi era, perché si trattava comunque di uno di quel gruppettino di ivoriani, diciamo, o comunque di colore, molto dinamici, evidentemente anche svelti, che giocavano a basket nella piazzetta limitrofa, proprio con quegli stessi che abitano al piano di sotto - comunque lo ricorda bene questo discorso uno di quelli che era amico dei marchigiani, anche che pure non stava lì - e quindi insomma c’era una presenza di Rudy che era in qualche modo già presa... già considerata, no? C’era una presenza di Rudy, perché appunto lui in quella casa sotto c’era già stato, c’era stato a vedere mi pare un coso di macchine, una corsa di macchine, eccetera, eccetera, ed emerge anche che egli aveva diciamo messo a fuoco, individuato... si era confidato sul fatto che aveva visto le due ragazze, aveva manifestato un certo interesse per la Knox, e invece non aveva menzionato la Meredith. Questo ci consegna... è la verità che ci consegna un testimone. Quindi certamente il Guede non è persona estranea a questo contesto. Figuriamoci se in una situazione del genere può diventare quello che scala la finestra per andare a rubare in quella casa lì, ecco, diciamo, per tornare a un discorso che si faceva ieri. Rudy è questa persona, Rudy è questa persona ed è certamente un tipo un po’ – come dire – fastidioso con le ragazze, questo emerge, ma più che altro, ai fini che ci interessano, è uno diciamo normalmente a quell’ora della giornata non propriamente sobrio, che – diciamo così – nella circostanza specifica ha replicato una situazione che già aveva posto in essere. Cioè a dire il Guede, in una situazione che un teste ci indica nella settimana precedente, quindi siamo proprio a stretto giro col fatto nostro, era stato nella casa di sotto, era andato al gabinetto, e la circostanza aveva fatto molto rumore perché, essendo un po’ bollito di agenti vari, alcolici, salvo se altro, non è che la gente l’abbia controllato, ma insomma dice era abbastanza fatto, tant’è vero che ha lasciato le feci... diciamo, è venuto via dal gabinetto e neanche ha tirato... si era addormentato lì e quindi neanche ha tirato lo sciacquone. Quindi questa presenza un po’ incongrua del Rudy nei gabinetti altrui era già – come dire – a disposizione, ovviamente, delle persone. E quindi, guarda caso, guarda caso, noi troviamo, come un po’ ombelico di questo crimine accaduto lì, nella casa delle ragazze, ancora una volta un uso improprio del bagno da parte di Rudy Guede, perché quelle feci che vengono lasciate lì evidentemente non è che vengono lasciate da Rudy perché, diciamo, poi c’è un progetto tale per cui poi allora diciamo “le lascio lì per”... No. Certamente, diciamo, sono lasciate lì nel rispetto – per così dire – di un’abitudine assolutamente schifosa e incongrua che egli evidentemente aveva, perché non c’è dubbio che se noi poi le ritroviamo il giorno dopo, quasi su sollecitazione della Knox che dice a Sollecito di dar conto di questa circostanza, è perché in quel momento c’è un interesse ad accreditare la presenza di un estraneo sul luogo del crimine e quindi questo uso del bagno fatto da un estraneo ha questa funzione. Ma non è che questa nasce, diciamo... dice “guarda, Rudy, prima di scappare vai in bagno così”... No. E’ evidente che non è così, no? Non è che l’uso del bagno nasce per un’esigenza di prova di chi ce l’ha mandato. L’uso del bagno è evidentemente l’utilizzo di un comportamento abbastanza maleducato e cafone, per un’esigenza non contenibile che evidentemente viene prima delle altre, nel momento in cui poi questa situazione si determina. E questo non è poco, a mio parere, non è poco perché, diciamo, dobbiamo poi immaginare che Rudy, dopo aver fatto questa cosa... dobbiamo pensare che fosse sobrio, che fosse perfettamente compus sui? Se si va a vedere cosa ha fatto dopo, e di lui si può dire con certezza cosa ha fatto dopo, certamente viene da pensare di no. Quindi questo smodato utilizzo del gabinetto, nel modo che ritroviamo, si sposa con la situazione successiva, no? E allora, diciamo, ecco che... diciamo, se dobbiamo considerare la presenza di persone che in qualche modo, sul piano della causale, debbono sostenere – come dire – questo... debbono interfacciarsi in questa situazione, è facile immaginare che una Meredith Kercher, di religione puritana - ma questo significa poco, altre cose invece sono importanti - abbia un atteggiamento reattivo naturale nei confronti di un’invasione diciamo di campo di queste proporzioni, ed è facile quindi che magari abbini anche a questa situazione coloro che appunto, con l’uso di queste droghe, sia pure leggere, evidentemente danno in qualche modo, stando a quello che succede dopo, evidentemente danno... possono dare, come dire, un sostegno a questo comportamento. E quindi questo può essere un momento sul quale, diciamo, si può scatenare una conflittualità.

Ma non è ancora tutto, vedano, perché... perché poi, alla fine, diciamo, il discorso è anche un altro, nel senso che questo aspetto non ha una sua... diciamo una sua genesi estemporanea, perché se così fosse a un certo momento si potrebbe ragionare nel senso che dice “va bene, è successo”, e allora dice “è strano che di punto in bianco, in una situazione nella quale, diciamo, le cose avevano una loro assoluta coerenza, si sia potuta sviluppare una situazione del genere”. Dice “certo, Guede questa cosa l’aveva già fatta, oggi l’ha rifatta, si è scatenato questo”. Ma perché questa solidarietà? Perché questa situazione? Se non perché evidentemente anche gli interlocutori si sono sentiti messi sotto accusa. Ma quale interlocutore? Sollecito, che era un semisconosciuto in quella casa? Direi evidentemente no. Ragionevolmente, la compagna di appartamento. E guardino, non è senza significato allora un dato che il processo ci consegna in modo abbastanza decisivo, nelle parole della Mezzetti anzitutto. Cioè a dire, nella casa si era posto un problema di pulizia, esisteva un problema di pulizia, che la Mezzetti, diciamo, ci certifica essere legato per l’appunto alle abitudini meno confacenti - almeno su quello che era emerso, poi, vero o falso, questo è il dato – alle abitudini meno confacenti proprio della Knox. D’altra parte queste convivevano da poche settimane, quindi evidentemente è un discorso che si va in qualche modo delineando. E quindi, dicevo, in questo senso, un problema del genere non è che rimane così, semplicemente sulla bocca della Mezzetti. No. Aveva una tale, come dire, consistenza, evidentemente, questo problema, che noi lo troviamo raccontato in un modo diverso. Cioè la Mezzetti, con molta circospezione, con molta cautela, perché forse si rende conto, poverina, di quanto magari il dato possa essere stato in qualche modo significativo dentro a questo macello, ecco, segnala che... dice “proprio perché c’erano queste problematiche non solo si organizzò una distribuzione, e quindi si organizzò le pulizie settimanalmente”... o quant’altro, secondo una sorta di fisiologia di quello che accade nelle case degli studenti. No. Ma proprio perché c’era un problema di questo tipo si indicò una penale di cinque euro per chi fosse stato inadempiente rispetto a questa cosa, a questa necessità di tenere la casa pulita. Capisce che se la Mezzetti ci dà l’indicazione delle cinque euro, evidentemente ci dà l’indicazione di una cifra che deve avere... diciamo, che deve essere significativa per costituire una deterrenza, deve avere questa cifra un contenuto monitorio che certamente, diciamo, trasferisce il dato del problema di organizzare le pulizie anche nel dato patologico di sanzionare le pulizie non fatte. Quindi certamente... e siccome questo deriva, lo dice la Mezzetti stessa, da un problema che a torto o a ragione era attribuito alla Knox, voi vi immaginate se la presenza in appartamento di un Guede, che per l’appunto va a defecare nel bagno della precisina Mezzetti, che ha addirittura messo la penale per chi sporca la casa. Eh, non vi sembra che questo possa essere un elemento che possa costituire la premessa, diciamo così, a una conflittualità, che poi magari evidentemente ha bisogno anche di essere confortata dal fatto che Rudy è abbastanza su di giri e che evidentemente gli altri due ritengono, insomma, in qualche modo, di doverlo sostenere da questo punto di vista. Ecco, dicevo, questo è il contesto nel quale a mio parere questa vicenda, depurata dagli elementi ovviamente di suggestione che possono derivare dalla considerazione di situazioni che non ci sono, perché chiaramente noi, se dobbiamo immaginare situazioni particolari, evidentemente le dobbiamo pensare vuoi con riferimento agli imputati, vuoi con riferimento a chicchessia, ma dobbiamo trovare un qualche cosa che traguardi rispetto al... che guardi alla persona della Meredith, e trovare un qualche elemento di condivisione, che è del tutto assente. Quindi, siccome costei subisce e basta, subisce in modo vergognoso e violento e basta, io devo intanto attribuire, contribuire a dare verosimiglianza a questo subire, nei termini di costruirci sopra un progetto... diciamo non un progetto... un’ipotesi che sia, come dire, confacente. Quindi devo trovare la ragione di uno scontro. E uno scontro in un contesto del genere, diciamo, lo scontro più naturale è per l’appunto quello che riguarda l’unica cosa che in quel momento condividiamo, cioè la responsabilità della gestione dell’appartamento in comune. Quindi direi che, per quanto possa apparire trasmodante il tutto, non ci dimentichiamo che il dato oggettivo della presenza di un Sollecito che taglia il gancetto esiste, e quindi evidentemente è un trasmodante che comunque si alimenta poi del fatto che, diciamo, il discorso poi prende questa cadenza. Quindi questa progressione, di cui si diceva dianzi, può ben avere all’inizio una conflittualità che nasce per l’appunto dalla gestione di un appartamento, su cui evidentemente c’è un qualche elemento di contrasto. Ora non voglio andare qui a riferirmi, però userò la preterizione, non voglio andare ma intanto qualcosa devo pur dire, perché trovo, nei motivi di appello dei miei colleghi perugini, motivi dei quali poi dovrò dire due parole a conclusione, perché comunque devo valutare se sostenerli o non sostenerli. Ecco, in questi motivi di appello, quando si parla delle generiche si fa riferimento a due fatti specifici, cioè a dire a una situazione di comportamento di Sollecito rilevata dagli educatori del collegio, in cui diciamo emerge, in una circostanza particolare emerge la visione da parte di costui di un film a tinte forti, nel quale c’erano accoppiamenti tra persone... quindi questo dato viene utilizzato in quel contesto; così come compare agli atti del processo poi quell’altra informativa, che viene dall’FBI americana e che ci segnala un episodio nel quale la Knox si è resa protagonista – voi gli atti li avete e sapete a cosa mi riferisco – nel quale, per una situazione relativa alla festa di saluto prima di arrivare in Italia, si crearono delle condizioni che, al di là del dettaglio che possiamo non conoscere, condussero poi alla sanzione di una multa, che, diciamo, se io ho capito bene, ma poi i Difensori mi spiegheranno meglio, costituisce comunque un qualche cosa che, o di primo acchito, oppure, se non sei d’accordo, di rimbalzo, ti conduce in Tribunale; quindi una vicenda che evidentemente – diciamo così – ha un suo significato dal punto di vista strettamente personologico. Quindi queste valutazioni personologiche in qualche modo consentono anche un minimo di spazio nella direzione di valutare i protagonisti di questa vicenda. E poi c’è questo rapporto, questa condizione soggettiva diversa, che vede da una parte una persona che attende semplicemente di andare a riposare, e quindi magari non può che avere un momento di grossa defaillance quando vede un Tizio che ti entra in casa e che magari a porta aperta va in bagno, fa quel che deve fare, riempie di fetore la casa, e magari lei, diciamo, evidentemente si pone il problema di perché questo debba essere accaduto e di chi possa essere la responsabilità e la condivisione di questo fatto. Quindi, diciamo, rispetto invece a una posizione certamente più lassa dei due imputati, che deriva anche dal fatto che costoro, come hanno detto e ammesso, avevano fumato droghe leggere.

Si conclude questo ragionamento col fatto che abbiamo in precedenza affermato che, per quanto riguarda il Guede e le sue dichiarazioni, certamente l’uso che se ne deve fare è un uso quasi nullo, perché giustamente la Corte di Cassazione ha segnalato che Rudy Guede non perde la propria credibilità rispetto a quello che magari ha detto nella volta in cui è stato chiamato davanti alla Corte, facendo riferimento ad una lettera nella quale attribuiva responsabilità agli imputati di questi fatti, o comunque indicava la loro presenza. Non si può dire che questo discorso perda di credibilità perché Rudy Guede non ha risposto mai, perché certamente – dice la Corte di Cassazione – non ha risposto nel momento in cui aveva il diritto di non farlo. Quindi non posso – diciamo – trasformare un diritto dell’imputato in un pregiudizio alla sua attendibilità nel momento in cui riferisce cose diverse, sulle quali è tenuto a rispondere, come la presenza di questa lettera. Resta il fatto che, lettera o non lettera, certamente – diciamo così – l’attendibilità del Guede è quella che si lega ovviamente alle cose assolutamente non credibili che egli dice a proposito del suo rapporto con la vittima, e quindi su questo in qualche modo frana un ragionamento che si possa fare sulla credibilità di costui. Anch’egli – vedete – in qualche modo avverte l’insidia di questo passaggio dal bagno, cioè, diciamo, offre la percezione, dà la percezione che questo è un passaggio significativo, perché addirittura costruisce quel momento come il suo alibi rispetto all’omicidio. E questo è, diciamo, tra virgolette, vorrei dire tipico. Solo, ecco, un’osservazione. Diciamo, chi ha un briciolino di esperienza di fatti omicidiari in qualche modo sa bene che una parola dell’imputato, del correo, anche se è una parola non credibile e non affidabile, per le ragioni che si è detto, però comunque può contenere qualche segmento di utilità, no? direi anche ai fini diciamo di quella utilizzazione differenziata delle sue dichiarazioni, ma insomma, anche senza avventurarsi in questo schema – diciamo così – che la giurisprudenza ci offre, diciamo che in generale ci può essere qualche affermazione di contesto, che può avere un proprio interesse. E in effetti devo dire che il Rudy Guede, nel momento in cui riferisce in quella conversazione, rispetto alla quale egli ha informazioni del fatto che gli possano essere rivenute dallo spippolamento che può aver fatto dalla Germania e con cui si è tenuto aggiornato. Ecco, diciamo, resta abbastanza improbabile che queste informazioni si possano essere spinte fino ad una affermazione di contesto quale quella che c’era una discussione tra le ragazze, una discussione tra le ragazze che egli per l’appunto pone a fondamento di questa cosa. Certo, magari può avere la cosa una sua plausibilità, però non c’è dubbio che questo dato risponde effettivamente... è un’affermazione di contesto che ha una sua piena verosimiglianza. Ma dici “va beh, discussione... è chiaro, lui deve rappresentare un omicidio in cui vuole mettere di mezzo quella”... però, ecco, la discussione è legata al fatto che costei fumava troppo, e quindi evidentemente fumava troppo, probabilmente forse faceva anche un po’ puzzo, e quindi forse, diciamo, questo discorso del fumare troppo, diciamo, in qualche modo può guardare anche all’aspetto della scarsa pulizia dei locali. E quindi poi... e poi per un problema di soldi. Lui evidentemente da ladruncolo mette il problema dei soldi sul fatto che la Knox li aveva rubati alla Meredith. Di questo dato non c’è nessuna emergenza, anche se c’erano dei soldi che in effetti la Meredith aveva già preparato, perché doveva pagare l’affitto, e lei insomma, da ragazzina a quanto sembra diligente, si era già messa in conto... aveva messo già da parte i soldi per il giorno 05. Quindi... e quando lei dichiara questo alla Mezzetti la Knox è presente. Ma emergenze specifiche di assenza di queste somme non ci sono. Però resta il dato che un problema di soldi effettivamente, in qualche modo, è legato al fatto che la pulizia comunque aveva questa implicazione, perché, diciamo, era talmente – come dire – problematico il gestire la pulizia nell’appartamento, che non solo si erano fissati i giorni, una settimana a te, a te, a te, a te. No. Si era detto “chi non rispetta questa cosa, chi fa trovare la casa sudicia, paga cinque euro”. Quindi evidentemente... lasciamo perdere, noi non abbiamo saputo di chi era la responsabilità in quella settimana, se magari era della Meredith, che quindi dice “come, devo pagare io... devo pulire io, rischio io i cinque euro per questo fatto di”... Non lo sappiamo. Però è un dato di fatto che la gestione dell’appartamento si era spostata dal piano strettamente fisiologico di distribuire i compiti al piano patologico di dover gestire il problema di una pulizia insufficiente che la Mezzetti, che la Mezzetti, quella cioè che si trova il bagno poi sporcato da Rudy, attribuisce a delle inadempienze della Amanda Knox. Quindi, ecco, credo che da questo punto di vista, diciamo, questa parte, che forse, come dire, che ha senz’altro ormai l’ambizione di risultare parte conclusiva della vicenda, della discussione, certamente riempie di contenuti sufficientemente probanti il perché una cosa del genere può essere accaduta, nella prospettiva ovviamente di doversi interrogare non sul perché questa povera figliola è stata ammazzata, come se dovessimo pensare ad un qualche cosa che in base ad una de terminata strategia è stato posto in essere all’interno di un contesto omicidiario, pensato chissà per quale finalità. No. E’ una situazione che evidentemente, in un contesto di persone che si conoscono a malapena, che magari evidentemente presentano anche, hanno in quel momento, devono convivere, insomma si trovano col problema di gestire questo ivoriano puzzolente in casa, certamente diciamo può aver determinato quel tipo di conflittualità che può essere alla base... che può essere... che è stata evidentemente alla base di un tipo di iniziativa del genere. Altro noi non possiamo dire, ma non perché... e questo noi non lo dobbiamo considerare un problema del processo, perché evidentemente... perché evidentemente, diciamo, se noi dovessimo immaginare uno scenario diverso, che certamente è uno scenario che in qualche modo, sia pure marginalmente, dovrebbe implicare una sorta di condiscendenza, condivisione, a qualche livello, della povera Kercher, evidentemente andremmo su uno scenario che non esiste nelle carte del processo. Cioè noi dobbiamo – a mio parere, e io concluderò in questo senso – diciamo valutare la responsabilità di coloro i quali hanno contribuito a questa vicenda, e i fatti a loro carico danno questa dimostrazione, dal mio punto di vista, nell’ambito di una conflittualità che si è venuta determinando, scatenata da un evento specifico che poi ha dato origine a tutto questo complessivo scenario. Altro la vicenda non ci consegna, cioè non è che ci offre elementi particolari per ritenere che questa figliola potesse – diciamo così – avere avuto qualche vicenda nella propria giornata un po’ particolare, che, insomma, in qualche misura possa essere stata oggetto di qualche vicenda specifica. La vicenda è questa e nell’economia del processo questi elementi diciamo vanno valutati in questo modo.

E quindi io credo che da questo punto di vista quindi le conclusioni del Procuratore Generale, che non sono... come avete visto sono stati altri i momenti della requisitoria nei quali forse è stato il caso di essere più rafforzati negli elementi... nella trattazione degli elementi. Diciamo, nel momento in cui si ragiona di un movente in un caso del genere, certamente ci si deve confrontare con i dati che la vicenda propone e quindi bisogna andare a tener conto del fatto che, diciamo, queste situazioni sono comunque situazioni di violenza, che possono legittimamente scaturire da quel contesto che vi ho segnalato.

E quindi io, ecco, da questo punto di vista ritengo di concludere nel senso che, diciamo, richiedo alla Corte due cose sostanzialmente: che certamente la calunnia a carico di Knox Amanda sia riformulata nella pena portando la stessa alla misura di anni quattro di reclusione, perché intendo che sia tenuto conto del carattere certamente di questa calunnia, non certamente estemporanea e frutto di chissà quale momento di obnubilamento, ma evidentemente tarata proprio sulla necessità di creare l’occasione di un depistaggio. E poi vi chiedo di affermare la penale responsabilità per entrambi gli imputati, con riferimento ai quali, ecco, io credo che la gestione molto disinvolta del post-factum, tutto questo architettare comportamenti particolari e quant’altro, diciamo a prescindere da quelle valutazioni sull’incensuratezza e sulla buona personalità diciamo degli imputati, ecco in questo senso a me pare che l’affermazione della Corte perugina di primo grado di concedere le attenuanti generiche sia un punto da riformare, e quindi da questo punto di vista vi chiedo che le attenuanti generiche non siano concesse, perché non mi paiono compatibili col tipo di comportamento che, con riferimento al fatto di reato, costoro hanno poi coltivato e hanno tenuto. Mentre a me pare che ritenere la sussistenza dell’aggravante dei futili motivi non sia coerente al tipo di ricostruzione, nel senso che certamente i futili motivi, diciamo, si sposano con l’esigenza di dare per dimostrata una gratuità dell’azione criminosa, uno sbilanciamento dell’azione criminosa, nella direzione evidentemente di un qualche cosa che trascende il mezzo, per così dire, rispetto al fine, laddove in questo caso no, la questione è totalmente diversa, nel senso che qui c’è questa situazione di conflitto che evidentemente è causata da questa incombente e ingombrante presenza di Rudy, questo crea il contrasto che certamente poi conduce gli imputati, e lui stesso, a mettere le mani addosso, nei termini che abbiamo visto, a questa ragazza, che va a finire praticamente incastrata lì tra l’uscio e il muro della propria stanza, e si avvia quel tipo di progressione criminosa rispetto alla quale certamente poi l’omicidio ha questo carattere ovviamente terminale, che insomma in qualche modo costituisce l’espressione di quella dinamica progressiva che ho segnalato e che ho indicato. Quindi da questo punto di vista io penso che in quel momento il futile motivo non ha nessuna cittadinanza in una vicenda di questo tipo, perché di futile motivo, diciamo, si dovrebbe semmai ragionare rispetto al reato nel momento in cui si è avviato e non nel momento in cui è stato diciamo concluso con quelle modalità feroci che sappiamo. Quindi, escludendosi il futile motivo, vi chiedo di affermare la penale responsabilità di entrambi gli imputati, con condanna per ciascuno alla pena di anni ventisei di reclusione. Vi ringrazio per l’attenzione e ho concluso.
AN:
Bene. Allora facciamo una sospensione. Sono le 14:15. Diciamo alle tre e un quarto ripartiamo con le conclusioni delle Parti Civile che avevamo pronosticato ieri. Un’ora è assolutamente indispensabile per sopravvivere. Poi continueremo alle tre e un quarto.

(SOSPENSIONE)

AN:
Accomodatevi. L’udienza riprende. Quindi adesso possiamo dare la parola alla Difesa di Parte Civile di Patrick Lumumba.


CONCLUSIONI DELLA PARTE CIVILE – AVV. C. PACELLI

CP:
Grazie, signor Presidente.
AN:
Prego.
CP:
Onorevole Signor Presidente, Signori Giudici, poche parole sapientemente e furbescamente dette dalla perfida e astuta Amanda Knox nel corso delle dichiarazioni rese alla Squadra Mobile nella mattinata del 06/11/2007 alle ore 01:45: “Ricordo confusamente che l’ha uccisa lui”, sono riuscite in un lampo e con il fragore di un rombo a distruggere l’incolpevole Patrick Diya Lumumba come uomo, come marito, come padre, totalmente azzerando la stima di cui godeva nella comunità ed infangandogli onore, dignità e reputazione. Per Patrick Diya Lumumba dunque nessun esordio di rito e di consuetudine, ma un interrogativo che ogni cosa sovrasta e che va diritto al cuore di tutta la causa: perché la mattina del 06 novembre 2007 Amanda Knox incolpò Patrick Diya Lumumba dell’omicidio della giovane e sventurata studentessa Meredith Kercher, sapendolo innocente? Per decidere questo processo dunque è assolutamente inevitabile rispondere a questa domanda: perché Amanda Knox calunniò Patrick Lumumba? Perché – e qui invoco tutta la vostra attenzione – la calunnia non è mai senza un perché, ed è anzi l’esasperazione della logica applicata ad un interesse. Io vi dimostrerò che la calunnia di Amanda era diretta ad un solo fine: allontanare da sé gli investigatori e le stringenti indagini, depistare, sviare, coprire ciò che ella sapeva, nascondere ciò che ella aveva fatto, finalizzata ad un solo scopo: ottenere l’impunità per sé e per i correi dall’omicidio di Meredith Kercher. E ciò voi lo vedete, voi lo comprendete benissimo dopo l’illustrazione con grande sapienza giuridica testé fatta sin da ieri nella requisitoria dall’Illustre Signor Procuratore Generale. Ripeto, voi lo vedete perché ciò include la soluzione di tutta la causa, poiché il riconoscimento della sussistenza dell’aggravante del nesso teleologico è ciò che istituisce la correlazione tra il fatto di calunnia ed il più grave reato di omicidio, è la chiave di volta per la comprensione di tutto il processo, è il punto risolutivo, la soluzione di questa drammatica vicenda omicidiaria. E ciò ovviamente dal nostro punto di vista. Ed in questa impresa, come è doveroso, mi atterrò ai nitidi ed incisivi insegnamenti della Suprema Corte di Legittimità. Nel riesaminare il compendio probatorio al lume della sentenza di annullamento porrò i termini fissati dalla sentenza di rinvio come colonne di Ercole insuperabili, operando un esame globale ed unitario degli indizi, alla luce di tutte le informazioni rilevanti presenti agli atti, nel rispetto dei principi di completezza, di non contraddittorietà e di linearità logica del ragionamento. Non solo dunque vi fornirò le prove, ma starò fermo alle prove, fermo come nocchiere al timone, in un mare in tempesta, ancorato ad un solo intento: servire la verità. Ma prima di affrontare tale fatica, questa Parte Civile intende esprimere e nuovamente partecipare il proprio sentimento di profonda commozione e di sincera pietas nei riguardi della sfortunata Meredith Kercher, e la propria solidarietà ai familiari della stessa per la perdita subita, inesorabilmente irreparabile. Peraltro, il pregiudizio subito dal signor Diya Lumumba, falsamente incolpato dalla Knox dell’omicidio della povera Meredith e a causa di ciò incarcerato e privato della libertà per settimane, tenuto lontano dalla propria famiglia e dagli affetti, indicato da subito dai mass-media mondiali come l’autore dell’atroce ed efferato assassinio, bollato nell’immaginario collettivo locale, nazionale e internazionale come il mostro, l’orco di Via della Pergola, ancorché incomparabili con quello derivante dall’uccisione della persona cara e comunque di portata moralmente, psicologicamente ed economicamente devastante. In questa vicenda processuale, dopo Meredith Kercher la seconda vittima ha un nome e un nome solo: Patrick Diya Lumumba.

Ciò posto, un interrogativo si impone con fragorosa possenza: chi è Amanda Knox? La Knox, spregiudicata nel mentire e nel calunniare, bella, affascinante, intelligente, furba, astuta, è innanzitutto come attualmente appare, ed è apparsa fotografata in un’infinità di giornali e rotocalchi, immortalata nei più disparati talk-show televisivi, e microfonata in innumerevoli interviste televisive, e cioè molto femminile, carina, volto bianco, occhi azzurri, semplice, dolce, dai tratti candidi, viso acqua e sapone, con le sue pose da bambolona ingenua. Questo Difensore vi dice che Amanda è esattamente come oggi nei mass-media appare, è esattamente anche tutto questo. Ma non solo questo. Ed allora, per capire e valutare le dichiarazioni rese da Amanda il 06 novembre 2007, la sua condotta, il suo comportamento, la domanda che nasce spontanea e possente è: chi era e come viveva Amanda Knox all’epoca dei fatti, all’epoca dell’omicidio, all’epoca del 1° novembre 2007? In sede di memoria difensiva, 10 settembre 2013, l’ottimo Collegio Difensivo dell’imputata, due luminari, a ogni nome suona un encomio e una lode, a pagina 87 e 88, definendo la personalità di Amanda la descrive come una ragazza – testualmente – “puntuale, una studentessa brava veramente, diligente, partecipativa, tranquilla, estroversa, simpatica; una ragazza che amava la musica, lo sport, lo yoga e le lingue, quindi sicuramente una ragazza che aveva molti interessi; lavoratrice, allegra e sorridente; che con la vittima si sono mandate baci fino alla sera prima via sms; fermamente intenzionata a restare a Perugia”. Orbene, nel pennellare e dipingere la personalità di Amanda con tale ritratto, la Difesa ha dato prova di notevoli risorse inventive, quando ha iniziato a confezionare un’Amanda zelante, solerte, impegnata in un’attività di studio ordinata e costante, per poi acconciarla come allegra e sorridente e quindi incastonarla nel rapporto con la vittima in una relazione fatta di grande armonia, di piena intesa, di completo accordo, addirittura di intima affettuosità: “si sono mandate baci fino alla sera prima”, e quindi giungendo senza ostacoli, col solito metodo di prendere dalla prova il poco e frammentario che offre, e trascurando il molto che emerge come smentita. Orbene, Onorevoli Signori della Corte, ora non parlerò che di lei. Non leggerò che nel suo cuore e nella sua anima. E vi dico che riconoscerete costei solo se le strapperete dal volto la maschera dell’istrione, dell’impostore e della commediante. Amanda Knox ha cento volte mentito, proferito bugie, raccontato frottole, accatastato menzogne, ha alterato la verità su circostanze che non ammettono dubbi, ha taciuto sapendo. Nel descrivere la personalità di Amanda io non citerò le raffigurazioni di celebri criminologi, non mi gioverò dell’analisi di eminenti psichiatri, non mi affiderò a rinomati psicologi, ma mi avvarrò solo ed esclusivamente degli atti di causa e particolarmente di quanto riferito dai numerosissimi testimoni escussi dinanzi alla Corte d’Assise di primo grado, iniziando da quanto, a suo tempo, è stato testimoniato dal gruppo delle connazionali inglesi della povera Meredith, le sue più intime amiche, ripercorrendo le tappe delle loro deposizioni. L’ora incalza.

All’udienza del 13 febbraio 2009 Robyn Carmen Butterworth – mi scuso per la dizione in inglese non perfetta – così si è espressa, a domanda del Pubblico Ministero: “Ecco, in particolare che cosa diceva di Amanda”? Teste: “Meredith era un po’... era un po’ imbarazzante, perché Amanda non lasciava pulito il bagno e quindi chiedeva a noi cosa... Meredith ci chiedeva cosa avrebbe potuto fare per dire ad Amanda di tenere più pulito il bagno, di scaricare lo sciacquone”, ad affoliazione 9. “Si ricorda se Meredith le disse che Amanda aveva lasciato degli oggetti nel bagno”? “Sì, mi aveva parlato Meredith” – ad affoliazione 10 – “quando sono andata a casa sua. Nel bagno c’era un beauty-case con degli oggetti, dei preservativi e un vibratore, e Amanda li aveva messi lì nel bagno. Meredith ci aveva detto che era un po’ strana. Si sentiva a disagio, perché Amanda li aveva messi lì e si potevano ben vedere. Sì, Meredith ce lo ha detto, ce lo ha detto, ce lo ha detto a tutti noi, ed io ed Amy ne abbiamo parlato anche”. A domanda del Presidente sul perché la testimone sentì la necessità di recarsi alla Polizia ritornata in Inghilterra, la teste così risponde: “Ho parlato del rapporto, che non andavano molto d’accordo. Ricordo che Meredith” – è sempre la teste che parla, ovviamente – “mi aveva detto che Amanda aveva portato dei ragazzi in casa. Ricordo un ragazzo in particolare, che avevamo soprannominato Internet Man, e quindi volevo far sapere questa cosa alla Polizia”. Su domanda di questo Patrono di Parte Civile: “Meredith le disse che Amanda in diverse occasioni aveva portato uomini nel loro appartamento di Via della Pergola”? La teste risponde: “Sì” (affoliazione 34). A domanda del Pubblico Ministero (pagina 19): “Ecco, cosa facevano? Che cosa dicevano? Come era il comportamento quando stavano in Questura Amanda e Sollecito”? E siamo al giorno 02 novembre, a poche ore dalla scoperta del cadavere di Meredith. Teste: “Il comportamento di Amanda mi sembrava strano. Tutti erano molto turbati, mentre lei non mostrava emozioni. Noi tutte piangevamo, non ho visto Amanda piangere”. A domanda del Pubblico Ministero: “Un’altra cosa, prima di andare avanti sul racconto di Amanda. I due, Raffaele e Amanda, si baciavano, avevano delle effusioni, ecco, durante la presenza nell’anticamera della Questura”? Teste: “Sì, ricordo che si baciavano, che scherzavano. Mi ricordo che Amanda ha fatto come una linguaccia, ha tirato fuori la lingua verso Raffaele. Ricordo che Amanda aveva messo i piedi su Raffaele. Ricordo che si dimostravano affetto, si baciavano”. A domanda del Presidente: “In merito alla morte di Meredith Amanda aggiunse dei particolari circa le modalità, le cause della morte stessa”? Teste: “Ricordo la cosa perché mi ha turbato. Io ero seduta, Nathalie era per terra, e Nathalie ha detto “beh, almeno spero che non abbia sofferto””. Nathalie è un’ulteriore amica inglese. A domanda del Pubblico Ministero: “Ecco, voi sapevate in quel momento come era morta Meredith, voi e i presenti”? Teste: “No, nessuno ci aveva detto niente”. Così non soltanto Robyn Carmen, così tutte.

Amy Frost, ad affoliazione 69: “Meredith ci diceva delle cose su Amanda che la irritavano, diceva che Amanda lasciava il water sporco”. Pubblico Ministero: “Non si ricorda di altro”? Teste: “Ricordo che Amanda appena arrivò mise subito in bagno un beauty-case, e dentro c’erano dei preservativi ed un vibratore”. Su domanda di questo Patrono: “Amanda riferì a lei di avere un fidanzato in America”? Teste: “Sì. La sera in cui l’ho conosciuta disse che aveva un ragazzo, ma che per il periodo in cui sarebbe stata in Italia avrebbero avuto una relazione aperta”. Avvocato: “Che cosa vuol dire “relazione aperta””? Teste: “Credo che significhi che si possono avere relazioni con altre persone”. Su sollecitazione della Parte Civile, che la invitava a ricordare una conversazione telefonica di Amanda con il suo ragazzo americano, che essendosene andato in Cina aveva avuto un’avventura con una cinese, la teste riferisce: “Sì, aveva conosciuto una ragazza cinese e Amanda gli aveva chiesto: “Ah, com’è questa ragazza”? E lei credo” – cioè Amanda – “fosse contenta di questa cosa. Ricordo di aver pensato: strano, se il mio ragazzo avesse conosciuto un’altra ragazza non sarei contenta”. Su domanda del collega Maresca: “Si ricorda di un episodio in cui alla Knox venne chiesto di un herpes che aveva in quel momento sul labbro? Se sì da chi e con chi avvenne il colloquio”? Teste: “Meredith mi disse che i ragazzi di sotto”... Faccio un piccolo inciso: questa villetta in Via della Pergola è su due piani, sul piano superiore, lo dico a me stesso, signor Presidente, sperando di fare opera utile, se intanto in quanto ce ne sia bisogno, sul piano superiore viveva la povera Meredith insieme ad Amanda e due amiche italiane e nel piano inferiore vi erano quattro studenti italiani. Teste: “Meredith mi disse che i ragazzi di sotto avevano fatto una festa ed un ragazzo aveva detto ad Amanda: “Mi piace questo herpes”. Amanda disse: “No, no, non è un herpes, è un brufolo”. E lui disse: “No, è un herpes, significa che ti piace fare sesso”. Ricordo che poi ho visto Amanda baciare questo ragazzo al Red Zone”. Avvocato: “Si ricorda il nome del ragazzo”? Teste: “Daniel Di Luna”. Pubblico Ministero: “Senta” – ad affoliazione 71 – “senta, in Questura, sera del 02 di novembre” - quindi a poche ore dalla scoperta del cadavere – “come si comportavano Amanda e Raffaele”? Teste: “Amanda teneva i suoi piedi sulle gambe di lui, faceva delle smorfie e si baciavano”. Pubblico Ministero: “Ha fatto delle smorfie”? Teste: “Tirava fuori la lingua, arrotondandola. Ricordo che faceva delle smorfie”. Presidente: “Rispetto agli altri presenti, qualcuno piangeva di voi presenti”? “Ho visto tutti piangere, a parte Amanda e Raffaele”. Presidente: “A parte che significa, che non piangevano oppure non li ha visti”? “Non li ho mai visti piangere”.

Sophie Purton. Pubblico Ministero: “Senta, quali erano i rapporti tra Meredith e Amanda”? Teste: “Una cosa in particolare ricordo molto bene, riguarda le abitudini di Amanda in bagno. Meredith diceva che Amanda non scaricava lo sciacquone. Il motivo per cui ce ne parlò è che la cosa la infastidiva e voleva fare qualcosa al riguardo, ma non sapeva bene che cosa fare per non creare situazioni imbarazzanti”. “C’erano altre situazioni che creavano una certa tensione fra di loro”? insiste il Pubblico Ministero. Teste: “Meredith ci disse che Amanda portava degli uomini a casa, e questa era una cosa che noi non facevamo. Amanda era abbastanza aperta a proposito della sua vita sessuale, e lasciò un beauty in bagno, con un vibratore e dei preservativi”. Su richiesta di precisazione dell’Avvocato Maresca in ordine alle lamentele da parte di Meredith per la presenza di uomini in casa portati da Amanda, ad affoliazione 119, la teste così depone: “Sì, credo si sentisse a disagio perché c’erano in casa uomini che lei non conosceva”. Pubblico Ministero: “Senta, quando lei è arrivata in Questura” – affoliazione 103-104 – “ha incontrato Amanda la sera del 02”? Aggiungo io: novembre, ovviamente. “Ho chiesto ad Amanda cosa sapesse, perché la Polizia non diceva nulla. E Amanda rispose: “Che cosa vuoi sapere? Perché io so tutto”. Disse anche che le era stata tagliata la gola”. Su domanda dell’Avvocato Dalla Vedova, ad affoliazione 111: “Lei si ricorda se tra gli altri ragazzi che erano con voi c’era qualcuno particolarmente scioccato e piangevano, per esempio? C’era qualcuno che piangeva”? Teste: “Tutti quanti, tranne Amanda”. Avvocato: “Quindi anche Sollecito”? Teste: “No, Sollecito non stava piangendo”.

Nathalie Hayword. “Quando lei è entrata in Questura la sera del 02 novembre” – chiede il Pubblico Ministero ad affoliazione 124 – “com’era l’atmosfera? Che cosa facevate lì? C’era turbamento, dei ragazzi che piangevano, non piangevano”? Teste: “Amanda non stava piangendo”. Pubblico Ministero: “Senta, e poi durante tutta questa attesa come si comportavano tra di loro Amanda e Raffaele”? “Raffaele era molto tranquillo, a volte facevano dei giochi insieme con le mani”. “Giochi con le mani”? Teste: “Sì, con le mani”. Pubblico Ministero: “Ma è vero che in quell’occasione, sempre in Questura, vi siete chiesti come fosse morta”? Teste: “Sì. Io ho detto ad Amanda: “Spero che non sia morta con grande dolore””. Pubblico Ministero: “E Amanda che cosa ha detto”? Teste: “Ha detto: “Le hanno tagliato la gola, Nathalie, sarà morta lentamente, con grande dolore”. Ricordo che Amanda ricevette una chiamata dal suo patrigno e al suo patrigno disse: “Ho trovato Meredith nell’armadio, con una coperta sopra di lei”, ad affoliazione 127. Su domanda dell’Illustrissimo Signor Presidente della Corte d’Assise risponde: “Quello che ricordo è che disse al suo patrigno “ho trovato Meredith nell’armadio ed era coperta da una coperta” (pagina 131).

Da ultimo, dopo aver citato queste come le più rappresentative del gruppo delle connazionali inglesi, mi limiterò ad un brevissimo flash delle restanti amiche inglesi, che sostanzialmente tutte hanno confermato i fatti e le circostanze sinora riferite.

Jade Bidwell. “In Questura la sera del 02 novembre” – chiede il Pubblico Ministero ad affoliazione 133 – “che atteggiamento tenevano quelli che erano presenti”? Teste: “La maggior parte delle persone erano turbate e piangevano. La maggior parte delle persone era sconvolta. Ma personalmente ho notato che Amanda non sembrava molto sconvolta”. “Quindi, diciamo, era impassibile”? Teste: “Sì”. Pubblico Ministero: “La domanda è questa: Amanda ha detto “l’ho vista” e lei l’ha sentita perché parlava ad alta voce”? “Ho sentito Amanda dire che l’aveva trovata”. Samantha Rodenhurst. Pubblico Ministero: “Amanda in Questura con Raffaele che cosa faceva durante l’attesa”? “A volte erano seduti insieme, a volte erano a braccetto, sembrava molto affettuosa con lui”. Pubblico Ministero... “Amanda era molto affettuosa come se stesse flirtando”. Pubblico Ministero: “Con Raffaele”? Teste: “Sì”. Su domanda della Difesa Avvocato Brusco: “Ho solo sentito Amanda dire che era stata trovata nell’armadio, avvolta da una coperta, con il piede che usciva fuori. Solo Amanda disse: “Io l’ho trovata, io l’ho vista””, ad affoliazione 151. Affermazioni dunque dell’imputata Amanda Knox dimostrative della sua conoscenza di particolari dell’omicidio rivelatisi coincidenti con quanto successivamente accertato dagli investigatori. Nella stessa udienza del giorno 13 febbraio 2009, in sede di dichiarazioni spontanee, Amanda Knox, volendo fare un chiarimento brevissimo sul beauty affermava, ad affoliazione 60: “Esiste questo vibratore che avevo, era un regalo di una mia amica prima che sono arrivata in Italia. E’ un piccolo coniglio di colore rosa, di queste dimensioni”. Presidente: “Dieci centimetri”? Amanda: “E’ così”. E su tali circostanze che cosa dicono le inquiline?

Filomena Romanelli, udienza 07 febbraio 2009, sinteticamente, ad affoliazione 10. “Come facevate per la pulizia”? Teste: “Avevamo stabilito dei turni”. Pubblico Ministero: “Si sono creati dei problemi”? Teste: “Non sempre i turni venivano rispettati”. Pubblico Ministero: “Chi non li rispettava”? “Amanda”. Avvocato Maresca: “Ecco, lei ha detto che i turni di pulizia per la casa hanno piano piano creato dei problemi, perché la Knox non puliva. E’ giusto”? “E’ giusto”, risponde la teste. Pubblico Ministero: “C’erano anche altri problemi che sono insorti? Venivano estranei in casa”? Teste: “Sì, venivano degli estranei in casa. Io non ho mai visto portare ragazzi in casa, perché io stessa il fine settimana mi allontanavo dall’abitazione, quindi praticamente quasi tutti i fine settimana non c’ero. Ma quando tornavo a casa sapevo, o comunque venivo a sapere, che magari c’era stato qualcuno”. Pubblico Ministero: “E chi l’aveva fatto”? Teste: “Amanda”. Avvocato collega Ghirga: “Allora le chiedo: quando Amanda portava gli uomini a casa, che poi ha ridotto ad un episodio, tale Daniel o Daniele, da chi l’ha saputo”? Teste: “Da Laura”. Sarebbe Laura Mezzetti.

All’udienza del 14 febbraio 2009 Laura Mezzetti, l’altra coinquilina. Pubblico Ministero: “I vicini di casa del piano di sotto... senta, fra voi c’era chi faceva uso di stupefacenti”? Dichiara: “Alcune volte è successo che abbiamo fumato in casa tutti dell’hashish”. Pubblico Ministero: “Tutti quanti”? Risposta: “Tutti quanti”. Insiste il Pubblico Ministero: “Voi quattro e i ragazzi di sotto”? Laura Mezzetti: “Sì”. “In che periodo”? “A ottobre, sempre a ottobre”. Su domanda del Pubblico Ministero, relativa al comportamento tenuto dalle persone presenti in Questura la sera del 02 novembre, tra l’altro una serata lunghissima, così riferisce: “Al momento in cui sono arrivata a casa non c’era nessuno, tutti erano stati già portati in Questura e io arrivai per ultima. Chiaramente eravamo tutti sotto shock. Vidi Amanda e Raffaele farsi delle coccole, darsi molti abbracci e molti baci”. Pubblico Ministero: “Senta, in data... io le contesto questo, se non se lo ricorda: in data 05 dicembre 2007 lei dice: “Amanda a volte si lamentava che con lei la Polizia era piuttosto brusca, che lei mentiva”. Si ricorda”? Teste: “Sì, me lo ricordo”. Pubblico Ministero: “E’ così”? Teste: “E’ così”. Insiste il Pubblico Ministero: “Cerchi di ricordare ancora”. Laura Mezzetti: “Ecco, mi colpì che Amanda sapeva alcuni particolari, che riferisse particolari che noi non conoscevamo”.

All’udienza del 06 febbraio 2009 viene escusso il fidanzato di Filomena Romanelli, Zaroli Marco, il quale sopraggiunto in data 02/11/2008 in Via della Pergola così descrive il comportamento di Amanda e Raffaele nei momenti concitati, tragici e drammatici susseguenti al ritrovamento del corpo privo di vita di Meredith. Pubblico Ministero: “Quando avete trovato il cadavere che cosa avete fatto”? Teste: “Siamo usciti fuori di casa”. Pubblico Ministero: “Nella piazzola antistante”? Teste: “Sì”. “E che cosa facevano Amanda e Raffaele”? “Sono stati tutto il tempo insieme, si accarezzavano e si baciavano”.

Come la vedono e che cosa riferiscono gli inquilini dell’altro appartamento di Via della Pergola? All’udienza del 03 luglio 2009 Luciani Riccardo, uno dei coinquilini del piano di sotto - gli altri inquilini sono, lo ricordo a me stesso, Marco Marzan, Stefano Bonassi e Giacomo Silenzi – dice: “La Romanelli, la Mezzetti, Amanda e Meredith fumavano sia hashish che marijuana. Anche noi quattro, noi e loro, tutti quanti. E questo è accaduto sia nel nostro appartamento che nel loro, in entrambi gli appartamenti”. Insiste il Presidente della Corte, ad affoliazione 98: “Lei ha detto che più volte è accaduta questa cosa dell’uso di sostanze stupefacenti, sia nel vostro che nell’appartamento delle ragazze. Quand’è che accadeva”? Teste: “Di sera”. Su domanda dell’Avvocato Del Grosso, che faceva parte del Collegio Difensivo: “Vi incontravate con queste ragazze”? Teste: “Sì”. Avvocato Del Grosso: “Come trascorrevate il tempo in queste occasioni”? “Bevendo, bevendo qualche birra”.

All’udienza del 14 febbraio 2009 Silenzi Giacomo, nel confermare tali circostanze, precisa: “Facevate uso di sostanze stupefacenti”? Teste: “Capitava di fumare dell’hashish”. “Dove”? incalza il Pubblico Ministero. “Sempre a casa, tra di noi”. Pubblico Ministero: “Anche Amanda”? Teste: “Anche Amanda, sì”. Precisa che loro nell’appartamento custodivano cinque piantine di marijuana, che nella prima metà di ottobre in centro, dinanzi ad un pub – ad affoliazione 114 – mentre erano tutti lì, comprese anche Meredith ed Amanda, Rudy Guede gli aveva chiesto se Amanda era impegnata con qualche ragazzo o meno. E conferma infine che la sera che andarono al Red Zone, al ritorno dalla discoteca Amanda si portò in camera Daniel De Luna con il quale passò la notte facendo l’amore.

Circostanze tutte confermate da Bonassi Stefano, in particolare sia quella relativa al rapporto sessuale di Amanda con Daniel De Luna, sia il fatto che a Rudy piaceva Amanda. Testualmente: “Amanda e Rudy quindi si conoscevano”? “Sì”. Domanda: “Le risulta che Rudy abbia chiesto a qualcuno di voi qualcosa riferito ad Amanda”? Risposta: “Sì, ha esposto un suo interessamento”. “Ovvero”? “Ovvero ha detto che era... ecco, gli piaceva”. Bonassi conferma infine l’assunzione di stupefacenti. Sul punto testualmente: Pubblico Ministero, ad affoliazione 135: “Voi assumevate stupefacenti”? “Sì”. “Che tipo”? Teste: “Spinelli”. “E quando lo facevate eravate insieme alle ragazze”? “E’ successo”. Pubblico Ministero: “Chi si ricorda con certezza”? “Di Amanda”.

Completa il quadro Marco Marzan, l’altro coinquilino e cugino di Stefano Bonassi. All’udienza del 23 giugno 2009, in relazione all’episodio in cui Rudy si addormentò ubriaco sul water nella loro casa, vi è da notare il seguente passaggio, ad affoliazione 41. Avvocato Dalla Vedova: “Come fa a dire che Rudy era sotto l’effetto dell’alcol”? Teste: “Perché siamo arrivati in centro che stavano bevendo tutti. Mi è parso che avesse bevuto non poco”. Su domanda del Presidente, ad affoliazione 43: “Lei ha detto che ha fatto uso di sostanza stupefacente nella casa insieme agli altri ragazzi. E’ successo che anche le ragazze del piano di sopra siano venute sotto ed insieme avete fatto uso di sostanze stupefacenti”? “Sì”. Dalla Vedova: “Lei è a conoscenza del fatto che nella casa ci fosse una piccola piantagione”? Teste: “Certo”.

Ma vediamo, dopo aver fatto il quadro delle amiche più intime, le inglesi, delle sue coinquiline italiane, Mezzetti e Filomena Romanelli, e dei coinquilini del piano di sotto, vediamo che cosa dice l’amica d’infanzia, la prima amica degli studi di Amanda Knox: Paxton Madison, quella che conosce Amanda sin dal primo anno di college, l’amica di scuola, del cuore e delle confidenze. All’udienza del 27 giugno 2009 chiede questo Patrono: “In America le risulta che Amanda assumesse sostanze stupefacenti”? Risposta: “Sì, fumava cannabis”. Domanda: “Le risulta che Amanda assumesse sostanze alcoliche, alcol”? Risposta: “Sì”. Insiste l’Illustre Signor Presidente della Corte: “Prima il Difensore della Parte Civile ha chiesto se la testimone era a conoscenza dell’uso di sostanze stupefacenti e di alcol da parte di Amanda, e la testimone ha risposto di sì. Ne è a conoscenza perché l’ha vista farne uso o perché questa circostanza le è stata riferita”? Risposta: “L’ho vista, l’ho vista”.

E sentiamo che cosa dice la madre di Amanda, Edda Mellas, all’udienza del 19/06/2009, sulle abitudini della figlia, ad affoliazione 50: “A Seattle Amanda faceva uso di alcolici”? Risposta: “Ogni tanto, con i suoi amici”. Domanda: “A Seattle Amanda faceva uso di sostanze stupefacenti”? Risposta: “Quello che so è che aveva provato la marijuana”. “A Seattle Amanda ha avuto mai problemi con la Polizia”? Risposta: “No, a parte quella piccola multa, che però non era penale, che avevano preso per i rumori”.

E Amanda che cosa dice? Premesso che Amanda era già stata sentita nei giorni 02, 03 e 04 novembre, va sottolineato che l’ispettore capo della Polizia di Stato Rita Ficarra, nell’annotazione del 06 novembre 2007, prodotta da questo Difensore all’udienza del 16 gennaio 2009 come documento numero 2, dà atto che nell’ambito delle indagini relative all’omicidio della cittadina inglese Meredith Kercher, nella serata del 05 novembre, alle ore 22:00” - che è una data fondamentale su cui poi tornerò – mentre si trovava presso gli uffici della Questura di Perugia insieme ad Amanda, la stessa affermava testualmente che, contrariamente a quanto dichiarato precedentemente, “fa uso di sostanze stupefacenti del tipo hashish insieme al fidanzato Raffaele; di quest’ultimo asseriva di sapere, perché confidatogli dallo stesso, che in passato avrebbe fatto uso anche di sostanze del tipo cocaina e acidi, ma che attualmente si limiterebbe solo al fumo”. Circostanze tutte che Amanda confermerà peraltro nel memoriale del 07 novembre 2007, redatto in lingua inglese, da lei consegnato al vice ispettore della Casa Circondariale di Perugia Raffaele Argirò, e prodotto dalla Difesa Knox con traduzione all’udienza del 16 gennaio 2009. Nell’incipit di tale documento Amanda mano scrive quanto segue: “Raffaele mi ha raccontato del fatto che ha avuto una terribile esperienza con le droghe e con l’alcol. Mi ha raccontato di quando si è recato con alcuni amici ad un concerto e in quell’occasione avevano fatto uso di cocaina, marijuana, che lui aveva bevuto del rum, e di quanto i suoi amici erano ormai completamente fuori”.

Dunque, Signor Presidente, Signori Giurati, altro che piccioncini, altro che coppia di innamorati da incastonare in un quadro romantico di fine Ottocento, altro che infatuazione poeticamente adolescenziale. Amanda Knox amava le emozioni forti e non disdegnava esperienze estreme, avventure pericolose, condotte borderline. Comunque, sull’uso e sull’assunzione di sostanze stupefacenti sino alle ore 23:00 del 05 novembre, a coloro che conducevano le indagini Amanda ha sempre mentito. Ma se Amanda non aveva alcuna ragione per mentire, perché ha mentito? La ragione che si comincia ad intravedere è che Amanda da subito ha inteso allontanare dalla propria persona i sospetti. Ma proseguiamo per ora nell’identikit psicologico di Amanda. L’imputata, in sede di esame, 12/06/2009, su domanda dell’Avvocato di Parte Civile: “Lei all’epoca dei fatti faceva uso di sostanze stupefacenti”? Risponde: “Ogni tanto, con amici”. “Che sostanze assumeva”? “Marijuana”. “Fumava hashish”? “Sì”. Avvocato Dalla Vedova, ad affoliazione 121: “Il tuo rapporto con Meredith è cambiato nel tempo”? Risposta: “E’ che io andavo a lavorare e quindi non trovavo il tempo e nemmeno l’energia proprio di andare in giro a bere”. Nell’intercettazione ambientale del 17 novembre 2007 in carcere tra Amanda, il padre e la madre, nella parte finale Amanda ripercorre l’episodio dell’arrivo della Polizia a Seattle, ed in sostanza dice che quando la Polizia arrivò lei si trovava nella camera di una sua amica di nome Stephanie, a consolarla perché, testuali parole “era orrendamente ubriaca”. Parla lei con la Polizia, in questa situazione che è stata già ampiamente descritta, dove c’è di tutto e di più, e dice: “Ho preso la multa. Sono rientrata e ho detto “tutti fuori da casa”. Sistemai un po’ di sotto per le persone che erano troppo ubriache per tornare a casa”.

John Kercher, il padre della sventurata Meredith, all’udienza del 06/06/2009, su domanda del collega Maresca: “Si ricorda Meredith se le riferì qualche episodio riferito ad Amanda Knox”? Teste: “Due settimane prima mi disse che Amanda le dava fastidio perché non usava lo sciacquone. Ha parlato dell’igiene, che non teneva cura, non puliva il bagno dopo averlo usato”.

Da ultimo, ma non ultimo, il giorno 05 novembre Amanda incontra Patrick Diya Lumumba in Piazza Grimana, dinanzi all’Università per Stranieri. Lo bacia e gli dice: “Sei una brava persona”. Ed il giorno dopo, con un riconoscimento pieno ed incontrovertibile, identifica Patrick con l’assassino della sventurata Meredith e lo spedisce nelle patrie galere. E Amanda, il comportamento subito dopo il barbaro omicidio? Come correttamente sottolineato dal Tribunale del riesame in data 30 novembre 2007, ad affoliazione 21, Amanda non ha mai palesato un concreto dolore per la tragica morte di Meredith, piuttosto indulgendo in plateali effusioni con Raffaele, fino al paradossale acquisto di un capo intimo strettamente funzionale al sesso selvaggio.

All’udienza del 03 aprile 2009 il teste Scotto Di Rinaldi, titolare dell’esercizio commerciale “Botol” in Via Calderini, riferisce che intorno alle diciotto di sabato 03 novembre entrarono nel suo negozio Amanda e Sollecito, e dentro il negozio, nel cui interno si trovava parecchia gente, i due si comportarono in maniera disinibita, abbracciandosi e baciandosi. A domanda del Presidente: “Si baciavano sulle guance”? Il Teste risponde: “Si baciavano anche sulle labbra”. Nella circostanza, dopo che Amanda aveva preso un perizoma, uno slip, Raffaele le disse che avrebbero fatto del sesso caldo, testualmente “hot sex”, sesso caldo, sesso selvaggio. L’essenza dell’amore per Amanda Knox, questa amante sensibile agli amori occasionali ed effimeri, è una sensualità disfrenata. Letteralmente, “è una sfrontata, sessualmente disinibita”, tanto per parafrasare la sentenza della Corte d’Appello di Perugia di condanna di Rudy Guede, ad affoliazione pagina 28. Dunque, Signor Presidente e Signori della Corte, chi è Amanda Knox? E’ quella mite, dolce, dal volto acqua e sapone, che vedete nei talk-show televisivi oggi, oppure è quella che io, ma non io, le testi, le sue più intime amiche inglesi, le coinquiline italiane, i coinquilini italiani, la sua amica di scuola, vi hanno descritto come lussuriosa e dedita alle droghe e dedita all’alcol? Così come, ripeto, risulta dalle carte processuali. Io vi dico: Amanda è l’una e l’altra. In lei convive una doppia anima: quella angelica, brava, compassionevole, già ho avuto modo in altre occasioni di definire la Santa Maria Goretti, tenera, ingenua; e quella luciferina, demoniaca, satanica, diabolica, che la porta a vivere condotte di tipo borderline, estreme, ed adottare comportamenti dissoluti. Ed era quest’ultima l’Amanda del 1° novembre 2007. Amanda all’epoca del delitto era un concentrato, una miscela esplosiva fatta di sesso, di droga e di alcol, non disgiunta da una marcata mancanza di cura igienica. E va detto a chiare lettere, Signori della Corte: Amanda era una ragazza fangosa fuori perché era nera dentro. E non si può essere candidi all’esterno se non si è lindi e puri nelle pieghe dell’anima e dello spirito. E questa è la Amanda Knox all’epoca dei fatti. E questa è la Amanda Knox che dovrete giudicare. Questa è la dolente verità, questa è la triste genesi dei fatti orrendi che non ammette dubbi.

E’ tempo ora di esaminare le informazioni rilasciate da Amanda Knox nella primissima mattinata del 06 novembre 2007, iniziando da quelle delle ore 01:45. E questo perché per capire e venire al momento più pregnante di cui la studentessa di Seattle deve oggi qui rispondere bisogna innanzitutto affrontare un tema. Qual era il clima, l’atmosfera, l’ambiente della Questura di Perugia alla data del 05 novembre 2007 alle ore 23:00? Perché qui c’è un punto, Signor Presidente, fondamentale. Gli indicatori della sussistenza dell’aggravante del nesso teleologico, quanto a fattori ambientali e circostanziali, corrispondono esattamente e in gran parte all’elemento materiale del delitto di calunnia; dunque bisognerà ripercorrere – e qui chiedo un minimo di tolleranza e di pazienza – questo filo conduttore. Allora, siamo al 05 novembre 2007 alle ore 23:00. L’ispettrice Rita Ficarra sente Amanda il giorno 02 novembre, avvalendosi in quell’occasione dell’interprete Fabio D’Astolto. Amanda è sempre stata sentita con un interprete. La risente poi il giorno 03/11 con l’interprete Bellanca Mario. E poi Amanda viene risentita il giorno 04/11 dall’ispettrice Monica Napoleoni, alla presenza dell’interprete Colantuono, ma l’ispettrice Ficarra non c’è. Poi l’ispettrice Ficarra la risente il giorno 05 e 06 novembre. E dunque veniamo alla sera del 05, così come descrittoci dettagliatamente all’udienza del 28 febbraio 2009. L’ispettrice Ficarra rientra in Questura intorno alle ore 23:00, dopo una giornata assolutamente faticosa ed impegnata in accertamenti relativi a tutta questa vicenda, e nell’aprire la porta dell’ascensore, che dà sull’androne della Questura, prima degli ingressi negli uffici della Squadra Mobile, con stupore trova Amanda, e la vede vicino ad altri suoi colleghi, che stava dimostrando le sue qualità ginniche facendo una ruota, un ponte e una spaccata. Le sembra sinceramente un atteggiamento stonato, sia per il momento che per il luogo, e molto bonariamente un po’ la riprende, un po’ la rimprovera e le dice: “Ma Amanda, scusa, che cosa stai facendo? Che cosa sei venuta a fare? - ad affoliazione 64 – “Non sei stata chiamata, tornatene a casa”. Al che Amanda le risponde che lei era giunta lì perché Raffaele era stato invitato quella sera a rendere altre sommarie informazioni. Continuando a parlare, Amanda aggiunge che era alquanto scocciata e seccata del fatto che era stata chiamata e richiamata dalla Polizia, ed era proprio stanca. Al che l’ispettrice Ficarra replica, ad affoliazione 65: “Sei stanca... intanto sei venuta stasera, che non ti ha invitato nessuno; ti potevi andare a riposare”. Ed in sostanza le dice: “Vedi un pochino allora, se tanto vuoi restartene qui”... perché, ripeto, Amanda in Questura la sera del 05 ci va spontaneamente e non perché chiamata, e soprattutto Amanda in Questura vi resta volontariamente e non perché trattenuta. Benissimo. Dice l’ispettrice Ficarra: “Eh, stiamo parlando di un omicidio, aiutaci, stiamo parlando di una persona che viveva nella stessa tua casa, abbiamo bisogno di informazioni; facci qualche nome di persone che frequentavano la casa di Via della Pergola, fatti venire in mente chi può averla conosciuta; mettici in condizioni di poter acquisire notizie”. E Amanda allora in quel contesto, rendendosi conto della situazione, inizia a dare dei numeri di telefono e dei domicili, e fa i nomi Peter, Patrick, Aldo, Yuri... e riferisce di un ragazzo africano che gioca a basket nel campetto di Piazza Grimana. Afferma di fare uso di hashish, racconta le confidenze che le ha fatto Sollecito sull’uso pregresso di cocaina, dichiarazioni poi dettagliatamente reso contate nell’annotazione del 16 novembre, delle ore 20:00. Ed in quel momento l’ispettrice Ficarra dice: “Benissimo. Sarà bene che allora tutte queste cose le verbalizziamo per bene, perché ci possono essere dei dettagli per noi assolutamente importanti. Chiamiamo l‘interprete”. Chiamano l‘interprete Donnino, la quale prontamente chiamata dice “sì, arrivo”. E siamo intorno alle 23:00, alle 23:30. Stiamo andando verso la piena notte, ma sono operatori che in quel momento con molta abnegazione non hanno più orari, non hanno più turni di lavoro, lavorano notte e giorno, affaticatissimi, e tutti generosamente si prestano. Ripeto, la Donnino non frappone alcun ostacolo e dice: “Va bene, arrivo”. Monta in macchina e va in Questura. Allora, io qui vorrei sottolineare una circostanza, un dato: che allorquando la Donnino arriva nella stanza dove vengono assunte le sommarie informazioni di Amanda, vi sono l’ispettrice Ficarra, l’assistente Zugarini, un certo Raffi che è dello S.C.O. di Roma e l’interprete Anna Donnino. Ci sono poi altri operatori che vanno e vengono, ma sostanzialmente le persone stanziali sono quelle che or ora ho citato. Nell’altra stanza vi era Raffaele Sollecito, che veniva sentito dal Sostituto Commissario Monica Napoleoni e dal dirigente della Squadra Mobile Profazio, ed altre persone che comunque adesso qui è irrilevante richiamare e sottolineare. Il punto è che ad un certo momento all’ispettrice Ficarra, che stava verbalizzando a sommarie informazioni quello che Amanda poco prima le aveva già riferito, arriva la notizia, dall’altra stanza, che Sollecito aveva cambiato versione rispetto alle prime dichiarazioni; che non dava più l’alibi ad Amanda, che aveva affermato in sintesi che Amanda quella sera non era stata con lui ma era uscita ed era tornata dopo l’una, e che in sostanza Amanda lo aveva costretto a mentire. E’ qui che Amanda va in difficoltà. In altri termini, l’inizio del processo che porta Amanda ad accusare Patrick parte dal fatto che Sollecito cambia versione ed accusa Amanda di averlo costretto a mentire. Ed allora io vorrei questo momento iniziale rileggerlo con le parole dell’Ispettrice Ficarra, ad affoliazione 93 e 94: “Volevo specificare che lei aveva fatto quella serie di nomi di persone di cui all’annotazione. Io stavo iniziando a scrivere ed avevo iniziato da Patrick perché era il proprietario di dove lavorava lei, quando poi... cioè, io non ho fatto in tempo a scrivere, perché altrimenti avreste trovato anche tutti i soggetti che ho scritto nell’annotazione. E’ stato in quel momento che mi arriva la notizia che c’erano delle contraddizioni, che non aveva più l’alibi”. “In altri termini, Raffaele aveva cambiato versione”. “Sì, dall’altro ufficio dove stavano sentendo Sollecito: “Chiedi ad Amanda che cosa ha fatto quella sera””. Ed allora in questo contesto, mentre le rivolgono le domande, viene Amanda invitata a consegnare il telefonino. E qui nasce il problema centrale. Nel telefonino di Amanda, Amanda aveva cancellato il messaggio che Patrick alle ore 20:18 le aveva inviato, ma aveva conservato il messaggio di risposta che lei aveva restituito alle 20:32 in italiano a Patrick, che recitava espressamente: “Certo. Ci vediamo più tardi. Buona serata”. Allora, innanzitutto Amanda lì per lì nega di aver mai inviato questo messaggino, ma quando questo messaggino le viene mostrato e le viene suggerito di dire la verità, “Amanda, dì la verità”, Amanda va in escandescenze e si crea una situazione - che poi spiegherò – assolutamente drammatica. Riviviamo quegli attimi con la voce delle persone presenti. Ispettrice Ficarra: “Lei ha fatto il nome di Patrick” – riferisce l’ispettrice – “si è messa subito le mani in testa, è scoppiata a piangere e ha detto “è lui, è lui, è lui, è stato lui, l’ha uccisa lui”. Ed ancora: “Si portò le mani in capo, cominciò a sgrullare la testa, cominciò a su le gambe, si accovacciò su una sedia, mise le mani intorno alla testa e sugli orecchi e cominciò a dire “è stato lui, è stato lui, è stato lui”. Amanda dice: “Il nome di Patrick me lo ha suggerito la Polizia”. Ma questa enorme balla, questa enorme menzogna, questa bugia è assolutamente smentita da quanto verrò a dire. Patrick. Patrick è come dire Robert, è come dire John, è come dire Giovanni, Carlo, Francesco. Amanda va in Questura spontaneamente, non è stata chiamata, e volontariamente vi resta. L’ispettrice Ficarra la stava tranquillamente sentendo su segnalazioni che potevano essere del tutto collaborative, cercava informazioni, notizie. Patrick non era conosciuto, Patrick non era nell’inchiesta, non era nei pensieri della Questura, non era nelle investigazioni. Ma chi era Patrick? La Questura non lo conosceva. E per di più, Signor Presidente e Signori della Corte, che cosa vuol dire come nome “Patrick”? Un conto, al limite, è dire “Patrick Diya Lumumba”, altro è dire “Patrick”. Quindi la Questura, quando vede questo messaggio e questo tipo di messaggino inizia a dire: “Ma chi è questo Patrick? Nome, cognome, numero di telefono, che cosa fa, dove sta”? Inizia ad incalzare, pone domande legittime, perché è la Polizia, sta indagando su un omicidio, non è che sta indagando su un furto di caramelle. E di fronte alle menzogne che nel frattempo aveva disseminato Amanda, sempre più si fa incalzante perché voleva sapere, non sapendo nulla. E chi non sa nulla, non può suggerire nulla. Se uno non sa, che cosa può suggerire? E peraltro, un suggerimento nemmeno organizzato, nemmeno programmato, nemmeno preventivato. Addirittura l’ispettrice Ficarra le dice: “Ma vai a riposare, vai a casa, sarai stanca. Che cosa stai continuando a fare qua in Questura”? E il punto lo precisa l’ispettrice Ficarra allorquando su domanda di questo Patrono, se il nome di Patrick in quella circostanza fu da qualcuno suggerito, dichiara: “Ma Avvocato, ma chi lo conosceva il signor Patrick? Non lo conoscevamo” – ad affoliazione 82 – “chiedevamo a lei chi fosse questo Patrick”. E il Presidente incalza: “Vi furono suggerimenti delle dichiarazioni”? Risposta: “Assolutamente no, assolutamente no. Sono dichiarazioni testimoniali che lei rende spontaneamente”. E sul punto la questione viene definitivamente, oltre che logicamente, chiarita allorquando, in sede di esame dell’imputata in data 13 giugno 2009, a domanda presidenziale, ad affoliazione 38: “Le hanno detto “dì che è stato lui””? Amanda risponde: “No, non mi hanno detto che è stato lui”. In sostanza l‘ispettrice Ficarra fa domande legittime, fa domande di indagine, cerca di capire una situazione, che Amanda volutamente ha intorbidito e reso ambigua, non chiara, e che non ha mai peraltro chiarito, come poi vedremo. E lo ha fatto volutamente, per una ragione molto semplice e che vado ad illustrare. Ma prima di giungere a questo rilevantissimo passaggio voglio chiudere questo capitolo con la deposizione testimoniale dell’interprete Anna Donnino, che da quando è arrivata, intorno a mezzanotte e mezzo, non si è mai allontanata dalla stanza dove si trovava Amanda, e per descrivere questa atmosfera e tratteggiare questo quadro mi limiterò a rileggere ciò che ha riferito la Donnino all’udienza del 13 marzo 2009, su domanda del Presidente della Corte, il quale, riferendosi ad Amanda, chiede: “Il cambiamento in che momento si verifica e in che consiste”? Donnino: “Il cambiamento è stato proprio successivo a questo messaggio, nel senso che la signorina disse di non avere risposto al messaggio di Patrick”, quello in sostanza con cui Patrick le comunicava di non andare al lavoro. “Quando invece le venne mostrato il messaggio di risposta, lei ebbe un vero e proprio shock emotivo. E’ una cosa che mi è rimasta molto impressa” – chiedo scusa, Presidente, rispetterò comunque i termini programmati – “è una cosa che mi è rimasta molto impressa perché la prima cosa che fece è che mise immediatamente le mani sulle orecchie, fece questo gesto scrollando la testa, incurvando le spalle e dicendo: “E’ lui, è lui, è stato lui””. Ma è ciò che aggiunge subito dopo di fondamentale importanza: “Oltretutto volevo aggiungere che il tutto è avvenuto con un estremo coinvolgimento emotivo, una cosa che non dimenticherò mai. Lei piangeva mentre faceva queste dichiarazioni. Era visibilmente scossa e spaventata. E proprio in base a questo enorme coinvolgimento emotivo noi tutti, io per prima, le abbiamo creduto”. Ed ancora: “Da quel momento lei ha proprio cominciato a raccontare in maniera, ripeto, piuttosto partecipata, molto angosciata, molto credibile”, ad affoliazione 138. Su specifica richiesta dell’Avvocato Dalla Vedova, che incalza la teste con questa domanda: “No, no, aspetti, non ho finito la domanda. Volendo capire, questo shock emotivo è stato causato dal messaggio o da qualche altro elemento di fatto”? La Donnino così depone: “Glielo dico subito, perché lo ricordo distintamente. Lei disse di non aver risposto al messaggio. Una volta però che il messaggio le venne mostrato, ovviamente quella era una palese bugia”. E dunque, quali suggerimenti? E’ Amanda che dice, è Amanda che riferisce, è Amanda che indica un uccisore che non era neppure nelle previsioni della Questura, nella mente degli investigatori. E’ Amanda che indica un percorso, l’incontro in Piazza Grimana, presso il campetto di basket, l’essere andati insieme in Via della Pergola, il successivo ingresso nell’appartamento di cui Amanda deteneva le chiavi. E’ Amanda che si colloca, Signor Presidente e Signori della Corte, sulla scena del delitto, raccontando dettagli che – come poi vedremo – solo lei conosceva. E con il dato rilevantissimo della sostituzione di Rudy Guede con Patrick, ciò che racconta è tutto vero. Perché quanto confessato da Amanda è ciò che è realmente accaduto, perché solo chi lo aveva visto e vissuto poteva sapere, e nessun investigatore in quel momento poteva suggerire alcunché, tantomeno un percorso e situazioni particolari di cui non sapeva assolutamente nulla! In altri termini Amanda non è stata l’eco di voce altrui, ma anticipa ciò che da altri e dalle cose stesse sarà detto. E può anticiparlo perché ripete un fatto vissuto. E la circostanza che dettaglia ciò con circostanze che solo chi ha visto le può conoscere e riferire esattamente, è assolutamente indemolibile. Riportando la sentenza della Corte d’Assise d’Appello che ha condannato Rudy Guede, testualmente, ad affoliazione 38: “A ben vedere, ove si sovrappone alla figura di Lumumba Patrick, nella ricostruzione calunniosa dell’evento fatta da Amanda alla P.G. il 06 novembre, la figura del Guede, quel racconto ha un senso compiuto”. E attenzione, Amanda, prima di firmare, legge e rilegge il verbale. All’udienza del 13 marzo 2009, ad affoliazione 169, su domanda del Pubblico Ministero: “Quando lei ha assistito Amanda come interprete, alla fine Amanda ha riletto il verbale”? La Donnino dice: “Sì”. Pubblico Ministero: “Ha in qualche modo contestato il contenuto della verbalizzazione”? Teste: “Assolutamente no. Io ricordo anche che lei volle vedere e leggere il verbale in italiano, seguire parola per parola quello che era stato scritto e chiedeva a me integrazioni se non comprendeva”. Domanda che in sede di esame 13 giugno 2009 riproporrà ad Amanda anche l’Avvocato Bongiorno, che da parte di Amanda avrà la stessa risposta. Udienza 13 giugno, ad affoliazione 119, Avvocato Bongiorno: “Ma quando le hanno fatto firmare i verbali lei non ha richiesto esplicitamente di rileggerli e di modificare qualcosa”? Imputata: “Loro mi hanno dato di rileggere, sinceramente, e poi io ho firmato”. Dunque la Knox alle ore 01:45 rilascia le sue dichiarazioni ed ovviamente l’ispettrice Ficarra, una volta che Amanda accusa Patrick di essere l’autore dell’omicidio, confessa di trovarsi lì, nella casa del delitto, quella sera insieme all’assassino, prima, durante e dopo l’omicidio, interrompe il verbale e chiama l’Autorità Giudiziaria. Descritto questo quadro, in ordine a queste sommarie informazioni, io vorrei sottolineare alcuni indicatori che sono assolutamente fondamentali per dimostrare la sussistenza dello scopo dell’impunità. Vorrei iniziare – e cercherò di essere brevissimo – dalla ricezione da parte di Amanda, il giorno 1° novembre, alle ore 20:18, del messaggino inviato da Patrick con cui le diceva che non doveva andare a lavorare. Amanda dichiara sul punto, su domanda: “Perché quella sera non andò al pub”? Amanda dichiara: “Perché Patrick mi mandò un messaggio dicendo che non dovevo andare a lavorare”. “Quando ricevette il messaggio”? Amanda: “Otto e un quarto”. “Lei in quel momento dove si trovava”? “Nell’appartamento di Raffaele”, cioè in Via Garibaldi. Amanda mente. E inizia con questa ciliegina di bugia. Ora, per spiegare un attimino, prendo dieci secondi fatti, l’ha già brillantemente Piazza Grimana illustrata nella sua requisitoria il Signor Procuratore Generale e quindi non ci rientro. Ma rispetto a Piazza Grimana, dove antistante vi è Via della Pergola e la casetta dove abitavano Amanda, Meredith e le altre coinquiline, vi sono due vie contrapposte, una è via Garibaldi e l’altra è la via che porta al centro di Perugia. Quando è stato sentito l’esperto in materia di comunicazioni cellulari, l’ingegner Pellero, l’Avvocato Maori ha fatto una considerazione che faccio mia. All’udienza del 17/07/09, ad affoliazione 132, dice: “E’ ormai chiaro che se un telefono è in funzione, quindi riceve o manda, si può arguire e capire sulla base delle celle dove effettivamente la persona che detiene il telefono si trovi”. Sottoscrivo. Che cosa ci dice l’ispettore capo della Polizia di Stato Latella Letterio all’udienza del 20 marzo 2009, colui che analizza il traffico telefonico relativo all’utenza di Amanda 2484673590? “Amanda alle 20:18 riceve il messaggio da parte di Patrick. Alle 20:32 risponde”. Domanda: “Quando Amanda ha ricevuto il messaggio”? “Alle 20:18. Ed era agganciato alla cella di Via dell’Aquila numero 5, dell’Acquedotto, Settore 3”, ad affoliazione 77 e 78. Questa cella copre tutta una serie di zone che descrive, Piazza Cavallotti, Maestà delle Volte, si estende a Via Ulisse Rocchi e arriva al limitare dell’Università per Stranieri di Piazza Grimana, e quindi al limitare di Via della Pergola. E’ la cella che guarda in direzione opposta a Corso Garibaldi, cioè all’abitazione Sollecito. Quando invece Amanda manda il messaggio a Patrick, alle 20:32, la cella di aggancio è quella di Via Berardi, Settore 7, che è la cella che dà copertura a Corso Garibaldi. Domanda della Difesa: “Il messaggio delle ore 20:18, che Patrick ha mandato ad Amanda, può essere stato ricevuto mentre Amanda era in Corso Garibaldi”? Latella: “No, no”, lo dice e lo ribadisce. L’assistente capo Schifani(?) alla stessa udienza, sentito sulle medesime circostanze, conferma, ad affoliazione 150 e 151. Dunque, sintesi: quando Amanda alle 20:18 riceve il messaggio da parte di Patrick non si trova in Via Garibaldi, a casa di Sollecito, ma si trova in una zona che va dal centro di Perugia a Piazza Grimana. Non sappiamo - e non è agli atti, non ci risulta – dove esattamente fosse Amanda all’interno di questa area, dove si trovasse esattamente e chi abbia incontrato. Ma è logico desumere che Amanda stesse rientrando a casa, in Via Garibaldi, a Corso Garibaldi, perché allorquando invia il messaggio delle 20:32 si trova nell’abitazione Sollecito. E dico questo perché questo è dimostrato sia dalla cella di aggancio testimoniato da Latella, e sia dall’episodio Popovic, cioè di una ragazza straniera che si reca alle 20:40 a casa Sollecito, perché doveva svolgere con Sollecito una commissione, che poi, siccome era stato come impegno venuto meno, va per disimpegnarsi da questa vicenda e parla nell’occasione con Amanda. Dunque, quando Amanda riceve, alle 20:18, il messaggio da parte di Patrick non si trova a casa di Raffaele, ma in questo luogo che dal centro di Perugia va a Piazza(Corso? ndt) Garibaldi. E su questo fondamentale passaggio Amanda sente il bisogno di mentire, mente, e mente in maniera spudorata. Il suo dire è indifendibile. Amanda non è credibile perché smentita da prove – aggancio celle – inoppugnabili. E la sua insistenza nel mentire su tale aspetto è solo un atto, a mio giudizio, di disperazione, volto a coprire e tacere chi ha incontrato nel tratto di strada che lei ha percorso nel ritornare in Corso Garibaldi, a casa di Raffaele. Comunque, come dato, dopo le 20:32 del giorno 1° novembre Amanda spegne il cellulare e non ci sono più altre registrazioni di telefonate ed sms, sino al giorno 02 novembre 2007, quando la prima telefonata è delle ore 12:07. Ancora una volta la verità da fiammella diventa incendio. All’udienza del 12 giugno 2009, in sede di esame dell’imputata, e sempre con riferimento alle sommarie informazioni delle ore 01:45, questo Difensore rivolge ad Amanda una domanda precisa: “Meredith prima di essere uccisa ha fatto sesso”? Risposta: “Non lo so”. Domanda: “Allora lei perché nel verbale del 06/11/2007 alle ore 01:45 ha dichiarato che Meredith prima di morire aveva fatto sesso”? Risposta: “Durante i giorni in cui ero stata sentita dalla Polizia, hanno suggerito che lei era stata violentata”. Avvocato Pacelli: “Glielo ha quindi suggerito la Polizia di dire questo”? Amanda: “Sì”. Avvocato Pacelli: “E per farle dire questo l’hanno picchiata”? Amanda: “Sì”. Allora, Amanda di nuovo mente, mente in maniera oserei dire plateale, ma certamente in maniera spudorata. In una conversazione telefonica del giorno 03 novembre 2007 – e ricordiamo che il 02, dopo la scoperta del povero cadavere, è stata trasferita insieme a tutte le coinquiline, i coinquilini, le amiche inglesi, in Questura – allora, il 03 novembre alle ore 16:54, quindi è il giorno successivo al 02, pro dotta all’udienza del 12 giugno 2009, unitamente a tutte le intercettazioni ambientali del 10, 13, 17 novembre 2007, tra Amanda ed una interlocutrice, che credo sia la cugina tedesca Dorothy Craft, ad affoliazione 7, telefonata dunque che interviene subito dopo tutto il tempo, ripeto, passato in Questura il giorno 02 novembre, la cugina le chiede notizie di questo omicidio, e in particolare le chiede, parlando della povera Meredith, testualmente: “I poliziotti hanno detto che cosa le è successo, se è stata violentata o cose del genere”? Amanda: “Non ci hanno detto niente, nessuno ci ha detto che è stata violentata”. Questo Difensore a tutte le amiche inglesi, nonché a tutti i presenti il giorno 02 novembre in Questura, ha rivolto in maniera monotona, ossessiva, una domanda: “Mentre si trovava negli uffici della Questura, lei ha sentito dire da qualcuno dei presenti se la povera Meredith prima di essere uccisa aveva fatto sesso o comunque aveva avuto un rapporto”? “No, nessuno ha detto, nessuno l’ha mai detto”, deposizione Robyn Carmen. Questo Difensore, ripeto, ha rivolto questa stessa domanda a tutte le signorine presenti - Amy Frost, Sophie Purton – ed il coro unanime e indiscutibile è stato “no”. A questo punto questo Patrono ha chiesto ripetutamente: “Ma in Questura”... e stiamo parlando del giorno 02 novembre, una serata piuttosto lunga, tant’è vero che alle tre di mattina del giorno 03 addirittura alle inglesi e ad Amanda vengono prese le impronte, quindi sono ore e ore che sono in Questura e stanno insieme; ripeto, in Questura ci sono le inglesi, i coinquilini, quindi insomma è un ambiente di intimi, intime amiche e intimi amici della povera Meredith; e comunque c’erano anche le coinquiline Laura e Filomena, i fidanzati, eccetera, c’erano tutti coloro in sostanza che avevano frequentato Via della Pergola e si trovavano in particolare intimità con Meredith. E nessuno, ripeto, nessuno parla di questa vicenda. E tutti, ripeto: “No”, secco, conciso, chiaro, fermo, preciso. Per di più l’Avvocato Maresca chiede ad Amanda: “Ma almeno, quando eravate a casa ne avete parlato”? Amanda: “No, non ne abbiamo mai parlato”. Allora l’interrogativo che zampilla chiaro è: “Ma allora come faceva a sapere Amanda che Meredith prima di essere assassinata aveva fatto sesso”? Ma la domanda ancora prima è: “Ma come faceva a sapere la Polizia”? Perché qui c’è uno snodo assolutamente fondamentale. La Scientifica, Signor Presidente, arriva sul luogo del delitto il 02 novembre. Il dottor Lalli, il medico legale, chiamato, interviene immediatamente. Ma dovendo la Scientifica eseguire i dovuti rilievi, gli viene impedito di svolgere i suoi, nell’immediatezza, tant’è vero che all’udienza del 03 aprile 2009 il dottor Lalli - pagina 9 e seguenti - ci dice che deve aspettare le 00:30 del giorno 03 per vedere completamente il cadavere, quindi nei primissimi minuti del 03 mattina può vedere il cadavere. E solo intorno alle 02:00 del giorno 03 mattina il cadavere viene trasportato all’obitorio. Ed aggiunge che il giorno dopo – quindi siamo già al 04 – con l’ausilio del dottor Epicoco, noto ginecologo, procede a rilievi di natura ginecologica. E quindi non dettaglia tutti gli accertamenti, ma solo quelli che riguardano la vulva, la vagina e via dicendo, tamponi e quant’altro. Dopodiché prosegue nell’ulteriore attività e a domanda di questo Difensore: “Chi c’era con lei, dottor Lalli”? “Ero io, dei miei assistenti e un paio di persone della Scientifica. Soltanto in data 07 novembre” – dichiara il dottor Lalli – “ho depositato la relazione medica sul tavolo della Procura”. Dunque, sino alla data del 07 novembre, con in atto gli accertamenti medico-legali, nessuno poteva sapere e nessuno sapeva che la povera Meredith prima di essere assassinata, consenziente o meno, vedremo, aveva avuto un rapporto sessuale. Dunque il quesito che questo Difensore pone a chiare note è il seguente: “Se la Polizia Scientifica sta facendo le sue verifiche, se il dottor Lalli sta eseguendo i controlli medico legali sino addirittura a tutto il giorno 06 novembre, perché la relazione medico legale la deposita il 07, il 07 la deposita con molta celerità, perché ricordo a me stesso che l’08 c’era l’interrogatorio per la convalida, la domanda che sorge spontanea è: ma come faceva il 05 sera, perché Amanda va in Questura il 05 sera, a sapere che Meredith aveva avuto un rapporto sessuale? Solo se c’era, dice questo Patrono, perché solo chi ha visto può conoscere e riferire esattamente e con dettagli fatti vissuti. Amanda, ripeto, confessa fatti vissuti. Questa, purtroppo, è la triste verità. Ed è talmente furba Amanda, che nelle sommarie informazioni delle ore 01:45, riferendosi a Patrick, chiosa “di cui era invaghito”. Questo “di cui era invaghito” è una glossa, è un corollario di una raffinatezza unica, perché rende un fatto già di per sé credibile, certo. Amanda si esprime con una perfetta immagine, e ciò è segno di una tale veridicità, che la presenza di Patrick, cui l’immagine appartiene, precipita la credenza in certezza. Dunque non si vede come la Polizia possa aver suggerito un dato circostanziale, che risulterà vero, senza esserne a conoscenza. Non lo sapeva, perché di questo dato, ripeto, se ne ha notizia, scienza e conoscenza, solo in data 07 novembre, quando il dottor Lalli, terminati tutti gli accertamenti medico legali condotti con il dottor Epicoco, deposita il suo elaborato. Orbene, ripeto, se nessuno lo sapeva, né le amiche inglesi, né le coinquiline, né i coinquilini del piano di sotto, né la stessa Polizia, come poteva sapere Amanda che la povera Meredith aveva fatto sesso poco prima di essere uccisa, se non per il fatto che Amanda si trovava nella casa di Via della Pergola, sulla scena del crimine, al momento del delitto? Amanda, ribadisco ed insisto, confessa fatti vissuti.

E veniamo alle percosse. Anche qui c’è l’ausilio del dottor Lalli. Il dottor Lalli fa immediatamente l’ispezione...
AN:
Veniamo...? Scusi, Avvocato.
CP:
Sì.
AN:
Non ho capito. Veniamo...?
CP:
Alle percosse.
AN:
Alle percosse.
CP:
Altro dato circostanziale, perché Amanda aveva detto che era stata – no? – picchiata. E veniamo alle percosse. Sulle percosse, anche qui c’è l’ausilio del dottor Lalli. Il dottor Lalli fa immediatamente le ispezioni corporali sulle persone di Sollecito, Amanda e Lumumba, e le fa proprio nell’immediatezza del fermo. Le fa in Questura, alla presenza della dottoressa Ceccarelli e di un funzionario della Polizia femminile, e non rileva e non evidenzia nessun segno esterno e visivo di alcuna percossa né di alcun maltrattamento, non ci sono lesioni, e soprattutto non riceve da Amanda alcuna lagnanza, alcuna lamentela su tali circostanze. Ce lo dice espressamente il dottor Lalli, ad affoliazione 45, all’udienza del 28 febbraio 2009. Questo Difensore ha rivolto all’ispettrice Ficarra la seguente serie di domande: “Mi riferisco alle sommarie informazioni delle ore 01:45. Amanda venne picchiata”? “Assolutamente no”. “Venne colpita con pugni e schiaffi”? “No, assolutamente no”. “Venne malmenata”? “No”. “Venne minacciata”? “No”. In sostanza, tutta questa serie di domande questo Difensore, con assoluta monotonia, anche nella cadenza e nella ripetitività, le ha riproposte a tutti gli operatori che la sera del 05 novembre erano presenti in Questura, quindi oserei dire che un coro unanime di “no” è stata la risposta assolutamente inequivocabile. E vorrei concludere sul punto con la testimonianza del dottor Profazio, dirigente assolutamente all’epoca stimato della Squadra Mobile di Perugia: “Si ricorda come Amanda è stata trattata dal personale”? “Amanda è stata trattata bene”. “Ci sono stati atti di violenza”? “Assolutamente no. Ad Amanda gli è stato dato da bere più volte, gli è stata portata camomilla calda, è stata portata al bar della Questura a fare colazione e gli sono state date anche delle brioches. E’ stata trattata bene”. “Venne trattata bene” – aggiunge poco dopo – “ovviamente con fermezza, perché non è che stavamo, insomma, al cinema o al circo, anche se qualcuno poteva pensare così, no, con fermezza, ma con cortesia”. Dunque Amanda mente quando accusa Patrick, mente quando accusa la Polizia.

E veniamo, Signor Presidente, alle dichiarazioni delle 05:45, 06 novembre. Poi debbo esaminare i memoriali e le intercettazioni, e quindi io ho praticamente chiuso il mio intervento. Siamo sempre nella mattinata del 06 di novembre. Dunque, in questa mattinata si scatenò l’indole particolarmente perfida e malvagia della Knox ed il mortaio della calunnia iniziò a lavorare senza tregua. 05:45. Ci addentreremo nell’analisi di tali dichiarazioni cominciando dal definire alcuni aspetti assolutamente fondamentali. Il primo è quello che riguarda Amanda e la sua paura di Patrick. In sede di esame del 12 giugno 2009, ad affoliazione 31 e 32, su domanda di questo Difensore ne esce il seguente ritratto: “Che rapporti aveva con il signor Patrick”? Amanda: “Mi piace molto Patrick, mi piaceva molto”. “Patrick l’ha mai trattata male”? “No”. “L’ha mai insultata”? “No”. “L’ha mai malmenata”? “No”. “L’ha mai minacciata”? “No”. “Quindi Patrick l’ha sempre trattata bene”? “Sì”. “L’ha sempre trattata con rispetto”? “Sì”. “Quindi lei concorda sul fatto che con Patrick andava molto d’accordo”? “Sì”. “Lei dunque non aveva paura di Patrick Lumumba”. “No”. “Allora lei perché nel verbale del 06 novembre 2007, alle ore 05:45, ha dichiarato che aveva molto paura di Patrick”? Imputata: “Perché capace di uccidere una persona”. E questo Patrono incalza: “E perché non lo disse alla Polizia nel verbale delle ore 01:45 che aveva molta paura di Patrick”? “Perché loro non hanno chiesto” (voce fuori microfono). Amanda mente di nuovo, mente spudoratamente e con bugie ridicole. Il punto è: ma perché Amanda solo alle ore 05:45 dice e fa verbalizzare di avere molto paura di Patrick? Amanda è un talento naturale nella menzogna, perché riesce a mescolare verità e bugia. In questo ha delle qualità sceniche innate. Amanda ha bisogno di risolvere un problema. “Ma come” - a mio giudizio gli avrebbe di lì a poco detto l’ispettrice Ficarra – “ti ho sentito il 02, ti ho rivisto il 03, sei ritornata il 04, conoscevi l’assassino, tutta la Questura è superimpegnata con un sovraccarico di lavoro pesantissimo, non si conoscono più orari, ci saltano pranzi e cene, siamo tutti a disposizione in qualsiasi ora del giorno e della notte e tu, tu sai nome e cognome dell’assassino e non ce lo dici”? “Ho avuto molto paura di Patrick”. E questo ovviamente risolve e chiude l’obiezione. “Non ho parlato prima perché ero terrorizzata da questo feroce assassino”. Ma qual è la vera preoccupazione di Amanda? Perché Amanda, quando la sera del 05 va in Questura spontaneamente, e ci resta volontariamente, ci va senza essere stata chiamata e vi resta, sebbene invitata a tornarsene a casa. E lo confessa anche al GUP, dottor Micheli, in sede di dichiarazioni spontanee all’udienza preliminare del 18/10, testualmente: “Il 05 novembre ho accompagnato Raffaele in Questura perché avevo paura” (documento 14 prodotto da questo Difensore all’udienza del 16 gennaio 2009). Ci va, ripeto, perché ha paura? Ma di che cosa ha paura Amanda Knox? Nell’intercettazione ambientale avvenuta in Questura in data 04 novembre 2007, prodotta dalla Difesa Knox all’udienza del 16 gennaio 2009, dinanzi alla Corte d’Assise di primo grado, intercettazione che va dalle ore 16:30 alle ore 18:00, nella stanza dove stava Amanda un ufficiale di P.S. fa entrare due ragazze italiane. Una delle due ragazze esordisce subito dicendo: “Come stai, Amanda”? E Amanda: “Non bene. Mi trattano come una criminale... di non mentire”. Ed ora sentiamo le parole di Amanda nella già citata conversazione telefonica con la cugina Dorothy Craft il giorno 03 novembre, ore 16:54, della durata di circa nove minuti, dove, parlando delle coinquiline, alla cugina Amanda dice: “Le mie vicine sono arrivate dopo che Meredith è stata uccisa. Sono agitatissime e si chiedono: “Cosa sta succedendo”? Ora ci accusano di omicidio o roba del genere, o merda”! E poco dopo, ad affoliazione 3 e 4, la cugina chiede: “Gli hai chiesto se puoi andare via”? Amanda: “Sì, gli ho chiesto se potevo andare via e hanno detto di no. Hanno detto che non posso andare via”. E insiste la cugina Dorothy: “Gliel’hai detto che volevi venire in Germania”? “Gliel’ho detto che volevo venire in Germania, e loro mi fanno: “Non lasciare l’Italia, non puoi lasciare l’Italia””. Altro che Amanda amicus curiae, che volontariamente resa in Italia per collaborare. In data 05 novembre alle ore 08:39 viene intercettata la seguente telefonata: Amanda: “Sto benissimo durante il giorno, ma di notte mi spavento a morte e vado fuori di testa per qualsiasi cosa e mi sento paranoica”. Interlocutore: “Già. Ma questo Raffaele non passa un po’ di tempo con te”? Amanda: “Negli ultimi tre giorni è stato sempre con me, al mio fianco, ma sono comunque spaventata, è come una paura irrazionale, ho pur sempre una paura della Madonna. E la gente dice: “Perché hai paura”? Quando sono entrata a casa ero terrorizzata, non che fosse buio fuori, il sole stava appena cominciando a tramontare, ma ero fuori di me dalla p aura, tremavo tutta quanta e non ce la facevo” (pagina 31). Nell’intercettazione telefonica del giorno 05 novembre 2007 alle ore 18:19, tra Amanda ed Anny Fuller, si trova il seguente resoconto: Amanda: “Ho passato tutto il giorno in Questura”. Interlocutrice: “Santo Cielo! Come ti hanno trattato”? Amanda: “Ieri è stato molto difficile, perché quando sono andata in Questura mi hanno fatto delle domande e quando rispondevo mi dicevano: “Stai mentendo? Sei sicura che non stai mentendo? Perché se stai mentendo ti cacci nei guai”. Ecco. Mi hanno portato di nuovo alla casa e hanno voluto che esaminassi tutti i coltelli per vedere se ne mancava qualcuno. Ed il solo fatto di trovarmi nella casa mi spaventava a morte, per non parlare del fatto di dover passare in rassegna i coltelli”. Ecco la paura. Una bufera, un vento ciclonico. Quando si ha paura pare che mille ombre si levino dalla terra e sorgano per urlarci una minaccia terribile e incomprensibile, per aggredirci. Sotto l’assillo la paura si trasforma in terrore, paura, parola prodigiosa che acceca, sconvolge, che ottenebra tutto, occhi, mente e cuore. Nessuno è più veramente naufrago di chi naufraga nella paura. Dunque di che cosa aveva paura Amanda il 02, il 03, il 04, il 05 novembre 2007? Amanda aveva paura di essere scoperta, sente il fiato degli inquirenti sul collo, avverte l’incombere degli investigatori. Il 05 va spontaneamente in Questura per controllare Raffaele. Le sovviene il 05 un’impellente necessità, di allontanare da sé i sospetti. Ed allora Amanda utilizza, il 06 mattina, ricorre ad uno schema classico di questa situazione: per non essere scoperti, la cosa più sicura è dare in pasto alla giustizia un falso colpevole, e nel caso di specie gli viene assolutamente bene incastrare Patrick Lumumba. Elementare, Watson. Un tipico caso di scuola. Tra l’altro – e non ci tornerò più, ma mi preme sottolinearlo ora – le sovviene molto bene anche perché Amanda sa, in base alla telefonata che aveva ricevuto alle 20:18, che il locale quella sera Patrick non lo avrebbe aperto, dunque pensa che poi Patrick, avendo chiuso il locale, sommarie informazioni delle 11:45, lo dice, il locale è chiuso e Patrick è senza alibi.

E veniamo a un altro particolare di fondamentale importanza: le urla di Meredith. In sede di spontanee dichiarazioni, alle ore 05:45, dinanzi al Sostituto Procuratore dottor Mignini, Amanda dichiara: “Quello che posso dire è che Patrick e Meredith si sono appartati nella camera di Meredith. Ad un certo punto ho sentito delle grida di Meredith ed io, spaventata, mi sono tappata le orecchie”. All’udienza del 28 febbraio 2009 questo Difensore ha rivolto alla signorina Amy Frost la seguente domanda: “La sera del 02 novembre, mentre si trovava negli uffici della Questura, lei ha sentito dire da qualcuno dei presenti che Meredith prima di morire aveva gridato”? Teste: “No”. Tale domanda questo Difensore, con un’assoluta monotonia l’ha riproposta anche a tutte le amiche inglesi di Meredith, alle coinquiline, in altri termini a tutti coloro che erano presenti negli uffici della Questura quel pomeriggio del 02 novembre, e la risposta univoca è stata sempre: “No”. Un coro unanime di “no”. Quindi questo è un fatto processualmente accertato, ed è accertato in modo incontrovertibile. Peraltro, il collega Maresca, in sede di esame dell’imputata, all’udienza del 13 giugno 2009, ad affoliazione 110, chiede ad Amanda: “Ne ha parlato con qualcuno immediatamente dopo, quando era a casa? Qualcuno le ha detto che ha urlato e strillato”? Amanda: “No. Di questa cosa no”. Quindi non solo in Questura, ma nemmeno fuori dalla Questura, nemmeno a casa. Orbene, questa circostanza delle urla è l’esatto equivalente, come forza di impatto anche sotto il profilo logico, deduttivo, razionale, della circostanza riferita a Amanda alle 01:45 relativamente al sesso. Ma che cosa ne sa la Procura del fatto che la povera Meredith aveva urlato prima di morire? Il giorno 06 novembre 2007, alle ore 05:45, nessuno della Polizia, nessuno in Procura, nessun coinquilino, nessuna amica di Meredith, nessuna inglese amica sa che la povera Meredith prima di essere stata barbaramente assassinata aveva gridato. Ma il dato è vero. Ma prima di arrivare a questo faccio un passo indietro. E’ tanto vero che la Polizia non sapeva assolutamente nulla, che allorquando acquisisce questo dato dalle dichiarazioni di Amanda, il giorno 06 mattina spedisce il vice ispettore Gubbiotti immediatamente a fare un accertamento nella zona vicino a Via della Pergola, precisamente, se non vado errato, mi sembra a Via del Melo. Comunque, apprende il dato e subito dicono all’ispettore Gubbiotti: “Vai e indaga, verificalo”. Che cosa ci dice all’udienza del 28 febbraio 2009 il Gubbiotti? Ci dice: “Sì, effettivamente io sono andato il 06 mattina verso le 09:30, le 10:00, non ricordo esattamente l’orario, ho chiesto lì in Via del Melo a circa una decina di famiglie, però molte erano fuori, molti residenti non c’erano”. Ovviamente è una mattina lavorativa, c’è chi lavora, chi è andato a fare la spesa; insomma, la via è sguarnita di famiglie di riferimento, per cui il Gubbiotti invia un’annotazione alle ore 11:00 dicendo che l’accertamento aveva dato esito negativo. Ma il dato è reale, il dato riferito da Amanda è vero, e verrà confermato allorquando in data 27 novembre ci sarà la testimonianza della signora Capezzali Nara, che parlerà di un grido di donna, di un urlo nitido, netto, di un grido che non era un grido normale, di un urlo agghiacciante, che proveniva dalla casa di Via della Pergola, tanto da farle accapponare la pelle, di un urlo straziante, che l’aveva paralizzata e terrorizzata. E Capezzali Nara è una teste di sicura attendibilità ed indubbia credibilità, perché Capezzali Nara è una madre di famiglia, è una persona per bene, onesta, una vedova che vive lì da ben oltre vent’anni, e sa ben distinguere, tra l’altro, per queste ragioni, i rumori tipici che si possono produrre nelle vicinanze della sua abitazione; e non ha alcun motivo di mentire. All’udienza del 27 marzo 2009, su domanda del valente collega Avvocato Ghirga: “Quando si è convinta di riferire alla Polizia questa circostanza dell’urlo”? La teste così depone: “Tutti i giorni adesso ci vado, perché nella mia vita non mi era mai successa una cosa del genere e non sapevo nemmeno come comportarmi. Adesso ci vado. L’ho fatto con il cuore”. Bello. Eticamente di alta civiltà. Ad affoliazione 57 e 58. Ma attenzione, quello che dice Capezzali Nara viene poi confermato da Monacchia Antonella, quando per motivi civici, per motivi morali, per motivi etici, costei se ne va in Questura, qualche tempo dopo, se non ricordo male circa un anno. Ripeto, ci va dopo... All’udienza del 27 marzo 2009 testimonia che quella sera, testualmente, “ho udito un grido di donna forte e secco, che proveniva dalla casa di Via della Pergola, un grido di donna”. Ed ovviamente, Signor Presidente e Signori della Corte, la presa di coscienza tardiva dell’utilità dell’informazione non incide di per sé minimamente sulla bontà e veridicità dell’informazione stessa. Questo è il punto centrale del discorso. La Monacchia si rende conto, dopo molto tempo, che quella era un’informazione utile, e la va a rendere. Perfetto. Benissimo. Potremo ritenere che sarebbe stato più opportuno se l’avesse riferito prima, ma non può incidere sul dato: vero o non vero. Sicuramente è un dato vero, è un’informazione veridica. Peraltro, Monacchia Antonella è una maestra d’asilo trentunenne, che abita in Via Pinturicchio, al numero 58, in una casa che da posizione soprelevata scopre interamente e vede quella di Via della Pergola. Dunque, il dato che Meredith prima di essere assassinata ha gridato, ha urlato, è storicamente vero e processualmente provato e dimostrato. Ed è Amanda talmente scaltra e astuta che nelle spontanee dichiarazioni delle ore 05:45, subito dopo annota testualmente: “Ed io spaventata mi sono tappata le orecchie”. Questo è un inciso, una postilla di una sottigliezza diabolica, perché rende un fatto, già di per sé credibile, certo. Trasforma la credenza in certezza. Ma la domanda che pongo, ai fini che mi sono posto, è la seguente: ma come poteva Amanda sapere che la povera Meredith aveva urlato, se questo dato non era ancora di pubblico dominio? In altri termini: come poteva Amanda sapere che la povera Meredith aveva gridato, se questo dato alla data del 06 novembre non era nella conoscenza e nel patrimonio di nessuno? E quando - Signor Presidente e Signori della Corte - troppi dati che nessuno conosce vengono riferiti, e si dimostrano successivamente veri, vuol dire che chi li riferisce li dice perché li conosceva. Ed Amanda già li conosceva alla data del 05 novembre, quando nessuno ne sapeva alcunché, semplicemente perché era lì, era nella casa di Via della Pergola, sulla scena del crimine, prima, durante e dopo il delitto. I dati circostanziali che riferisce Amanda sono la pura realtà. Amanda li riferisce e li ha detti perché li conosceva. E li conosceva perché c’era. Amanda non è il rimbombo, il riecheggiare di parole altrui, ma anticipa ciò che da altri sarà successivamente testimoniato. E può anticiparlo solo perché ripete fatti vissuti!

In questa costellazione di particolari, di dettagli più che sufficienti a stringere la Knox nel cerchio infrangibile della colpevolezza, brilla infine un’ultima perla. Prima della chiusura del verbale, Amanda rilascia la seguente dichiarazione: “Non sono sicura se fosse presente anche Raffaele quella sera”. E’ messaggio inculcato o spontaneo? Studiatelo nel suo nucleo fondamentale e deciderete. L’unica risposta logica, razionale, è che Amanda finché ha potuto ha taciuto; poi ha mentito ed ha incolpato un innocente; copre Rudy perché teme che se scoperto Rudy li possa rovinare tutti e dice a Raffaele: “Attenzione, il tuo cambio di versione ti espone a possibili dichiarazioni ritorsive”. In altri termini, lascia Raffaele in sospeso e lo vincola a tutta la sua difesa futura.

E che Amanda la notte in cui la povera Meredith venne sgozzata, al momento del feroce omicidio era nella casa di Via della Pergola, ha trovato un ultimo - anche se non il più forte – sigillo. Nel corso del processo svolto dinanzi alla Corte di Assise di primo grado per ragioni tecnico-procedurali tutta l’attività istruttoria si è svolta con un convitato di pietra: Rudy Hermann Guede. Ebbene, in sede di appello quel convitato si è materializzato ed ha pronunciato l’ultima frase, sbaragliante. Rudy Guede parla e dice la parola più vera, che la Difesa di Amanda ha tentato invano di travisare e di soffocare. All’udienza del 27 giugno 2011 Rudy Guede viene chiamato a rispondere se avesse fatto o meno determinate confidenze all’Alessi, e nella circostanza viene letta ed acquisita una lettera riconosciuta e confermata dal Guede come sua - ad affoliazione 13 e 14 – in cui il testimone, dopo aver fatto presente che era sua intenzione mettere nero su bianco che lui con questo essere immondo non si era mai confidato, testualmente manoscrive: “Infine mi auguro che prima o poi i Giudici si renderanno conto della mia totale estraneità a quello che è stato un orribile assassinio, di una splendida e meravigliosa ragazza quale era Meredith, da parte di Raffaele Sollecito e Amanda Knox”.

Concludo e termino sul punto. Amanda Knox alle ore 01:45 ha rilasciato agli agenti le sue dichiarazioni e alle ore 05:45 le ha confermate al Pubblico Ministero, con dettagli e particolari che solo chi ha visto poteva conoscere e riferire esattamente. Amanda ripete fatti vissuti e li ripete – aggiungo – in termini emozionali, in termini di commozione, in termini di pianto, in termini di lacrime, in termini scenici, esattamente identici a quelli delle ore 01:45. In altre parole, Amanda, da attrice consumata, replica alle ore 05:45 la stessa scena drammatica delle ore 01:45. La prova definitiva.

Le testuali parole del titolare dell’inchiesta, il Sostituto Procuratore della Repubblica di Perugia, dottor Giuliano Mignini. In sede di udienza di convalida, 08 novembre 2007, dinanzi al GIP, la dottoressa Matteini, allorquando si discute delle misure cautelari nasce uno scontro vivace tra questo Difensore e il titolare dell’inchiesta, perché nel frattempo questo Difensore era riuscito già a fare acquisire, ad attestazione e dimostrazione che il pub di Patrick Lumumba non era stato chiuso ma durante quella sera era stato aperto, gli scontrini battuti.
AN:
Avvocato...
CP:
Vado... vado a stringere, Presidente.
AN:
No, no, no, no, non volevo dire questo, assolutamente. Volevo dire che non è che si può fare entrare tutto nel processo.
CP:
No, no, ma...
AN:
Ciò che non entra dalla porta non entra neppure dalla finestra.
CP:
Sì, sì...
AN:
Allora io le sottolineo il fatto che parlare di...
CP:
Ma l’ho prodotto, Signor Presidente, io questo... questo mio...
AN:
Sì, capisco...
CP:
Questo... cioè, voglio dire che in questo...
AN:
No, capisco, ma il fatto che lei l’abbia prodotto non gli toglie la natura di atto processuale. Cioè, se lei discute degli atti processuali e atti relativi alla fase delle indagini preliminari che non trovano ingresso nel fascicolo, io la ascolto, ma, voglio dire...
CP:
Era... era...
AN:
...è tutto inutile.
CP:
Lo so. Però...
AN:
No, se lo sa allora ne tenga conto, Avvocato.
CP:
Va bene, va bene, va bene, Presidente.
AN:
E’ tutto inutile.
CP:
Posso tranquillamente... posso tranquillamente superare questo fatto perché mi sembra che i dati siano stati da questo punto di vista sufficientemente illustrati.

Vado dunque, Signor Presidente - e accolgo la sua notazione - ai memoriali. Allora, tutto questo diciamo è attenuto a quelli che sono quegli elementi diciamo circostanziali che ovviamente Amanda non poteva non conoscere, se non nella misura in cui era stata presente quella sera, ovviamente in Via della Pergola, sulla scena del crimine. E questo attiene alla notte. Nel frattempo si arriva alla mattina del giorno dopo. E veniamo ai memoriali, perché di memoriali, Signor Presidente, ce ne sono due. E qui io credo che le domande siano ancora più... più rilevanti. C’è il memoriale del 06 e il memoriale del 07 di novembre. E allora veniamo ad esaminarla la prova documentale, i memoriali di Amanda, iniziando da quello del 06 di novembre. La notte è passata, siamo intorno alla tarda mattinata del giorno 06, e Amanda scrive un memoriale che sia nella traduzione che nel testo in inglese, insieme all’annotazione – io, ripeto, l’ho prodotto come documento numero 3 all’udienza del 16 gennaio 2009 – è un documento che l’interprete Colantuono, che nel frattempo si era sostituita alla Donnino, ha in aula confermato come quello redatto dalla signorina Amanda. E che cosa c’è scritto a pagina 2? Testualmente: “Vedo Patrick, l’ho visto vicino al campetto di basket, l’ho visto vicino alla porta di casa, mi sono rannicchiata in cucina con le mani sopra le orecchie perché nella mia testa ho sentito Meredith gridare”. E nella pagina successiva letteralmente manoscrive: “Confermo le dichiarazioni fatte la scorsa notte riguardo agli avvenimenti che possono essere successi a casa mia con Patrick”. Dopo ancora: “Vedo Patrick come l’assassino”. Questo memoriale, Signor Presidente, venne redatto in lingua inglese. Innanzitutto Amanda chiede penna e carta, li chiede all’ispettrice Ficarra, e redige questo documento, che è un documento molto meditato, è un documento ben curato anche nella scrittura, è un documento che comunque, in maniera indiscutibile, proviene spontaneamente dall’imputata, che lo consegna volontariamente all’ispettrice Ficarra dicendole che intende farle un dono, un regalo, affinché venga usato... venga usato a sua difesa, e deve essere usato proprio perché consegnandolo all’ispettrice Ficarra la stessa a sua volta lo consegni all’Autorità Giudiziaria. E di questo memoriale, 06/11/2007, sentiamo che cosa dice l’imputata Amanda in sede di esame, ad affoliazione 56, 12 giugno 2009. “Lei, nella tarda mattinata del 06 novembre, ebbe a chiedere agli agenti di Polizia Giudiziaria dei fogli per scrivere”? Imputata: “Sì”. “Chiese anche spontaneamente una penna”? “Sì”. “In che lingua lo redasse”? “In inglese”. “Quando scrisse questo memoriale il contenuto le fu suggerito dalla Polizia”? insiste questo Patrono. “No”. “Fu malmenata”? “No”. “Lei lo ha redatto liberamente questo memoriale”? “Sì”. “Volontariamente”? “Sì”. In sede di annotazione, 06 novembre 2007, ore 20:00, l’ispettrice Ficarra scrive – è prodotto anche questo, sempre all’udienza del 16/01/2009: “Successivamente alla notifica del decreto di fermo, in attesa di essere trasferita presso il Carcere di Capanne, chiedeva dei fogli in bianco, al fine di produrre uno scritto che aveva intenzione di consegnare alla sottoscritta prima del suo trasferimento in carcere, chiedendo che venisse letto da tutti i poliziotti. La sottoscritta dunque riceveva l’allegato manoscritto in lingua inglese dalla Knox e la informava che lo scritto, dopo la sua traduzione in lingua italiana, sarebbe stato trasmesso all’Autorità Giudiziaria procedente”. Cronistoria che l’ispettrice Ficarra conferma come testimone all’udienza del 28 febbraio 2009, ad affoliazione 70.

E veniamo al memoriale del giorno 07 novembre 2007, prodotto dal Collegio Difensivo di Amanda Knox, sempre all’udienza del 16 gennaio 2009. Che cosa manoscrive poi in questo memoriale aggiuntivo, che redige anche qui spontaneamente e consegna volontariamente al vice ispettore superiore della Casa Circondariale, signor Raffaele Argirò, affinché lo stesso a sua difesa venisse recapitato all’Autorità Giudiziaria? In calce, con traduzione dell’interprete Pennoni, scrive testualmente una specie di formato post-scriptum, staccato dal testo e dal tenore dello scritto, e dice: “Non ho mentito quando ho detto che pensavo che l’assassino fosse Patrick”. Ed aggiunge, subito dopo: “Ho veramente pensato che l’assassino fosse lui”. Dopodiché, fra dire e non dire, fare e disfare, ammettere e negare, Amanda non chiarisce assolutamente il quadro, la situazione. Dunque, la domanda che questo Difensore pone a caratteri cubitali è la seguente: ma se si fosse trattato di una calunnia estemporanea, se si fosse trattato di un semplice equivoco, di un normale malinteso, di un banale quiproquo, ma perché Amanda – e, ripeto, i memoriali sono del 06 e del 07 novembre – il giorno 08, in sede di convalida dinanzi al GIP dottoressa Matteini, non chiarisce la situazione? In altri termini, il quesito più specifico è il seguente: ma se tutto questo fosse stato un insignificante fraintendimento, un gigantesco quiproquo, perché il giorno 08 novembre, in sede di interrogatorio dinanzi al GIP, si avvale - peraltro legittimamente, sia chiaro, Signor Presidente - della facoltà di non rispondere? Perché la situazione è molto più complessa, molto più articolata.

Ed allora, per correttamente rispondere a questo interrogativo, bisogna assolutamente analizzare un tema. Perché né Amanda, né sua madre, né i suoi legali, vanno in Procura, o alla Polizia a dire che Patrick è innocente? E’ l’ultimo interrogativo a cui dobbiamo rispondere e la causa è finita.

E allora vediamo che cosa succede nei giorni successivi, quando Amanda nei colloqui in carcere con la madre, parlando in inglese, nella convinzione di non essere udita, sente l’irrefrenabile bisogno di scrollare da sé il peso della menzogna e l’intollerabile fardello della calunnia consumata, e sotto la sensazione dell’iniquità commessa contro Patrick si affretta, sì, si affretta a dire la verità alla madre. Nell’intercettazione ambientale del 10 novembre 2007, tra Amanda e la madre, 10 novembre, Edda Mellas, a pagina 4, c’è il seguente colloquio: “Hai raccontato tutto ai tuoi Avvocati”? Amanda: “Gli ho detto tutto quello che era successo”. Sempre in questa intercettazione ambientale in carcere tra Amanda e la madre, in data 10 novembre 2007, Amanda afferma: “Mi sento malissimo perché ho messo Patrick in una situazione orribile, adesso è in galera ed è per colpa mia, è colpa mia del fatto che lui è qui, mi sento malissimo”, ad affoliazione 29. E aggiunge: “Mi sento male per Patrick, non so se potrò più guardarlo in faccia dopo tutto questo, perché gli devo delle scuse. Ecco quello che devo fare. Devo andare da lui e dirgli “sono davvero spiacente””, pagina 33. Intercettazione ambientale in carcere tra Amanda e la madre, del 13 novembre 2007: “Mi dispiace così tanto per Patrick, mi dispiace così tanto, ho rovinato la sua vita. Vorrei inginocchiarmi ogni volta che lo vedo e dirgli che mi dispiace tantissimo. Io gli ho parlato prima di essere arrestata, era venuto a chiedermi se volevo essere intervistata. Io dissi di no. E allora mi disse: “Okay, buona fortuna”. E io: “Grazie”. E’ un bravo ragazzo. Lui non mi fa paura”. Esame Amanda, 12 giugno 2009, ad affoliazione 59. Avvocato Pacelli: “Lei nel colloquio del 10 novembre ha mai detto a sua madre in carcere di sentirsi orribile perché Patrick è incastrato per colpa sua”? “Sì, tante volte”. Avvocato Pacelli: “Ma oltre a sua madre lei di questo fatto con chi ne ha parlato”? “L’ho detto ai miei Avvocati. Io ricordo che ho spiegato ai miei Difensori la situazione e quindi ho detto loro quello che sapevo”. Avvocato Maresca, 13 giugno 2009: “Lei con chi ne ha parlato che Patrick era innocente”? Amanda: “Quando potevo parlare con la mia mamma, ho parlato con i miei Difensori”. Ed aggiunge: “Io ho detto loro tutte le cose legali, quindi io parlavo con i miei Avvocati”. La domanda che nasce possente, imperiosa, è la seguente, la ribadisco a me stesso, Signor Presidente: se si fosse trattato di un gigantesco equivoco, di un colossale fraintendimento, di un banale quiproquo, per quale motivo i suoi Difensori non vanno in Procura e chiariscono la situazione? Perché Amanda, che nei colloqui in carcere con la madre dimostra perfettamente di aver compreso tutta la gravità della condotta che aveva posto in essere, non dice agli investigatori “vi ho portato su una falsa pista, ho accusato un innocente”, e invece tace e sceglie la via del silenzio? All’udienza del 02 dicembre 2009, in sede di repliche, il valente e ottimo collega Avvocato Ghirga, con molta sapienza e raffinata intelligenza, ad affoliazione 27 delle trascrizioni, rispondendo a questi interrogativi, dice testualmente: “Perché questi due bravi Avvocati Dalla Vedova e Ghirga non hanno portato Amanda il 09 mattina dal dottor Mignini a dire “ho accusato un innocente”? Ma pensate voi, Signor Presidente, ma pensate se il 09 mattina l’Avvocato Ghirga prende Amanda, va dal dottor Mignini, Napoleoni e Zugarini e dice “guardate, questa è una bugiarda, Lumumba è un innocente”. Mi avrebbero internato, il 118 lo chiamavano per noi”. Prodigiosa, strabiliante, impensabile balistica forense. Bene. La giustificazione è divertente, la spiegazione accattivante, ma non convincente. Già, perché il punto, Signor Presidente e Signori della Corte, è che la bugiarda Amanda non lo dice non solo il giorno 09, ma non lo dice in sede di interrogatorio il giorno 08, non lo dice il giorno 10, non lo dice il giorno 11, non lo dice il giorno 12, non lo dice il giorno 13, non lo dice il 14, il 15, il 16... non lo dice mai! Non lo dice lei, non lo dicono i suoi Avvocati, non lo dice sua madre. E allora, ripeto, perché c’è questa necessità di stare zitta, di tacere, di non fiatare, di non parlare, di non aprire la bocca, da parte di Amanda? Semplicemente perché questa è la strategia difensiva scelta e voluta da Amanda, perché Amanda ha accusato falsamente Patrick per allontanare dalla propria persona i sospetti ed ottenere l’impunità dal delitto di omicidio, per sé, per Rudy e per tutti i suoi correi. Amanda, insisto, si è avvalsa di un classico per sviare le indagini: per non essere scoperti si dà in pasto alla giustizia un falso colpevole. Amanda Knox confessa la verità, semplicemente sostituisce Patrick a Rudy Guede. Rendetevi conto di ciò ed avrete giudicato. Illuminante del resto è la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Perugia, che ha condannato Rudy Guede. Testualmente, ad affoliazione 38: “A ben vedere, ove si sovrappone alla figura di Lumumba Patrick, nella ricostruzione calunniosa dell’evento fatta da Amanda alla P.G. il 06 novembre, la figura del Guede, quel racconto ha un senso compiuto”. Ed attenzione, alla data del 10 novembre Rudy Guede non è ancora entrato nell’universo di questa inchiesta. Dunque, l’ottenere l’impunità per sé, per Rudy e per tutti, implica e comporta necessariamente che un innocente stia a marcire in carcere. Per Amanda ciò è motivo di grande sofferenza interiore, ma non può essere motivo di chiarimento giudiziario. La cucina dell’intrigo lavora. Ho dieci minuti, Signor Presidente, ho cercato di tenermi veramente stretto nel mio dire. Qual è il contraltare più sottile di questo diabolico disegno difensivo, peraltro? Nell’intercettazione ambientale del 10/11/2007, a pagina 42 la madre dice ad Amanda: “Per la questione di Patrick, proveranno che è innocente”. Patrick è innocente, prima o poi, dopo mesi, forse anni, riuscirà a provare la sua innocenza. Ma allora, aggiungo io, dopo tutti questi mesi, se non addirittura anni, dopo tutto questo lunghissimo periodo, Patrick il mostro, l’orco, il violentatore di Via della Pergola, dimostrerà la sua innocenza. E dell’inchiesta che cosa resterà? Un cumulo di macerie, e soprattutto l’impunità dei colpevoli. Quindi, per realizzare questo perverso disegno, purtroppo Patrick se ne deve restare in carcere. Ovviamente questo disegno viene meno – e lo dico a mo’ di cronistoria degli atti giudiziari – perché vi è da sottolineare una doppia considerazione. La prima è che fortunatamente Patrick quella sera, grazie ad un professore svizzero, non chiude il locale, e dunque il locale che resta aperto viene frequentato da altri avventori, ben quindici, tra l’altro tutti del Nord Europa, che andranno a testimoniare, e soprattutto la seconda, che contribuisce vistosamente a decidere le sorti di Patrick e anche dell’inchiesta, per opera meritoria e meritevole della Polizia Scientifica. E ci dice infatti il dirigente della Mobile di Perugia che la Polizia Scientifica aveva trovato un’impronta palmare che riuscì poi ad identificare con quella di Rudy Guede. Ovviamente, con questa attribuzione, dal giorno 16 o 17 di novembre, non ricordo bene, ad opera della Scientifica, si arriva a Rudy Guede, e da quel momento l’ivoriano entra ufficialmente nell’inchiesta e dunque da quel momento si inizia a chiarire definitivamente anche la posizione processuale di Patrick Lumumba. In un bosco che l’uragano ha sconvolto, dagli stessi rami contemporaneamente gocciola la pioggia e il sole ricomincia a sfavillare.

Da ultimo, ma non ultimo, sento il dovere di un conclusivo e finale esame: Marco Quintavalle. All’udienza del 21 marzo 2009 viene escusso il titolare della bottega Conad – mi piace questa immagine domestica, che poi è esattamente corrispondente alla realtà fattuale di questo Conad – Quintavalle Marco, un uomo apprezzato e stimato nella comunità in cui opera, un onesto lavoratore, marito retto, persona disinteressata. In aula ora sono di fronte l’imputata e il testimone. Amanda, che si ritrova sotto gli occhi di chi vide. Non un rumore, non un respiro in aula, neanche dalle labbra dei due. Bisogna rievocarla quella scena. Gli attimi si succedono, quale eternità ciascuno di questi attimi. E uno dopo l’altro pesano sul cuore degli astanti come una rupe di angoscia. “E’ lei”? Occorse che il Pubblico Ministero glielo domandasse. E il teste così rispose, ad affoliazione 72: “Questa ragazza, quando è entrata, io l’ho guardata per salutarla. Lei mi ha guardato. L’ho vista a una distanza di un metro, settanta-ottanta centimetri”. Pubblico Ministero: “Ha visto altri particolari oltre agli occhi azzurri”? ad affoliazione 73. Teste: “Sì, lei aveva un volto bianchissimo, c’aveva un volto bianchissimo con questi occhi azzurri”. Pubblico Ministero: “Può precisare l’età”? Teste: “Venti-ventun anni”. Interviene l’Illustrissimo Signor Presidente della Corte d’Assise, ad affoliazione 80: “Lei riconosce la ragazza che vide in quell’occasione in questa aula”? Teste: “Sì. Io l’ho vista stamattina all’ingresso”. Presidente: “Ora la riconosce? Qui c’è”? Teste: “Sì”. Il Presidente incalza: “Lei è sicuro”? Teste: “Sì”. “E’ lei? E’ sicuro che è la ragazza che vide”? Quintavalle Marco: “Sono sicuro, sì”. Il Presidente insiste: “La ragazza che vide la mattina del 02 novembre, ha detto verso che ora”? Risposta: “Le sette e quarantacinque, perché io apro alle sette e quarantacinque”. Presidente: “Alle sette e quarantacinque, nella circostanza prima riferita, lei la riconosce quella ragazza che è presente in questa aula precisamente in Amanda Knox. E’ così”? Quintavalle Marco, granitico: “Sì”. Qui il riconoscimento è pieno e inedito, la donna vista e l’occhi che l’ha vista, e nel riconoscere l’occhio identifica ciò che osserva con ciò che ha visto. Non vi è più dubbio: Amanda ha mentito. Qui il riconoscimento è la fiamma della verità, che prima trapela nel buio, poi si apre un varco e quindi saetta la sua luce, si drizza, si ferma, occupa il campo. Ma la Knox, che è colta in flagranza di contraddizione in una circostanza di così capitale importanza, offre la prova migliore del suo mendacio. Il suo alibi è falso e crolla miseramente. Amanda Knox quella notte non ha dormito a casa di Raffaele Sollecito sino alle ore dieci del mattino. Del resto, ogni edificio, se ha un crepaccio nel muro maestro, crollerà. Potrà passare del tempo, ma l’edificio cadrà. L’alibi di Amanda Knox rivelatosi mendace si sgretola, si sfalda, si sbrindella miseramente e miserabilmente frana.

Ora è tempo di chiudere, ma nel porre termine a questa fatica con cui io, modesto milite della toga, spero di aver reso il mio contributo di verità e di giustizia a questa vicenda, gettando il cuore al di là di ogni ostacolo, a voi giurati grido: non vacillate. Sussiste l’aggravante dello scopo dell’impunità, sussiste l’aggravante del nesso teleologico, inconfutabilmente provato dai macigni delle prove testimoniali, dalla rocciosità della prova documentale, dalla insuperabilità della prova logica. E con convinta parola vi dico: del riconoscimento della sussistenza di tale aggravante io non so dubitare, come di un imprescindibile passaggio dal buio di un pronunciato impersuasivo e sconnesso ad un limpido pronunciato che ragioni e dimostri. Sento di doverne essere certo, come tutti noi siamo certi che dopo la notte ritorna l’aurora a salutare il giorno.

Sento l’obbligo ed il bisogno di aggiungere un’ultimissima, brevissima riflessione, un’ultima parola. In fondo, questa Parte Civile persevera non da oggi, non da ieri, ma da sempre, in una sola ostinazione: ottenere giustizia, quella giustizia che siede nel santuario più sacro, nel tempio della coscienza umana; quella giustizia che è il riverbero più fulgido della verità, quella giustizia che è e resta una e immutabile come l’immoto motore del mondo. In voi ora, Signori della Corte, questa giustizia nei confronti di Amanda Knox ha la sua parola, pronunziatela: colpevole. E qui conviene davvero che io chiuda. Prendendo da voi congedo, desisto da ogni preziosismo magniloquente, da ogni vivacità e vividezza di immagini, da ogni citazione, perché io rappresento l’accusa privata e la parola dell’accusatore deve essere semplice ed austera. Portando nello sguardo l’intensità di tutto lo strazio sofferto, di tutto il dolore patito, Patrick Diya Lumumba, con il braccio proteso verso lo scranno di Amanda, vi addita la diabolica calunniatrice e vi grida: rendete giustizia, condannate Amanda e punitela esemplarmente. E voi giustizia renderete, ne sono certo, e la castigherete implacabilmente, perché implacabilmente Amanda Knox ha calunniato Patrick Diya Lumumba per ottenere l’impunità per sé e per i correi dal delitto di omicidio perpetrato in danno della povera e sventurata Meredith Kercher.

Ho terminato, Signor Presidente, e detto questo ovviamente, rientrando nei miei compiti, rassegno le conclusioni.
AN:
Bene.
CP:
Brevissime, peraltro.
AN:
Va bene, le può consegnare.
CP:
Se le posso dare per lette.
AN:
Sì.
CP:
Sì, grazie.
AN:
Diamole per lette.
CP:
Mi permette...
AN:
C’è anche la sua...
CP:
La notula.
AN:
La notula, eh, sì.
CP:
Grazie, Signor Presidente.
AN:
Prego. C’era l’intervento dell’Avvocatessa?


CONCLUSIONI DELLA PARTE CIVILE – AVV. L. MAGNINI

LM:
Sì. Presidente, pochissime parole, ne avevo preparate poche e ne dico ancora meno, vista l’ora tarda e sicuramente la stanchezza che incombe. Solamente per spiegare ai Giudici Popolari chi è la signora Tattanelli e perché si trova dentro questo processo. La signora Tattanelli è la proprietaria della villetta dove è stata uccisa Meredith. Come ho già detto in tutte le precedenti fasi, io ho ritegno quasi a introdurre questo aspetto puramente economico, perché la signora Tattanelli non è una persona offesa dal reato commesso, ma è solamente una persona danneggiata. Pur tuttavia ha diritto che questi danni vengano ristorati e per questo ha esercitato l’azione civile. Questa casetta, che poi non è una casetta, ormai è diventata a Perugia “il villino degli orrori”, “la casa del delitto” e nella migliore delle ipotesi “la casa di Meredith”, in realtà era una bellissima casetta, perché è posizionata vicinissima all’università, vicinissima al centro, pur tuttavia ha il giardino; era la stampella per la vecchiaia della signora Tattanelli, che oggi ha circa novant’anni, perché si aggiungeva alla sua pensione. La signora è vedova, casalinga e ha una pensione di reversibilità, e gli dava questa entrata in più, che all’epoca, nel 2007, era un’entrata soddisfacente, due appartamenti, si prendeva sui duemila euro al mese. Da un giorno all’altro questa entrata è venuta meno. Il giorno 02 novembre la casa è stata sequestrata ed è rimasta sotto sequestro per un anno e mezzo. Peraltro anche circostanze fortunate hanno permesso un dissequestro tutto sommato veloce, perché erano entrati... delle intrusioni, dei curiosi, dei fanatici, e avevano alterato la scena del delitto. Il danno per la signora è la mancata percezione degli affitti per questo anno e mezzo, tutti i danni che sono stati creati all’interno della casa, le porte sfondate, i vetri sfondati, le macchie, i reagenti; la necessità di mettere le grate alle finestre perché poi curiosi e feticisti arrivavano a frotte dentro la casa, volevano entrare dentro la casa di Meredith, e soprattutto il danno che si configura quasi come un danno permanente, perché la casa, come ho detto in apertura, è “il villino degli orrori”, è “la casa del delitto”. Non è stato più possibile affittarla a studenti, gli studenti la riconoscono tutti, la vicenda ha avuto un’eco mediatico a livello mondiale, la casa è una casa che fa parte ormai dell’immaginario dei luoghi macabri, dei luoghi dei delitti, e quindi è un bene che ha perso del tutto la sua valenza economica. La legittimazione deriva dall’articolo 185 e riteniamo che sia responsabilità degli imputati anche il risarcimento di questi danni, che sono conseguenza immediata e diretta della loro azione, perché se non fosse stato commesso il delitto l’immobile non sarebbe stato sequestrato. Non è necessario il requisito della prevedibilità dell’evento perché la responsabilità risponde a criteri civilistici. Mi riporto quindi alle conclusioni scritte che adesso consegnerò. La liquidazione del danno ovviamente richiede degli approfondimenti che non era certo questa la sede per fare, quindi verrà eventualmente fatto in separata sede. Avevamo richiesto, e ci era stata anche riconosciuta dalla Corte di Assise di Perugia, una provvisionale immediatamente esecutiva, di cui chiedo la conferma. E quindi mi riporto alle conclusioni scritte e alla nota spese.
AN:
Bene. La ringrazio.

QUESTIONI ORGANIZZATIVE

AN:
Questo era il programma per oggi, che abbiamo credo esaurito. Quindi a questo punto rinviamo alla prossima udienza, che è il 16, mi pare, di dicembre e al 16 dicembre ci saranno le altre Parti Civili che concluderanno.
LG:
Scusi...
AN:
Sì, prego.
LG:
Se posso, una parola sul programma.
AN:
Sì, dica.
LG:
Dovrebbe esserci anche il 17.
AN:
Sì, certo.
LG:
E’ troppo chiedere un differimento anche del’udienza del 17 al 9 e 10? Difesa Sollecito e Difesa Knox, che io rappresento.
AN:
Quindi il 17 salterebbe?
LG:
E’ troppo chiederlo? Perché...
AN:
No, qua non è niente troppo. Il problema è incastrare...
LG:
No, ma lo dico con garbo, lo dico...
AN:
No, no, ma il problema...
LG:
Lo dico senza ironia e con garbo.
AN:
No, no, Avvocato ci mancherebbe altro.
LG:
Parlerà prima la Difesa Sollecito, poi parleremo noi, ma sarebbe la cosa più opportuna per tutti e quattro se fosse possibile rinviare al 9 e al 10 gennaio, dico io perché sono già indicate, le Difese degli imputati.
AN:
Sì, noi abbiamo poi un problema, un problema che è quello del gennaio, perché il gennaio è un mese un po’ particolare per tante ragioni. Difficile è poi trovare altre udienze, perché vedete, già abbiamo slittato. L’esperienza mi dice che potremmo ancora eventualmente slittare, quindi se noi cominciamo ad abbandonare le udienze già fissate... a gennaio inizia un’altra sessione di Corte d’Assise, ma questo riguarda il Presidente soltanto, ma insomma, è un qualcosa che io devo tenere presente perché abbiamo altri processi. Questo, come voi sapete, ce lo stiamo trascinando dalla scorsa sessione. Poi c’è un problema: nella seconda quindicina di gennaio non sarà disponibile l’aula perché questa è l’aula che viene utilizzata per l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, quindi se saltano dovremmo andare a febbraio, e diventa un discorso veramente di difficile gestione. Quindi io vi chiederei uno sforzo, se possibile, mantenere il calendario che abbiamo... che abbiamo fatto, quindi il 16 le Parti Civili e il 17 una delle due Difese, non so quale vorrà...
?C:
Se posso, in sostituzione all’Avvocato Bongiorno io devo segnalare che il 17 dicembre purtroppo l’Avvocato Bongiorno ha un impegno in altro processo con detenuti, quindi ci eravamo diciamo anche regolati per questo. Io già ho parlato con i colleghi, però anticipo anche alla Corte che l’Avvocato Bongiorno il 17 dicembre non potrà comunque discutere. Ecco, io per dovere lo segnalo, ecco.
AN:
Sì, ma non è che il 17 dicembre è venuto giù come un sasso nel ruscello, è una data che abbiamo concordato con l’Avvocatessa Bongiorno.
?C:
Sì, l’Avvocato...
AN:
Se poi l’Avvocatessa Bongiorno...
?C:
L’Avvocato il 16 dicembre avrebbe dovuto parlare e quindi...
AN:
Ah, il 16?
?C:
...in virtù diciamo di questa calendarizzazione ovviamente...
AN:
Va beh, parlerà il 09 gennaio. Parlano prima loro.
?C:
Va bene, sì, però ci tenevo...
AN:
Ma non è il Giro d’Italia questo, eh, non è che uno deve arrivare prima o dopo. Signori cari, sono due posizioni processuali, vi alternate. Non è che c’è una consequenzialità logica fra una difesa e l’altra. Io sono disponibile a qualunque ordine, però l’ordine deve avere un senso anche con la speditezza del processo.
?C:
Assolutamente. Non era...
AN:
Quindi se non può l’Avvocatessa Bongiorno... se non può parlare il 16, parlerà il 09 gennaio.
?C:
Va benissimo, Presidente. Grazie.
LG:
Era fuori discussione per me, per Difesa Knox, che avremmo parlato noi il 17.
AN:
Ecco. Quindi per voi non è un problema.
LG:
La mia domanda...
AN:
Certo, era se era possibile, ma non è...
LG:
(sovrapposizione di voci) lei mi ha risposto, finito il discorso.
AN:
Non è possibile, anzi, abbiamo difficoltà a trovare una data oltre il 10 per poter fare la Camera di Consiglio.
LG:
Era fuori discussione.
AN:
Anzi, io ve la propongo già da adesso, così ci ragionate un po’ sopra, poi semmai ne parleremo il 16 con sicurezza, avremmo individuato la data del 15 gennaio per la Camera di Consiglio, ipotizzando quindi uno slittamento di una sola giornata di udienza. Tenetela presente, perché potrebbe essere la data giusta. Poi ne parliamo il 16. Quindi manteniamo il calendario.

(più voci fuori microfono)

AN:
Sì, appunto, insomma...

(più voci fuori microfono)

AN:
Dicevo, per il 16 dipende un pochino dall’impegno di tempo che avranno le Parti Civili. Siete in grado di fare una previsione?
?:
(voce fuori microfono) esaurire la discussione nel giro di tre-quattro ore, ecco.
AN:
Ecco. Quindi allora possiamo mantenere...
?:
(voce fuori microfono)
AN:
Voi per il 16... qualcuno viene da fuori, no, immagino?
?:
Sì.
AN:
Eh. E quindi... quindi manteniamo le ore dieci. No, l’idea era quella di anticipare, nel caso in cui ci fosse una necessità di molte ore. Se stiamo nell’arco delle quattro-cinque ore possiamo fare le dieci.
?:
(voce fuori microfono)
AN:
Ecco, allora possiamo mantenere le ore dieci...
LM:
(voce fuori microfono) nominerò un sostituto. Tu vieni il 16?
CP:
Io vorrei venire il 16.
LM:
Va bene.
?:
(voce fuori microfono)
AN:
Però penso che i Difensori della Knox verranno il 16.

(più voci fuori microfono)

AN:
E quindi le dieci le manteniamo perché...
CP:
– Per loro.
AN:
...è un orario di civiltà, per evitare che ci siano difficoltà. Quindi allora, 16 dicembre ore dieci. E manteniamo il 17 per la Difesa. Bene. L’udienza è rinviata al 16 dicembre.